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Il buddismo

Caro,

I tempi erano terribili e molti hanno dovuto soffrire. Questo è un momento in cui molte persone cercano conforto e pace interiore. Anche se non possiamo cambiare molto di ciò che sta accadendo intorno a noi. Ma possiamo calibrare il nostro io interiore.

Personalmente trovo il buddismo (il modo di vivere) davvero utile.

Prenditi del tempo libero per esplorare il buddismo nel breve video qui sotto (incluso il mantra che calma le nostre anime).

Il buddismo è uno stile di vita – dalla pasta.
https://www.youtube.com/watch?v=pbngKOUgCDY

Il percorso per diventare un buddista – Di Emma Slade
https://www.youtube.com/watch?v=QnJIjEAE41w

Se sei curioso di Il “grande mantra della misericordia” come menzionato nel video sopra, puoi ascoltarlo qui e calmare la tua anima.
https://www.youtube.com/watch?v=72luMobA_vI

Il buddismo è uno stile di vita piuttosto che una religione. Indipendentemente dal tuo background, crediamo che tutti possano incorporare il buddismo nella loro vita quotidiana.

Come praticare il buddismo per principianti e occidentali. (Daily Practice) di Alan Peto
https://www.youtube.com/watch?v=89gM2g0KOYU

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Quello che non si doveva dire di Enzo Biagi

Fu un partigiano https://www.facebook.com/FabrizioMassimillaBlog/videos/1908121639427825/

Enzo Marco Biagi (Lizzano in Belvedere, 9 a

gosto 1920 – Milano, 6 novembre 2007) è stato un giornalista, scrittore, conduttore televisivo e partigiano italiano. È stato uno dei volti più popolari del giornalismo italiano del XX secolo.[1][2] Enzo Biagi nel 1976 Biografia Modifica Gli esordi Modifica «Ho sempre sognato di fare il giornalista, lo scrissi anche in un tema alle medie: lo immaginavo come un “vendicatore” capace di riparare torti e ingiustizie […] ero convinto che quel mestiere mi avrebbe portato a scoprire il mondo» (Enzo Biagi (Era ieri)) Nato nel piccolo borgo appenninico di Pianaccio, all’età di nove anni si trasferì a Bologna nel rione di Porta Sant’Isaia, dove il padre Dario (1891-1942) lavorava già da qualche anno come vice capo magazziniere in uno zuccherificio. L’idea di diventare giornalista nacque in lui dopo aver letto Martin Eddi Jack London. Frequentò l’istituto tecnico per ragionieri Pier Crescenzi, dove con altri compagni diede vita ad una piccola rivista studentesca, Il Picchio, che si occupava soprattutto di vita scolastica. Il Picchio fu soppresso dopo qualche mese dal regime fascista e da allora nacque in Biagi una forte indole antifascista.[3] Enzo Biagi con Lucia Ghetti nel 1943 Nel 1937, all’età di diciassette anni, cominciò a collaborare con il quotidiano bolognese L’Avvenire d’Italia, occupandosi di cronaca, di colore e di piccole interviste a cantanti lirici. Il suo primo articolo fu dedicato al dilemma, vivo nella critica dell’epoca, se il poeta di Cesenatico Marino Moretti fosse o no crepuscolare. Nel 1940 fu assunto in pianta stabile dal Carlino Sera, edizione pomeridiana del Resto del Carlino, il principale quotidiano bolognese, come estensore di notizie, ovvero colui che si occupa di sistemare gli articoli portati in redazione (il lavoro di “cucina”, come si dice in gergo). Nel 1942 fu chiamato alle armi ma non partì per il fronte a causa di problemi cardiaci (che lo accompagneranno per tutta la vita). Il 18 dicembre 1943 si sposò con Lucia Ghetti, maestra elementare. Poco dopo fu costretto a rifugiarsi sulle montagne, dove aderì alla Resistenza combattendo nelle brigate Giustizia e Libertà legate al Partito d’Azione, di cui condivideva il programma e gli ideali. In realtà Biagi non combatté mai: il suo comandante, infatti, pur senza dubitare della sua fedeltà lo trovava troppo gracile. Prima gli diede compiti di staffetta, poi gli affidò la stesura di un giornale partigiano, Patrioti, di cui Biagi era in pratica l’unico redattore e con il quale informava la gente sul reale andamento della guerra lungo la Linea Gotica. Del giornale uscirono appena quattro numeri: la tipografia fu distrutta dai tedeschi. Biagi considerò sempre i mesi che passò da partigiano come i più importanti della sua vita: in memoria di ciò, volle che la sua salma fosse accompagnata al cimitero sulle note di Bella ciao.[4] Terminata la guerra, Biagi entrò con le truppe alleate a Bologna e fu proprio lui ad annunciare dai microfoni del Psychological Warfare Branch alleato l’avvenuta liberazione. Poco dopo fu assunto come inviato speciale e critico cinematografico al Resto del Carlino che all’epoca aveva cambiato il suo nome in Giornale dell’Emilia. Nel 1946 seguì come inviato speciale il Giro d’Italia, nel 1947 partì per la Gran Bretagna dove raccontò il matrimonio della futura regina Elisabetta II. Fu il primo di una lunga serie di viaggi all’estero come “testimone del tempo” che contrassegneranno tutta la sua vita. Gli anni cinquanta e sessanta Modifica La prima direzione: Epoca Modifica I partigiani di “Giustizia e Libertà” entrano nella Bologna liberata: tra loro c’era anche il giovane Enzo Biagi. Nel 1951 si recò, per conto del Carlino, in Polesine dove, con una cronaca rimasta negli annali, descrisse l’alluvione che flagellava la provincia di Rovigo; nonostante il grande successo che riscossero quegli articoli, Biagi venne isolato all’interno del giornale per via di alcune sue dichiarazioni contrarie alla bomba atomica, che lo fecero passare per un comunista e che lo fecero considerare, quindi, un “pericoloso sovversivo” per il suo direttore. Gli articoli sul Polesine furono letti però anche da Bruno Fallaci, direttore del settimanale Epoca, alla ricerca di nuovi elementi per le sue redazioni. Fallaci lo chiamò a lavorare come caporedattore al periodico[5]. Biagi e la sua famiglia (erano già nate due figlie, Bice e Carla; nel 1956 arriverà Anna) lasciarono quindi l’amata Bologna per Milano. Nel 1952 Epoca attraversava un momento difficile. Alla ricerca di scoop esclusivi da poter pubblicare in Italia, il nuovo direttore Renzo Segala, subentrato da un mese a Bruno Fallaci, decise di partire per l’America affidando a Biagi la guida del giornale per due settimane, stabilendo già in partenza i temi da affrontare durante la sua assenza e cioè il ritorno di Trieste all’Italia e l’inizio della primavera. Nel frattempo scoppiò però il “caso Wilma Montesi”: una giovane ragazza romana venne ritrovata morta sulla spiaggia di Ostia; ne nacque uno scandalo in cui rimase coinvolta l’alta borghesia laziale, il prefetto di Roma e Piero Piccioni, figlio del ministro Attilio Piccioni, il quale rassegnò le dimissioni. Biagi, intuendo la grande risonanza che il caso Montesi stava avendo nel Paese, decise, contro ogni disposizione, di dedicare a esso la copertina e di pubblicare un’inedita ricostruzione dei fatti. Fu un successo clamoroso: la tiratura di Epoca crebbe di oltre ventimila copie in una sola settimana e Mondadori tolse la direzione a Segàla, da poco tornato dagli Stati Uniti, affidandola proprio a Biagi. Sotto la direzione di Biagi, Epoca s’impose nel panorama delle grandi riviste italiane surclassando la storica concorrenza de l’Espresso e del’Europeo. La formula di Epoca, a quel tempo innovativa, punta a raccontare con riepiloghi e approfondimenti le notizie della settimana e le storie dell’Italia del boom. Un altro scoop esclusivo sarà la pubblicazione di fotografie che raffigurano un umanissimo papa Pio XII che gioca con un canarino. Nel 1960 un articolo sugli scontri di Genova e Reggio Emilia contro il governo Tambroni (che avevano provocato la morte di dieci operai in sciopero, tanto da essere definita strage di Reggio Emilia) provocò una dura reazione dello stesso governo, per cui Biagi fu costretto a lasciare Epoca. Qualche mese dopo fu assunto dalla Stampa come inviato speciale. L’arrivo alla Rai: il Telegiornale Modifica La storica sede del Corriere della Sera a Milano, dove Biagi lavorò e scrisse per molti anni. Il 1º ottobre 1961 divenne direttore del Telegiornale. Biagi si mise subito all’opera, applicando la formula di Epoca al TG, dando meno spazio alla politica e maggiormente ai “guai degli italiani”, come chiamava le mancanze del nostro sistema. Realizzò una memorabile intervista a Salvatore Gallo, l’ergastolano ingiustamente rinchiuso a Ventotene, la cui vicenda porterà in seguito il Parlamento ad approvare la revisione dei processi anche dopo la sentenza di cassazione. Dedicò servizi agli esperimenti nucleari dell’Unione Sovietica che avevano seminato il panico in tutta Europa. Fece assumere in Rai grandi giornalisti come Giorgio Bocca e Indro Montanelli,[6] ma anche giovani come Enzo Bettiza ed Emilio Fede, destinati a una lunga carriera. Nel novembre del 1961 arrivarono inevitabili le prime polemiche: il democristiano Guido Gonella, in un’interrogazione parlamentare al ministro dell’Interno Mario Scelba – poi passata alla storia per gli attacchi alle gambe nude delle gemelle Kessler, – accusò Enzo Biagi di essere fazioso e di “non essere allineato all’ufficialità”. Un’intervista in prima serata al leader comunista Palmiro Togliatti gli procurò un duro attacco da parte dei giornali di destra, che iniziano una campagna aggressiva contro di lui. Nel marzo del 1962 lanciò il primo rotocalco televisivo della televisione italiana: RT Rotocalco Televisivo[7]. Apparve per la prima volta in video; il timido Biagi ricorderà sempre come un tormento le sue prime registrazioni. Condusse la trasmissione fino al 1968. A Roma tuttavia Biagi si sentiva con le mani legate. Le pressioni politiche erano insistenti; Biagi aveva già detto di no a Giuseppe Saragat, che gli proponeva alcuni servizi, ma resistere era difficile malgrado la solidarietà pubblica che gli arriva da personaggi celebri del periodo come Giovannino Guareschi, Garinei e Giovannini, Giangiacomo Feltrinelli, Liala e dallo stesso Bernabei. «Ero l’uomo sbagliato al posto sbagliato: non sapevo tenere gli equilibri politici, anzi proprio non mi interessavano e non amavo stare al telefono con onorevoli e sottosegretari […] Volevo fare un telegiornale in cui ci fosse tutto, che fosse più vicino alla gente, che fosse al servizio del pubblico non al servizio dei politici.» (Enzo Biagi) Nel 1963 decise di dimettersi – dopo l’ultima puntata chiusa da I ragazzi di Arese di Gianni Serra – e di tornare a Milano dove divenne inviato e collaboratore dei quotidiani Corriere della Sera e La Stampa. Nel 1967 entrò nel gruppo Rizzoli come direttore editoriale[8]. Firmava i suoi pezzi sul settimanale L’Europeo e trasformò il periodico letterario Novella in un giornale di cronaca rosa. Nel 1968 tornò alla Rai per la realizzazione di programmi di approfondimento giornalistico. Tra i più seguiti e innovativi: Dicono di lei (dal 17 maggio 1969), una serie di interviste a personaggi famosi, tramite frasi, aforismi, aneddoti sulle loro personalità e Terza B, facciamo l’appello (1971), in cui personaggi famosi incontravano dei loro ex compagni di classe, amici dell’adolescenza, i primi timidi amori. Gli anni settanta, ottanta, novanta Modifica «Considero il giornale un servizio pubblico come i trasporti pubblici e l’acquedotto. Non manderò nelle vostre case acqua inquinata.» (Enzo Biagi nel suo editoriale il primo giorno di direzione al Resto del Carlino) Nel 1971 fu nominato direttore de Il Resto del Carlino, con l’obiettivo di trasformarlo in un quotidiano nazionale. Venne data più attenzione alla cronaca e alla politica. Biagi esordì con un editoriale, che intitolò “Rischiatutto” come la celebre trasmissione di Mike Bongiorno, andata in onda su Rai 1, commentando il caos in cui si stavano svolgendo le elezioni del presidente della Repubblica (che videro poi l’elezione di Giovanni Leone) e che tennero impegnato il Parlamento per diverse settimane, concludendosi alla vigilia di Natale dopo 23 giorni. L’editore Attilio Monti era in buoni rapporti con il ministro delle finanze Luigi Preti, che pretendeva che il giornale desse risalto alle sue attività. Biagi ignorò le richieste di Preti; poco dopo però pubblicò la sua partecipazione ad una festa al Grand Hotel di Rimini, che Preti smentì vigorosamente. La replica di Biagi (“ci dispiace che lo sbadato cronista abbia preso un abbaglio; siamo però convinti che i ministri, anche se socialisti, non hanno il dovere di vivere sotto i ponti”) mandò Preti su tutte le furie, tanto da premere per il suo allontanamento.[9] Questo episodio, insieme all’intimazione di Monti a Biagi affinché licenziasse alcuni suoi collaboratori – tra cui il sacerdote Nazareno Fabbretti, “colpevole” di aver firmato un’intervista alla madre di don Lorenzo Milani – fu all’origine dell’uscita di Biagi dalla redazione del quotidiano bolognese. Il 30 giugno 1971 firmò il suo addio ai lettori e tornò quindi al Corriere della Sera. Nel 1974, pur senza lasciare il Corriere, collaborò con l’amico Indro Montanelli alla creazione de Il Giornale.[10] Biagi nel 1992 assieme a Carlo Caracciolo, per lungo tempo editore della Repubblica, quotidiano per cui il giornalista scrisse durante la gran parte degli anni ottanta. Dal 1977 al 1980 Biagi ritornò a collaborare stabilmente alla Rai, conducendo Proibito, programma in prima serata su Rai 2, che trattava temi d’attualità. All’interno del programma guidò due cicli d’inchiesta internazionali denominati Douce France (1978) e Made in England (1980). Con Proibito, Biagi iniziò ad occuparsi di interviste televisive, genere di cui sarebbe divenuto un maestro. Nel programma furono intervistati, creando ogni volta scalpore e polemiche, personaggi-chiave dell’Italia dell’epoca come l’ex brigatista Alberto Franceschini, Michele Sindona, il finanziere poi coinvolto in inchieste di mafia e corruzione, e soprattutto il dittatore libico Mu’ammar Gheddafi nei giorni successivi alla caduta dell’aereo di Ustica. In quest’ultima occasione il dittatore libico sostenne che si trattava di un attentato organizzato dagli Stati Uniti contro la sua persona e che gli americani quel giorno avevano soltanto “sbagliato bersaglio”; l’intervista finì al centro di una controversia internazionale e il governo dell’epoca ne proibì la messa in onda; l’incontro fu poi regolarmente trasmesso un mese dopo.[9] Nel 1981, dopo lo scandalo della P2 di Licio Gelli, lasciò il Corriere della Sera, dichiarando di non essere disposto a lavorare in un giornale controllato dalla massoneria, come sembrava emergere dalle inchieste della magistratura. Come lui stesso ha rivelato, Gelli, il leader della P2, aveva chiesto all’allora direttore del quotidiano, Franco Di Bella di cacciare Biagi o di mandarlo in Argentina. Di Bella, però si rifiutò.[11] Diventò quindi editorialista della Repubblica, dove rimase fino al 1988, quando ritornò in via Solferino. Nel 1982 condusse la prima serie di Film Dossier, un programma che, attraverso film mirati, puntava a coinvolgere lo spettatore; nel 1983, dopo un programma su Rai 3 dedicato a episodi della seconda guerra mondiale (La guerra e dintorni), tornò su Rai 1: iniziò così a condurre Linea Diretta, uno dei suoi programmi più seguiti, che proponeva l’approfondimento del fatto della settimana, tramite il coinvolgimento dei vari protagonisti. Linea Diretta venne trasmesso fino al 1985. Appena un anno dopo, nel 1986, sempre su Rai Uno, fu la volta di Spot, un settimanale giornalistico in quindici puntate, cui Biagi collaborava come intervistatore. In questa veste, si rese protagonista di interviste storiche come quella a Osho Rajneesh, il famoso e controverso mistico indiano, nell’anno in cui il Partito Radicale cercava di fargli ottenere il diritto di ingresso per l’Italia che gli veniva negato; oppure quella a Michail Gorbačëv, negli anni in cui il leader sovietico iniziava la perestrojka; o quella ancora a Silvio Berlusconi, nei giorni delle polemiche sui presunti favori del governo Craxi nei confronti delle sue televisioni. Berlusconi stava tentando invano di convincere Biagi ad entrare a Mediaset, ma lui rimase in RAI, sia perché legato affettivamente sia perché temeva che, nelle televisioni del Cavaliere, avrebbe avuto minore libertà.[9] Nel 1989 riaprì i battenti, per un anno, Linea Diretta. Questa nuova edizione verrà tra l’altro sbeffeggiata dal Trio composto da Anna Marchesini, Tullio Solenghi e Massimo Lopez, che all’epoca stava conoscendo un grande successo. In precedenza Biagi era stato imitato anche da Alighiero Noschese negli anni settanta; successivamente sarà nel mirino del Bagaglino. Nei primi anni novanta realizzò soprattutto trasmissioni tematiche di grande spessore, come Che succede all’Est? (1990), dedicata alla fine del comunismo, I dieci comandamenti all’italiana (1991)[12], Una storia (1992), sulla lotta alla mafia, dove apparve per la prima volta in televisione il pentito Tommaso Buscetta. Seguì attentamente le vicende dell’inchiesta Mani pulite, con programmi come Processo al processo su Tangentopoli (1993) e Le inchieste di Enzo Biagi (1993-1994). Fu il primo giornalista ad incontrare l’allora giudice Antonio Di Pietro, nei giorni in cui era considerato “l’eroe” che aveva messo in ginocchio Tangentopoli. Il Fatto e l’«editto bulgaro» Modifica Lo stesso argomento in dettaglio: Il Fatto ed Editto bulgaro § Il caso Biagi. Nel 1995 iniziò a condurre la trasmissione Il Fatto, un programma di approfondimento dopo il TG1 sui principali fatti del giorno, di cui Biagi era autore e conduttore; tra le interviste andate in onda nella trasmissione, vanno segnalate quella a Marcello Mastroianni, quella a Sophia Loren, quella a Indro Montanelli e soprattutto le due realizzate a Roberto Benigni. Nel luglio del 2000 la Rai dedicò a Biagi uno speciale in occasione del suo ottantesimo compleanno, intitolato Buon compleanno signor Biagi! Ottant’anni scritti bene, condotto da Vincenzo Mollica. Nel 2004 Il Fatto fu proclamato da una giuria di critici televisivi come il miglior programma giornalistico realizzato nei primi cinquant’anni della Rai.[13] Biagi e Silvio Berlusconi nel 1986 La prima intervista a Benigni era stata rilasciata dopo la vittoria di quest’ultimo ai Premi Oscar del 1997, mentre la seconda venne registrata nel 2001, a ridosso delle elezioni politiche, che poi avrebbero visto la vittoria della Casa delle Libertà. In quest’ultima il comico toscano commentò, a modo suo, il conflitto di interessi e il contratto con gli italiani che Berlusconi aveva firmato qualche giorno prima nel salotto di Bruno Vespa. I commenti provocarono il giorno dopo roventi polemiche contro Biagi, che venne accusato di utilizzare la televisione pubblica per impedire la vittoria di Berlusconi. Al centro della bufera c’erano anche le dichiarazioni che il 27 marzo Indro Montanelli aveva rilasciato al Fatto. Il giornalista aveva attaccato pesantemente il centro-destra, paragonandolo ad un virus per l’Italia e sostenendo che sotto Berlusconi il nostro Paese avrebbe vissuto una “dittatura morbida in cui al posto delle legioni quadrate avremmo avuto i quadrati bilanci”, ovvero molta corruzione. In seguito a queste due interviste diversi politici e giornalisti attaccarono Biagi; tra questi Giulio Andreotti e Giuliano Ferrara, che dichiarò: “Se avessi fatto a qualcuno quello che Biagi ha fatto a Berlusconi, mi sarei sputato in faccia”. La critica più dura arrivò però dal deputato di Alleanza Nazionale e futuro ministro delle comunicazioni Maurizio Gasparri, che auspicò in un’emittente lombarda l’allontanamento dalla Rai dello stesso Biagi.[9] Biagi fu quindi denunciato all’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni per “violazione della par condicio”, ma venne poi assolto con formula piena. Il 18 aprile del 2002 l’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, mentre si trovava in visita ufficiale a Sofia, rilasciò una dichiarazione riportata dall’Agenzia Ansa e passata poi alla cronaca con la definizione giornalistica di «editto bulgaro». Berlusconi, commentando la nomina dei nuovi vertici Rai, resi pubblici il giorno prima, si augurò che “la nuova dirigenza non permettesse più un uso criminoso della televisione pubblica” come, a suo giudizio, era stato fatto dal giornalista Michele Santoro, dal comico Daniele Luttazzi e dallo stesso Biagi. Biagi replicò quella sera stessa nella puntata del Fatto, appellandosi alla libertà di stampa[14]: «Il presidente del Consiglio non trova niente di meglio che segnalare tre biechi individui: Santoro, Luttazzi e il sottoscritto. Quale sarebbe il reato? […] Poi il presidente Berlusconi, siccome non intravede nei tre biechi personaggi pentimento e redenzione, lascerebbe intendere che dovrebbero togliere il disturbo. Signor presidente, dia disposizioni di procedere perché la mia età e il senso di rispetto che ho verso me stesso mi vietano di adeguarmi ai suoi desideri […]. Sono ancora convinto che perfino in questa azienda (che come giustamente ricorda è di tutti, e quindi vorrà sentire tutte le opinioni) ci sia ancora spazio per la libertà di stampa; sta scritto – dia un’occhiata – nella Costituzione. Lavoro qui in Rai dal 1961, ed è la prima volta che un Presidente del Consiglio decide il palinsesto […]. Cari telespettatori, questa potrebbe essere l’ultima puntata del Fatto. Dopo 814 trasmissioni, non è il caso di commemorarci. Eventualmente, è meglio essere cacciati per aver detto qualche verità, che restare a prezzo di certi patteggiamenti.» Fu l’inizio, per Enzo Biagi, di una lunga controversia fra lui e la Rai, con numerosi colpi di scena e un’interminabile serie di trattative che videro prima lo spostamento di fascia oraria del Fatto, poi il suo trasferimento su Rai 3 e infine la sua cancellazione dai palinsesti. Biagi, sentendosi preso in giro dai vertici della Rai e credendo che non gli sarebbe mai stata affidata alcuna trasmissione, decise a settembre di non rinnovare il suo contratto con la televisione pubblica, che fu risolto dopo 41 anni di collaborazione il 31 dicembre 2002. Nel corso del 2002 i rapporti con Berlusconi si deteriorarono sempre più a causa della pregiudiziale morale che per Biagi era imprescindibile; infatti, a tal proposito disse: «uno che fa battute come quella di Berlusconi dimostra che, nonostante si alzi i tacchi, non è all’altezza. Un presidente del Consiglio che ha conti aperti con la giustizia avrebbe dovuto avere la decenza di sbrigare prima le sue pratiche legali e poi proporsi come guida del Paese. (Il Fatto, 8 aprile 2002)» Nel novembre dello stesso 2002 divenne uno dei fondatori e garanti dell’associazione culturale Libertà e Giustizia, spesso critica verso l’operato dei governi guidati da Berlusconi. Gli ultimi anni: il ritorno in televisione Modifica In questo stesso periodo, Biagi fu colpito da due gravi lutti: la morte della moglie Lucia il 24 febbraio 2002 e della figlia Anna il 28 maggio 2003, cui era legatissimo, scomparsa improvvisamente per un arresto cardiaco.[15] Questa morte lo segnò per il resto della sua vita. Continuò a criticare aspramente il governo Berlusconi, dalle colonne del Corriere della Sera. L’atto più clamoroso fu quando (in seguito al famoso episodio di Berlusconi che con il dito medio alzato durante un comizio a Bolzano espresse che cosa pensava dei suoi critici) chiese “scusa, a nome del popolo italiano, perché il nostro presidente del Consiglio non ha ancora capito che è un leader di una democrazia”. Berlusconi replicò dichiarandosi stupito che “il Corriere della Sera pubblicasse i racconti di un vecchio rancoroso come Biagi”.[16] Il comitato di redazione del Corriere protestò con una lettera aperta indirizzata a Berlusconi, dicendosi orgoglioso che un giornalista come Biagi lavorasse nel suo quotidiano e sostenendo che “in Via Solferino lavorano dei giornalisti non dei servi”. Tornò in televisione, dopo due anni di silenzio, alla trasmissione Che tempo che fa, intervistato per una ventina di minuti da Fabio Fazio. Il suo ritorno in televisione registrò ascolti record per Rai 3 e per la stessa trasmissione di Fazio.[17] Biagi tornò poi altre due volte alla trasmissione di Fazio, testimoniando ogni volta il suo affetto per la Rai («la mia casa per quarant’anni») e la sua particolare vicinanza a Rai 3. Biagi intervenne anche al Tg3 e in altri programmi della Rai. Invitato anche da Adriano Celentano nel suo Rockpolitik, in onda su Rai 1, in una puntata dedicata alla libertà di stampa assieme a Santoro e Luttazzi, Biagi (con Luttazzi) declinò l’invito per il fatto che nella rete ammiraglia della Rai c’era la presenza delle persone che avevano chiuso il suo programma; tra queste persone sarebbe stato compreso anche l’allora direttore Fabrizio Del Noce. Enzo Biagi nel 2006 Negli ultimi anni scrisse anche con il settimanale L’Espresso e le riviste Oggi e TV Sorrisi e Canzoni. Nell’agosto del 2006, intervenendo su il Tirreno, avanzò delle perplessità circa la sentenza di primo grado emessa dagli organi di giustizia sportiva in relazione allo scandalo che colpì il calcio italiano a partire dal maggio dello stesso anno e noto giornalisticamente come Calciopoli. Nella sua ultima intervista a Che tempo che fa, nell’autunno del 2006 Biagi affermò che il suo ritorno in Rai era molto vicino e, al termine della trasmissione, il direttore generale della Rai, Claudio Cappon, telefonando in diretta, annunciava che l’indomani stesso Biagi avrebbe firmato il contratto che lo riportava in TV. Il 22 aprile 2007 tornò in televisione con RT Rotocalco Televisivo, aprendo la trasmissione con queste parole: «Buonasera, scusate se sono un po’ commosso e magari si vede. C’è stato qualche inconveniente tecnico e l’intervallo è durato cinque anni. C’eravamo persi di vista, c’era attorno a me la nebbia della politica e qualcuno ci soffiava dentro… Vi confesso che sono molto felice di ritrovarvi. Dall’ultima volta che ci siamo visti, sono accadute molte cose. Per fortuna, qualcuna è anche finita.» (Editoriale dal sito ufficiale della trasmissione) Essendo alla vigilia della festa del 25 aprile, l’argomento della puntata fu la resistenza, sia in senso moderno, come di chi resiste alla camorra, fino alla Resistenza storica, con interviste a chi l’ha vissuta in prima persona. La trasmissione andò in onda per sette puntate, oltre allo speciale iniziale, fino all’11 giugno 2007. Sarebbe dovuta riprendere nell’autunno successivo. Ciò non avvenne a causa dell’improvviso aggravarsi delle condizioni di salute di Biagi. La morte Modifica Ricoverato per oltre dieci giorni in una clinica milanese, a causa di un edema polmonare acuto e di sopraggiunti problemi renali e cardiaci, Enzo Biagi morì all’età di 87 anni la mattina del 6 novembre 2007. Pochi giorni prima di morire, disse a un’infermiera «Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie…», ricordando Soldati di Ungaretti, e aggiungendo «ma tira un forte vento».[18] I funerali del giornalista si svolsero nella chiesa del piccolo borgo natale di Pianaccio, vicino a Lizzano in Belvedere, e la sepoltura avvenne nel piccolo cimitero poco distante. La messa esequiale venne officiata dal cardinale Ersilio Tonini, suo vecchio amico, alla presenza del presidente del Consiglio Romano Prodi, dei vertici Rai e di molti colleghi, come Ferruccio de Bortoli e Paolo Mieli. Nei giorni precedenti era stata aperta a Milano la camera ardente che vide una partecipazione popolare immensa, definita “stupefacente” dalle sue stesse figlie. Alle redazioni dei giornali e ai familiari arrivarono lettere di cordoglio e di condoglianze da ogni parte d’Italia, anche la maggioranza dei principali siti Internet e molti blog lo ricordarono con parole affettuose, segno della grande commozione che la sua scomparsa aveva provocato. Successivamente furono molte le iniziative per ricordarlo. Michele Santoro gli dedicò una puntata nella sua trasmissione Annozero titolata “Biagi, partigiano sempre”; Blob e Speciale TG1 riproposero i filmati dei suoi programmi più significativi; il Corriere della Sera organizzò una serata commemorativa presso la Sala Montanelli, la Rai invece lo onorò con una serata presso il teatro Quirino a Roma trasmessa in diretta su Rai News 24 e poi in replica su Rai Tre in seconda serata.[19] Omaggi Modifica A partire dall’11 marzo 2008 Rai 3 ha iniziato a trasmettere un ciclo chiamato RT Rotocalco Televisivo Era Ieri dedicato alla televisione di Enzo Biagi e alle sue interviste ai protagonisti del XX secolo. Nello stesso mese, è stato istituito il “Premio Nazionale Enzo Biagi”, consegnato ai giornalisti e agli scrittori “che mostrano esempio di libertà”. Il primo vincitore è stato lo scrittore Roberto Saviano. Il comitato promotore del premio è presieduto da due delle sue tre figlie, Carla e Bice, quest’ultima anche lei giornalista. Il comune di Crotone ha istituito il “Premio Nati per Scrivere-Enzo Biagi” per premiare il giovane cronista dell’anno. La provincia di Bologna ha creato il “Premio Enzo Biagi per i Cronisti Locali”. Enzo Biagi appare nel videoclip di Buonanotte all’Italia, brano di Luciano Ligabue. Durante il tour del cantante emiliano, il video è stato mostrato sui maxischermi: la folla ha applaudito al momento in cui appare Biagi, tributo riservato ad altri grandi presenti nel filmato come Paolo Borsellino, Giovanni Falcone, Marco Pantani, Alberto Sordi.[20][21] Nel mese di dicembre 2008, il consiglio comunale di Milano (con i voti del Popolo della Libertà e della Lega Nord) respingeva la proposta di consegnare l’Ambrogino d’oro alla memoria al giornalista. Per protesta, il gruppo musicale Elio e le Storie Tese rifiutava l’Ambrogino che avevano vinto nello stesso anno.[22] Il giornale Il Fatto Quotidiano, che ha esordito nelle edicole il 23 settembre 2009, è stato chiamato così in omaggio alla sua trasmissione più famosa.[23] Critiche Modifica Secondo quanto scritto da Roberto Gervaso nel suo libro Ve li racconto io, una parte della critica sosterrebbe che Enzo Biagi scriveva nei suoi libri “sempre le stesse cose”.[24] Bettino Craxi, intervistato a proposito del giornalista, ha dichiarato che non gli piaceva più perché faceva del “moralismo un tanto al chilo”, in seguito alle critiche che Biagi aveva riservato a Craxi e ai suoi governi, soprattutto in alcuni articoli sul Corriere della Sera. Successivamente, l’accusa di moralismo sarà estesa da Craxi a tutti coloro che non condividevano la politica del PSI negli anni ottanta.[9] Scriverà più tardi lo stesso Biagi: «Questa storia del moralismo fu per Craxi una specie di ossessione. Poi le vicende giudiziarie ci hanno indotto a dedurre che, per lui, il Codice Penale era più che altro una questione di stati d’animo.[9]» Il giornalista Sergio Saviane lo soprannominò ironicamente “Banal Grande”, sulla rubrica che teneva ne L’Espresso. Nel 1988, commentando l’uscita de Il sole malato, il libro di Biagi sull’AIDS, Giorgio Bocca scrisse polemicamente[25]: «Si butta su tutte le disgrazie. Ogni volta che esce un libro di Enzo devo per forza toccarmi le palle.» Biagi gli rispose: «Caro Giorgio, fai prima a toccarti la testa» Nel 2001, con una serie di articoli pubblicati da Panorama, Giuliano Ferrara criticò l’atteggiamento di Biagi verso Silvio Berlusconi. Dopo le interviste a Montanelli e a Benigni, che contenevano critiche a Berlusconi stesso, Ferrara dichiarò che secondo lui Biagi avrebbe fatto bene a “sputarsi in faccia” per quello che stava facendo, etichettandolo poi come ipocrita e arrogante. Inoltre definì una “sceneggiata” le polemiche nate dopo l’editto bulgaro e il suo allontanamento dalla Rai. Biagi rispose ricordando che la stessa cifra è stata stabilita come “equa per la chiusura di un contratto” dall’ordinanza di un giudice a favore di Michele Santoro, anche lui allontanato dopo l’editto bulgaro.[senza fonte] Onorificenze Modifica Cavaliere di gran croce dell’Ordine al merito della Repubblica italiana — 15 dicembre 1995[26] Grande ufficiale dell’Ordine al merito della Repubblica italiana — 27 dicembre 1967[27] Riconoscimenti Modifica 1953 – Premio Riccione per Giulia viene da lontano[28] 1971 – Premio Bancarella per Testimone del tempo[29] 1979 – Premio Saint-Vincent per il giornalismo 1979 – Medaglia d’Oro di Civica Benemerenza del Comune di Milano 1993 – Presidente Onorario della Giuria del Premio “È giornalismo” 2003 – Cittadinanza Onoraria di Fucecchio, paese natale di Indro Montanelli 2004 – Premio alla trasmissione Il Fatto come miglior programma giornalistico dei primi cinquant’anni della Rai[29] 2005 – Premio giornalistico televisivo Ilaria Alpi alla Carriera[30] Lauree honoris causa Modifica Laurea honoris causa in Scienze della comunicazione dall’Università di Bologna — 12 giugno 1997[31][32] Laurea honoris causa in Storia dall’Università degli Studi di Torino «Maestro di moralità e di dignità civile, acuto osservatore della storia del XX secolo» — 15 giugno 2000[32][33] Laurea honoris causa in Comunicazione pubblica, sociale e d’impresa dall’Università di Pisa «Biagi non ha soltanto dato un apporto di grande rilevanza al giornalismo italiano, ma ha contribuito enormemente alla crescita culturale di milioni di cittadini, appartenenti a diversi strati sociali, su temi di attualità, politica, costume, etica pubblica, arrivando a rappresentare una parte rilevante della storia del nostro Paese e un modello di vero, grande maestro vivente della comunicazione in Italia» — 14 febbraio 2004[32][34] Laurea honoris causa in Nuovi Media e Comunicazione Multimediale dall’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia «Per aver avuto il merito di spiegare e far capire a tutti che cosa stava succedendo nel mondo intorno a loro» — 11 maggio 2006[32][35] Titolazioni Modifica Sono stati titolati a Enzo Biagi: L’istituto comprensivo di scuola materna, elementare e media del quartiere Cesano di Roma. (2009)[36] Il Centro Documentale del Parco regionale del Corno alle Scale sull’Appennino bolognese. L’area verde dietro la chiesa di Santa Maria presso San Celso a Milano.[37] Strade nei comuni di Cinisello Balsamo, San Giovanni in Persiceto, Cambiago, Medicina.[38][39] Una strada nel quartiere di Resuttana-San Lorenzo a Palermo. Una piazza e un monumento, raffigurante una penna in acciaio stilizzata e alta 5 metri, ai confini fra i comuni di Fucecchio e Santa Croce sull’Arno. La nuova Scuola Elementare della frazione Villa Fontana nel comune di Medicina. La Biblioteca comunale di Agrate Brianza, alla quale la famiglia Biagi ha donato parte dei suoi libri. Settembre 2009 viene intitolata a Enzo Biagi la biblioteca comunale di Candiolo alla presenza delle figlie. Il “Palazzo dello Sport e della Cultura” di Lizzano in Belvedere La sala conferenze della Sala Borsa di Piazza Maggiore a Bologna Opere Modifica I libri pubblicati da Enzo Biagi hanno venduto più di 12 milioni di copie[1] e sono stati tradotti in diversi Paesi fra cui Germania, Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, Spagna e Giappone.[1] Nella recensione a un suo libro, Indro Montanelli individuò alcuni punti salienti della sua pubblicistica[40]: «la narrativa di Biagi la conosciamo benissimo, e la riconosciamo sin dalla prima frase, regolarmente rapida, sàpida, spesso tagliente, sempre incisiva… Biagi è tutto l’opposto di un dissipatore. Anzi, forse perché è nato poverissimo, è abituato a tesaurizzare tutto. Eppure, nel gioco della memoria, sul cui filo sempre cammina, butta via a piene mani. Ci sono in questo libro, come in tanti altri libri che lo hanno preceduto, dei ritratti, ognuno dei quali, anche a farlo con parsimonia, poteva riempirgli venti, trenta, cinquanta pagine. Biagi te le rende in cinque righe. E, a ripensarci, ci si accorge che bastano. Ma che scialo, anche per un uomo ricco d’incontri e di esperienze come lui. Azzardo un’ipotesi che certamente lui smentirà. Ma secondo me ciò che incalza Biagi e gl’impedisce di attardarsi su un personaggio o una situazione è la paura del patetico. Si tratti anche del figuro più efferato o della vicenda più odiosa, la sua capacità d’immedesimazione è tale da suscitare sempre in lui una commossa partecipazione, cui teme di cedere e di concedere. Mescolata all’inchiostro c’è sempre, nella penna di Biagi, una lacrima accuratamente nascosta. E in questo pudore sta il suo fascino» Saggistica Modifica È di scena Pietro Gubellini, Bologna, Testa, 1939. Belle favole di tutti i tempi, a cura di e con Dario Zanelli, Bologna, Cappelli, 1947. Dieci anni della nostra vita. Un documentario di “Epoca”, realizzato con Sergio Zavoli, Milano, A. Mondadori, 1960. 50 anni d’amore. Mezzo secolo di sospiri, ricordi e illusioni, raccontato con Sergio Zavoli, Milano, Rizzoli, 1961. Crepuscolo degli dei, Milano, Rizzoli, 1962. Cardinali e comunisti. All’Est qualcosa di nuovo. Ungheria, Polonia, Cecoslovacchia: Enzo Biagi racconta la storia di un mondo che muore, e i drammi, le speranze di un mondo che vuol vivere, Milano, Rizzoli, 1963. 1945-1965. Altri vent’anni della nostra vita, realizzato con Sergio Zavoli, Milano, A. Mondadori, 1965. L’uomo non deve morire, Milano, Garzanti, 1965-1969. Mamma Svetlana, nonno Stalin, Milano, Rizzoli, 1967. Padre Pio. La fede e i miracoli di un uomo del Signore, redatto con Silvio Bertoldi, Guido Gerosa, Sandro Mayer e Marco Pancera, Milano, Rizzoli, 1968. Storie di questi giorni, Milano, Rizzoli, 1969. La luna è nostra. Storie e drammi di uomini coraggiosi, redatto con Antonio De Falco, Guido Gerosa, Gino Gullace, Gian Franco Venè e Lorenzo Vincenti, Milano, Rizzoli, 1969. Testimone del tempo, Torino, SEI, 1970. Dai nostri inviati in questo secolo. I grandi fatti e i grandi personaggi nel racconto di grandi giornalisti, a cura di, Torino, SEI, 1971. Di progresso si muore, con altri, Bologna, Edizioni Skema, 1971. La vita e i giorni. Corso di storia per la scuola media, con Letizia Alterocca, Anna Doria e Vittorio Morone, 3 voll., Torino, SEI, 1972. Gente che va, Torino, SEI, 1972. Dicono di lei, Torino, SEI, 1974; introduzione di Alberto Ronchey, Milano, BUR, 1978. L’enciclopedia divertente, Milano, Rizzoli, 1974. Il Mississippi, con Giuliano Ferrieri, Guido Gerosa, Gino Gullace, Giuseppe Josca, Eugenio Turri, Novara, Istituto geografico De Agostini, 1975. Il Signor Fiat. Una biografia, Milano, Rizzoli, 1976; 2003, ISBN 88-17-87252-0. Il sindaco di Bologna. Enzo Biagi intervista Renato Zangheri, Vaciglio, Ricardo Franco Levi, 1976. Strettamente personale. Fatti e misfatti, figure e figurine della nostra vita, Milano, Rizzoli, 1977; 1979. Laggiù gli uomini, con Franco Fontana, Vaciglio, Ricardo Franco Levi, 1977. E tu lo sai? Le domande dei ragazzi alle quali i genitori non sanno rispondere. Biagi le ha proposte a grandi personalità mondiali – da Margaret Mead a Federico Fellini, da Enzo Ferrari a Isaac Asimov, da Arthur Schlesinger a Robert White – per aiutarvi a parlare con i vostri figli, Milano, Rizzoli, 1978. Ferrari. La confessione-ritratto di un uomo che ha vinto tutto tranne la vita, Milano, Rizzoli, 1980. Come andremo a incominciare?, con Eugenio Scalfari, Milano, Rizzoli, 1981. Il Buon Paese. Vale ancora la pena di vivere in Italia?, Milano, Longanesi, 1981. Diciamoci tutto, Milano, A. Mondadori, 1983 Mille camere, Milano, A. Mondadori, 1984. Senza dire arrivederci, Milano, A. Mondadori, 1985. Il boss è solo. Buscetta: la vera storia di un vero padrino, Milano, A. Mondadori, 1986. ISBN 88-04-33153-4. Il sole malato. Viaggio nella paura dell’AIDS, Milano, A. Mondadori, 1987, ISBN 88-04-30465-0. Dinastie. Gli Agnelli, i Rizzoli, i Ferruzzi-Gardini, i Lauro, Milano, A. Mondadori, 1988, ISBN 88-04-31718-3. Amori, Milano, Rizzoli, 1988. ISBN 88-17-85139-6. Buoni. Cattivi, Milano, Rizzoli, 1989, ISBN 88-17-85149-3. Lubjanka, Milano, Rizzoli, 1990. ISBN 88-17-85152-3. L’Italia dei peccatori, Milano, Rizzoli, 1991, ISBN 88-17-84134-X. Incontri e addii, Milano, Rizzoli, 1992, ISBN 88-17-85055-1. [Comprende Mille camere e Senza dire arrivederci] Un anno una vita, Roma-Milano, Nuova ERI-Rizzoli, 1992, ISBN 88-17-84205-2. La disfatta. Da Nenni e compagni a Craxi e compagnia, Milano, Rizzoli, 1993, ISBN 88-17-84272-9. “I” come Italiani, Roma-Milano, Nuova ERI-Rizzoli, 1993, ISBN 88-17-84295-8. L’albero dai fiori bianchi, Roma-Milano, Nuova ERI-Rizzoli, 1994. ISBN 88-17-84353-9. Il Fatto, Roma-Milano, Nuova ERI-Rizzoli, 1995, ISBN 88-17-84419-5. Lunga è la notte, Roma-Milano, Nuova ERI-Rizzoli, 1995, ISBN 88-17-84430-6. Quante donne, Roma-Milano, ERI-Rizzoli, 1996, ISBN 88-17-84466-7. La bella vita. Marcello Mastroianni racconta, Roma-Milano, ERI-Rizzoli, 1996, ISBN 88-17-84481-0. Sogni perduti, Milano, Rizzoli, 1997, ISBN 88-17-84523-X. Scusate, dimenticavo, Roma-Milano, RAI-ERI-Rizzoli, 1997, ISBN 88-17-84543-4. Ma che tempi, Roma-Milano, RAI-ERI-Rizzoli, 1998, ISBN 88-17-85260-0. Cara Italia. [“Giusto o sbagliato questo è il mio Paese”], Roma-Milano, RAI-ERI-Rizzoli, 1998, ISBN 88-17-86013-1. Racconto di un Secolo. [Gli uomini e le donne protagonisti del Novecento], Roma-Milano, RAI-ERI-Rizzoli, 1999, ISBN 88-17-86090-5. Odore di cipria, Milano, RAI-ERI-Rizzoli, 1999, ISBN 88-17-86265-7. Come si dice amore, Milano, RAI-ERI-Rizzoli, 2000, ISBN 88-17-86461-7. Giro del mondo, Milano, RAI-ERI-Rizzoli, 2000, ISBN 88-17-86513-3. Dizionario del Novecento. [Gli uomini, le donne, i fatti, le parole che hanno segnato la nostra vita e quella del mondo], Milano, RAI-ERI-Rizzoli, 2001, ISBN 88-17-86780-2. Un giorno ancora, Milano, RAI-ERI-Rizzoli, 2001, ISBN 88-17-86883-3. Addio a questi mondi. Fascismo, nazismo, comunismo: uomini e storie, che cosa è rimasto, Milano, Rizzoli, 2002, ISBN 88-17-87038-2. Cose loro & Fatti nostri, Milano, RAI-ERI-Rizzoli, 2002, ISBN 88-17-87101-X. La mia America, Milano, Rizzoli, 2003, ISBN 88-17-87262-8. Lettera d’amore a una ragazza di una volta, Milano, Rizzoli, 2003, ISBN 88-17-99506-1. L’Italia domanda (con qualche risposta), Milano, Rizzoli, 2004, ISBN 88-17-00433-2. Era ieri, a cura di Loris Mazzetti, Milano, Rizzoli, 2005, ISBN 88-17-00911-3. Quello che non si doveva dire, con Loris Mazzetti, Milano, Rizzoli, 2006, ISBN 88-17-01310-2. Io c’ero. Un grande giornalista racconta l’Italia del dopoguerra. A cura di Loris Mazzetti, Milano, Rizzoli, 2008, ISBN 978-88-17-02589-8. I Quattordici mesi. La mia Resistenza, a cura di Loris Mazzetti, Milano, Rizzoli, 2009, ISBN 978-88-17-03545-3. Consigli per un paese normale, a cura di Salvatore Giannella, Milano, Rizzoli, 2010, ISBN 978-88-17-04157-7. Lezioni di televisione, Prefazione di Bice Biagi. A cura di Giandomenico Crapis, Roma, Rai Eri, 2016, ISBN 978-88-397-1685-9. Non perdiamoci di vista. Un racconto attraverso le interviste che hanno segnato un’epoca, a cura di Loris Mazzetti, Reggio Emilia, Aliberti, 2017, ISBN 978-88-93-23155-8. La vita è stare alla finestra. La mia storia, Collana Saggi, Milano, Rizzoli, 2017, ISBN 978-88-17-09707-9. Storiografie Modifica Dieci anni della nostra vita. Un documentario di “Epoca”, realizzato con Sergio Zavoli, Milano, A. Mondadori, 1960. La seconda guerra mondiale, ed. italiana diretta da, 4 voll., Firenze, Sadea-Della Volpe, 1963-1965. Storia del Fascismo, diretta da, 3 voll., Firenze, Sadea-Della Volpe, 1964. 1945-1965. Altri vent’anni della nostra vita, realizzato con Sergio Zavoli, Milano, A. Mondadori, 1965. 1935 e dintorni, Milano, A. Mondadori, 1982. 1943 e dintorni, Milano, A. Mondadori, 1983. Noi c’eravamo, 1939-1945, Milano, Rizzoli, 1990, ISBN 88-17-85151-5. La Seconda Guerra Mondiale. Parlano i protagonisti, Collana Illustrati, Milano, BUR, 1992, ISBN 978-88-171-1175-1. [Uscì anche in dispense su Il Corriere della Sera: prima nel 1989 e poi nel 1995] 1943. Un anno terribile che segnò la storia d’Italia, Collana Illustrati, Milano, BUR, 1994. Anni di guerra. 1939-1945, Collana Illustrati, Milano, BUR, 1995. Anni di guerra. 1939-1945, Collana Saggi, Milano, BUR, 2005, ISBN 978-88-170-0895-8. [il cofanetto di 3 volumi contiene: Anni di guerra. 1939-1945; La Seconda Guerra Mondiale. Parlano i protagonisti; 1943. Un anno terribile che segnò la storia d’Italia] L’Italia del ‘900, a cura di Loris Mazzetti, 11 voll., Milano, RCS Quotidiani, 2007. Reportage Modifica La geografia di Biagi, Milano, Rizzoli, 1973-1980. [con immagini di importanti illustratori della Rizzoli] America, disegni di John Alcorn, Milano, Rizzoli, 1973. Russia, disegni di Ferenc Pinter, Milano, Rizzoli, 1974. Italia, disegni di Luciano Francesconi, Milano, Rizzoli, 1975. Germanie, disegni di Paolo Guidotti, Milano, Rizzoli, 1976. Scandinavia, disegni di Ferenc Pinter, Milano, Rizzoli, 1977. Francia, disegni di Giovanni Mulazzani, Milano, Rizzoli, 1978. Cina, disegni di Leonardo Mattioli, Milano, Rizzoli, 1979. Inghilterra, disegni di Adelchi Galloni, Milano, Rizzoli, 1980. I padroni del mondo (America, Cina, Russia), Milano, Rizzoli, 1994. ISBN 88-17-84338-5. Romanzi Modifica Disonora il padre. Il romanzo della generazione che ha perduto tutte le guerre, Milano, Rizzoli, I ed. maggio 1975. Una signora così così. Romanzo, Milano, Rizzoli, I ed. 1979. Fumetti (solo testi e soggetti) Modifica Storia d’Italia a fumetti, Milano, Mondadori, 1978-2004. Dai barbari ai capitani di ventura, Milano, Mondadori, 1978. Da Colombo alla Rivoluzione francese, Milano, Mondadori, 1979. Da Napoleone alla Repubblica italiana, Milano, Mondadori, 1980. 1946-1986: 40 anni di repubblica, Milano, Mondadori, 1986. 1946-1996. Cinquant’anni di repubblica, Milano, Mondadori, 1996. ISBN 88-04-42203-3. La storia d’Italia a fumetti, Milano, Mondadori, 2000. ISBN 88-04-48363-6. La nuova storia d’Italia a fumetti. Dall’impero romano ai nostri giorni, Milano, Mondadori, 2004. ISBN 88-04-53507-5. Storia di Roma a fumetti. Dalle origini alle invasioni barbariche, Milano, Mondadori, 1981. Storia dell’oriente e dei greci a fumetti. Dall’Egitto dei faraoni ad Alessandro Magno, Milano, Mondadori, 1982. Storia delle scoperte e delle invenzioni a fumetti, Milano, Mondadori, 1983. Storia dei popoli a fumetti, Milano, Mondadori, 1983-1985. Americani, Milano, Mondadori, 1983. Russi, Milano, Mondadori, 1984. Italiani, Milano, Mondadori, 1985. Alla scoperta del passato. Storia a fumetti delle civiltà, Milano, Mondadori, 1987. ISBN 88-04-30594-0. La storia dei popoli a fumetti, Milano, Mondadori, 1997; 2001. ISBN 88-04-49676-2. Africa, Asia, Milano, Mondadori, 1997. ISBN 88-04-43325-6. Europa, Americhe, Oceania, Milano, Mondadori, 1997. ISBN 88-04-43326-4. Trama di Topolino e la memoria futura, in “Topolino”, n. 2125, 20 agosto 1996. La nuova storia del mondo a fumetti. Dalla preistoria ai giorni nostri, Milano, Mondadori, 2005. ISBN 88-04-54905-X. 3000 anni di storia dell’uomo La nuova storia d’Italia a fumetti, Milano, Mondadori, 2007. ISBN 978-88-04-57805-5. La nuova storia del mondo a fumetti, Milano, Mondadori, 2007. ISBN 978-88-04-57806-2. Teatro Modifica Noi moriamo sotto la pioggia, 3 atti, Teatro scenario, n.19, 1 ottobre 1952, pp. 17–28 Giulia viene da lontano, 3 atti, Il dramma, n. 190, 1 ottobre 1953, pp. 5–17 con Giancarlo Fusco, …e vissero felici e contenti, 3 atti, Cappelli, Bologna, 1956 con Sergio Zavoli, 50 anni della nostra vita, 2 tempi, 1974 Prefazioni e introduzioni Modifica Franco Cristofori, Il pugnale di alluminio, Bologna, Alfa, 1971. (introduzione) Mario Lenzi, In Vietnam ho visto, Roma, Paese sera, 1972. (prefazione) Le grandi spie, Novara, Istituto geografico De Agostini, 1973. (introduzione) Alfredo Venturi, Garibaldi in parlamento. Le esperienze di un eroe istintivo alle prese con il meccanismo delle istituzioni, Milano, Longanesi, 1973. (prefazione) Christian Delstanches, Hubert Vierset, Quel giorno a Stalingrado, Firenze, Salani, 1975. (premessa) Umberto Domina, La moglie che ha sbagliato cugino, Milano, Rizzoli, 1975. (introduzione) Domenico Porzio, Primi piani, Milano, A. Mondadori, 1976. (prefazione) Gino Rancati, Ferrari, lui, Milano, Sonzogno, 1977. (prefazione) Stefano Lorenzetto, Fatti in casa, Milano, Sperling & Kupfer, 1992. ISBN 88-200-1722-9. (prefazione) Marcella Andreoli, Romani Cantore, Antonio Carlucci, Maurizio Tortorella (a cura di), Tangentopoli. Le carte che scottano, Milano, A. Mondadori, 1993. (introduzione) Stefano Lorenzetto, Dimenticati. Dove sono finiti gli italiani famosi, Venezia, Marsilio, 2000. ISBN 88-317-7392-5. (prefazione) Loris Mazzetti, Il libro nero della RAI, Milano, BUR, 2007. ISBN 978-88-17-01919-4. (prefazione) Giornali per cui ha lavorato Modifica Corriere della Sera Epoca Il Giornale Il Resto del Carlino La Repubblica La Stampa L’Espresso Oggi Panorama Collaborazioni Programmi televisivi Modifica Telegiornale (Programma Nazionale, 1961) RT Rotocalco Televisivo (Secondo Programma, 1962-1968; Rai 3, 2007) Dicono di lei (Programma Nazionale, 1969) Terza B, facciamo l’appello (Programma Nazionale, 1971) Proibito (Rete 2, 1977) Douce France (Rete 2, 1978) Made in England (Rete 2, 1980) Film Dossier (Rete 1, 1982) Gli speciali di Retequattro – Enzo Biagi intervista (Rete 4, 1982- 1984) La guerra e dintorni (Rai 3, 1983) Linea diretta (Rai 1, 1983-1985, 1989) Il caso (Rai 1, 1985) Spot (Rai 1, 1986) Che succede all’est? (Rai 1, 1990) I dieci comandamenti all’italiana (Rai 1, 1991) Sorrisi 40 anni vissuti insieme (Canale 5, 1991) Una storia (Rai 1, 1992) Processo al processo su Tangentopoli (Rai 1, 1993) Le inchieste di Enzo Biagi (Rai 1, 1993-1994) Il Fatto (Rai 1, 1995-2002) Buon compleanno signor Biagi! Ottant’anni scritti bene (Rai 1, 2000) Cara Italia (Rai, 1998) Note Modifica ^ a b c Corriere della Sera; 7 novembre 2007 ^ Famiglia Cristiana n.46/18 novembre 2007 ^ Enzo Biagi, una personalità eclettica: da giornalista a conduttore televisivo – LASTAMPA.it Archiviato il 23 maggio 2011 in Internet Archive. ^ Corriere della Sera; 9 novembre 2007. ^ Giuseppe Braga, Quello zio burbero che fece grande l’Oriana, in Libero, 2 novembre 2017. ^ Giangiacomo Schiavi, L’abbraccio della gente comune: «Sei stato maestro di vita» Settant’anni di successi ma ha pagato i suoi «no» ai politici, su CORRIERE DELLA SERA.it, 7 novembre 2007. 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URL consultato l’11 marzo 2020 (archiviato dall’url originale il 5 dicembre 2007). ^ Sandra Cesarale, Ligabue, effetti speciali e una «foto» all’Italia, su Corriere della Sera, 19 novembre 2007. URL consultato l’11 marzo 2020 (archiviato dall’url originale il 24 marzo 2015). ^ Giorgio Lambrinopulos, Luciano Ligabue fa impazzire Roma con buonanotte Italia concerto con piu di 100 mila persone (PDF), su Il Corriere Del Sud, 21 luglio 2008. URL consultato l’11 marzo 2020 (archiviato dall’url originale il 24 marzo 2016). ^ Elio rifiuta l’Ambrogino d’oro: “Grazie, ma spetta a Enzo Biagi”, su La Stampa, 3 dicembre 2008. URL consultato l’11 marzo 2020 (archiviato il 7 novembre 2018). ^ Antonio Padellaro, Linea politica, la Costituzione, in il Fatto Quotidiano, 23 settembre 2009, 1. URL consultato il 17 settembre 2011 (archiviato il 19 aprile 2019). ^ Roberto Gervaso, Ve li racconto io 2005 ed. Mondadori ^ Pietrangelo Buttafuoco, «Fine dei saperi forti tra brasato e tortellini», 23.11.2006, «Panorama» ^ Sito web del Quirinale: dettaglio decorato., su quirinale.it. URL consultato il 21 ottobre 2010 (archiviato l’11 settembre 2011). ^ Sito web del Quirinale: dettaglio decorato., su quirinale.it. URL consultato il 19 dicembre 2012 (archiviato il 12 agosto 2014). ^ 1959/1950 – Le affermazioni di Tullio Pinelli, Enzo Biagi, Luigi Squarzina, Premio Riccione per il Teatro. URL consultato il 19 dicembre 2012 (archiviato dall’url originale il 17 giugno 2013). ^ a b Biagi, una vita per il giornalismo, in Corriere della Sera, 2 novembre 2007. URL consultato il 19 dicembre 2012 (archiviato dall’url originale il 24 marzo 2015). ^ Enzo Biagi: il ricordo del Premio Ilaria Alpi, Premio giornalistico televisivo Ilaria Alpi, 6 novembre 2007. URL consultato il 19 dicembre 2012 (archiviato il 4 marzo 2016). ^ Laurea ‘Ad Honorem’ per Enzo Biagi, in La Repubblica, 21 maggio 1997. URL consultato il 19 dicembre 2012 (archiviato il 4 marzo 2016). ^ a b c d Quattro lauree honoris causa per Biagi, in Il Giornale, 6 novembre 2007. URL consultato il 19 dicembre 2012 (archiviato il 3 aprile 2016). ^ Le Lauree Honoris Causa, Università degli Studi di Torino. URL consultato il 19 dicembre 2012 (archiviato il 25 febbraio 2019). ^ Laurea honoris causa a Enzo Biagi, in La Repubblica, 5 febbraio 2004. URL consultato il 19 dicembre 2012 (archiviato il 5 marzo 2016). ^ Laurea ad honorem Enzo Biagi, in Dipartimento di Comunicazione ed Economia, Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, 11 maggio 2006. URL consultato il 19 dicembre 2012 (archiviato il 15 agosto 2019). ^ Bacheca Scuola Online “Enzo Biagi”, su icviaorrea.net. URL consultato il 1º gennaio 2013 (archiviato dall’url originale il 17 settembre 2012). ^ Un giardino dedicato a Enzo Biagi – Milano, su CORRIERE DELLA SERA.it, 21 dicembre 2012. URL consultato l’11 marzo 2020 (archiviato dall’url originale il 4 marzo 2012). ^ Comune di Medicina, Città di Medicina, su comune.medicina.bo.it. URL consultato l’11 dicembre 2013 (archiviato il 9 febbraio 2014). ^ Festa della Scuola primaria di Villa Fontana “Enzo Biagi”, su Comune di Medicina. URL consultato l’11 marzo 2020 (archiviato dall’url originale l’11 marzo 2020). ^ Indro Montanelli, «Il nuovo Biagi. Scialo di bravura», «La Voce», 1994 Bibliografia Voci correlate Modifica Il Fatto RT Rotocalco Televisivo Bice Biagi Altri progetti Collegamenti esterni Ultima modifica 4 giorni fa di Valentini17 PAGINE CORRELATE Indro Montanelli giornalista e scrittore italiano (1909-2001) Mario Cervi giornalista e saggista italiano Editto bulgaro Il contenuto è disponibile in base alla licenza CC BY-SA 3.0, se non diversamente specificato. Informativa sulla privacy Condizioni d’usoDesktop

“Capricorn One “

Capricorn One

film del 1978 diretto da Peter Hyams

Capricorn One

Capricorn One.png

Una scena del filmTitolo originaleCapricorn OneLingua originaleinglesePaese di produzioneStati Uniti d’AmericaAnno1978Durata123 minRapporto2,20 : 1GenerethrillerfantascienzaRegiaPeter HyamsSoggettoPeter HyamsSceneggiaturaPeter HyamsProduttorePaul N. Lazarus IIIFotografiaBill ButlerMontaggioJames MitchellEffetti specialiBruce MattoxMusicheJerry GoldsmithScenografiaAlbert BrennerDavid HaberRick SimpsonCostumiPatricia NorrisTruccoMichael WestmoreEmma DiVittorioInterpreti e personaggi

Doppiatori italiani

Capricorn One è un film del 1978 diretto da Peter Hyams e prodotto dalla compagnia di produzione ITC Entertainment di Lew Grade per conto della Warner Bros.

Il film è per tematica un tipico thriller anni settanta su una congiura governativa; la trama è ispirata alla teoria del complotto sull’Apollo 11, la quale sostiene che la missione relativa al primo sbarco umano sulla Luna sarebbe stata un inganno orchestrato dalla NASA.

TramaModifica

Cape Canaveral è il conto alla rovescia per il lancio della missione Capricorn One per il pianeta Marte, frutto di quindici anni di ricerca e con grande dispendio di mezzi e di capitale. L’equipaggio è costituito dai militari Charles Brubaker, comandante della missione, Peter Willis e l’afroamericano John Walker.

Il disinteresse della politica, evidenziato dalla presenza al lancio del solo vicepresidente, è motivo di frustrazione per il dottor James Kelloway, patron del progetto. Con alcuni collaboratori, è a conoscenza di un difetto a un componente vitale per la missione, che potrebbe essere letale per gli astronauti. Pur di portare avanti il programma, egli ha architettato una messinscena onde evitare opposizione e la cancellazione.

Pochi minuti prima del lancio, i tre astronauti vengono evacuati in gran segreto dalla capsula, facendo partire il razzo privo di equipaggio. Davanti allo sgomento, essi nei mesi a venire dovranno essere confinati in un luogo segreto in pieno deserto e recitare in un simulatore, pena una ritorsione sulle loro famiglie.

Pubblico e il Controllo Missione a Houston ignorano completamente la macchinazione, mentre un tecnico addetto alla telemetria inizia a notare delle anomalie, riferendolo a un suo amico giornalista Robert Caulfield, per presto sparire misteriosamente. Il cronista, davanti alla forte reticenza dell’ente spaziale e poi una sparizione di ogni traccia del suo amico, subisce alcuni attentati ai quali scampa miracolosamente. Contattando Kay, moglie del comandante Brubaker, nota in lei un sospetto per un precedente dialogo con il marito, dove si menziona un set cinematografico western, e che potrebbe sembrare un indizio per considerare l’idea di una messa in scena.

Al momento del presunto rientro sulla Terra, si riscontra un’avaria allo scudo termico della capsula, che nella realtà porterebbe alla morte certa dell’equipaggio. Consapevoli della loro eliminazione, Brubaker e i compagni fuggono disperatamente con un jet ma sono presto costretti a un atterraggio di fortuna in pieno deserto.

Caulfield nel frattempo viene rilasciato su cauzione in seguito a un arresto con una falsa accusa di possesso di stupefacenti e licenziato dal giornale. Si rivolge così a una collega e amica, Judy Drinkwater, che gli presta dei soldi, la sua auto e lo informa dell’esistenza di una base militare abbandonata, a 300 miglia da Houston, nella quale Caulfield trova il set cinematografico utilizzato per simulare la missione e l’atterraggio su Marte. Il ritrovamento di una medaglietta di Brubaker diventa la conferma definitiva dei suoi sospetti.

Willis e Walker vengono catturati dagli uomini di Kelloway. Caulfield noleggia un aereo adibito alla disinfestazione e riesce a trovare Brubaker, salvandolo dalla cattura. Nella sequenza finale Kelloway, insieme alle vedove degli astronauti, sta assistendo a una cerimonia commemorativa presieduta dal Presidente ma inaspettatamente giungono Brubaker e Caulfield, ponendo fine all’inganno.

Contesto storicoModifica

Con il termine del Programma Apollo nel 1972 e l’ultimo volo americano con equipaggio nel Luglio 1975, rea una politica di tagli al bilancio dell’Ente Aerospaziale Americano NASA, era cessato definitivamente ogni entusiasmo che aveva caratterizzato la Corsa allo Spazio del decennio precedente. L’opinione pubblica americana era colpita da un senso di sfiducia per il fallimento della Guerra del Vietnam e per lo Scandalo Watergate. Prendeva intanto piede la fantomatica Teoria del complotto lunare, in seguito alla pubblicazione del discusso saggio di Bill Kaysing, il quale dubbio sul Programma Apollo diventa il sottotitolo del film.

DoppiaggioModifica

Nella versione televisiva viene riportata quella cinematografica con l’aggiunta di alcuni dialoghi in lingua originale sottotitolati, tra il direttore del programma spaziale e gli astronauti. In quella in DVD vi sono i minuti iniziali con il finto lancio del razzo e il commento dello speaker, anche qui in inglese sottotitolato.

Nella versione italiana, uno degli astronauti, davanti all’assurdo della situazione, spera di trovarsi in uno sketch di Specchio segreto, una trasmissione RAI degli anni sessanta, omologo dell’americano Candid Camera.

Opere derivateModifica

Dalla sceneggiatura del film è stato tratto un romanzo omonimo pubblicato sempre nel 1978 da Ken Follett sotto lo pseudonimo di Bernard L. Ross.[1]

Negli Usa dalla sceneggiatura del film fu tratto un romanzo di Ron Goulart con lo stesso titolo nel 1978, pubblicato in Italia da Sonzogno.

Katrine Engberg Il guardiano di coccodrilli

Trama:
Davanti al corpo tagliuzzato di Julie, giovane studentessa trovata morta nel suo appartamento, la polizia di Copenaghen non ha risposte: la sola traccia lasciata dall’assassino sembra essere il misterioso disegno, simile a un origami, che la lama di un coltello ha inciso sul viso della ragazza. A guidare le indagini è l’investigatore Jeppe Kørner, affiancato da Anette Werner: lui – con l’aria del classico sbirro separato – in profonda crisi di autostima, lei energica e dirompente, sempre di buonumore. La loro attenzione si concentra sulla padrona di casa, che vive al terzo piano della stessa graziosa palazzina in cui è stato rinvenuto il cadavere, nel centro storico della capitale danese. Docente di letteratura in pensione con la tendenza a organizzare scintillanti cene mondano-artistiche, Esther de Laurenti si rivela infatti essere un’aspirante scrittrice di gialli. E, curiosamente, l’omicidio di cui si legge nel manoscritto al quale sta lavorando ricalca esattamente le modalità con cui è stata uccisa la sua inquilina. Un collegamento tra finzione e realtà troppo clamoroso perché possa essere ignorato.

Recensione:
Romanzo d’esordio per Katrine Engberg, questa autrice in poche pagine riesce già ad imprimere un preciso passo alla storia. Da qui, coinvolgere ed avvincere il lettore è una logica conseguenza.
Dall’ispettore incaricato del caso, il problematico Jeppe reduce da una depressione e da una separazione con la quale non è ancora riuscito a scendere a patti, ai colleghi, ai civili coinvolti in un giallo inquietante, tutte le figure che popolano il libro possiedono qualcosa di importante, di fondamentale per l’incastro e sono figure perfettamente delineate e costruite. La scrittrice si è presa il tempo di dare ad ogni attore dell’opera motivazione, carattere e peculiarità, permettendo così al lettore di distinguerli, apprezzarli, detestarli, in un crescendo di comprensione ed empatia. Personaggi così caratterizzati, che ruotano e danno corpo ad un thriller che è una caccia al tesoro di indizi e frasi lasciate direttamente dall’assassino, rendono “Il guardiano dei coccodrilli” un romanzo che si ha costantemente voglia di riprendere in mano, in un richiamo alla lettura piacevole e ricercato.
La trama è ben scandita, dando risalto all’indagine investigativa in primis, senza tralasciare il giusto spazio alla vita privata, soprattutto di Jeppe. Questa impostazione consente di prendere respiro dal noir, senza mai abbandonarlo completamente, e dare spessore realistico al protagonista, rendendo manifesto il suo lato umano, fragile e permettendo così di apprezzarne le cadute, le faticose risalite, tutto il percorso che lo porterà, nelle ultime pagine, a seguire una rotta migliore, fuori dal pantano della disperazione.
Il giallo risulta interessante ed intrigante, tra sorprese e colpi di scena. E’ pur vero che scoprire l’identità del colpevole prima della polizia è possibile ed abbastanza semplice. Nonostante ciò, mettere al giusto posto tutti coloro che hanno un qualche grado di colpevolezza, chiarire il buio che si trova in una mente malleabile e perduta, e mettere a nudo la verità in ogni sua parte, risulta un processo che regala ore di piacevole immersione nei capitoli.
Segreti del passato, azioni svolte con leggerezza che hanno segnato fortemente un’innocenza negata, un super io egoista e distruttivo, viene messo nero su bianco dalla Engberg che ci mostra un lato sociale della Danimarca, quello delle adozioni e degli affidi, non scontato e affatto banale o semplice.
Tocchiamo varie sofferenze, sia quelle dei bambini, che delle madri costrette a dare via le proprie creature, fino all’iter farraginoso delle adozioni, il tutto incastonato in un thriller dove anche il colpevole è prima di tutto una vittima.
Interessante e misteriosa è anche la scelta del titolo: capita infatti di domandarsi il perché di una tale scelta. Anche qui, nulla è lasciato al caso, e quando la spiegazione arriva la troviamo giusta e perfettamente indicata alla trama.
“Il guardiano dei coccodrilli” si rivela opera avvincente, ben costruita e portata avanti con un linguaggio fluido, chiaro, libero da qualsiasi volgarità, sicuramente anche grazie alla traduzione di Claudia Valeria Letizia ed Eva Valvo.

“Bill Conti ~ Gonna Fly Now (Theme From Rocky) 1976 Extended Meow Mix” su YouTube

Rocky Logo.svg

Logo del filmLingua originaleinglesePaese di produzioneStati Uniti d’AmericaAnno1976Durata119 minRapporto1,33:1GeneredrammaticosportivosentimentaleRegiaJohn G. AvildsenSoggettoSylvester StalloneSceneggiaturaSylvester StalloneProduttoreIrwin WinklerRobert ChartoffProduttore esecutivoGene KirkwoodCasa di produzioneUnited ArtistsChartoff-Winkler ProductionsFotografiaJames CrabeMontaggioScott ConradRichard HalseyEffetti specialiGarrett BrownMusicheBill ContiScenografiaBill CassidyCostumiRobert CambelTruccoMike WestmoreInterpreti e personaggi

Doppiatori italiani

Rocky è un film del 1976 diretto da John G. Avildsen.

Sylvester Stallone, allora attore poco conosciuto, ha scritto ed interpretato questo film, grazie al quale è divenuto uno dei volti più amati di Hollywood.[1] Il film vinse tre premi Oscar, tra cui quello per il miglior film e miglior regia. Grazie a Rocky, Stallone diviene il terzo uomo nella storia del cinema, dopo Charlie Chaplin e Orson Welles, a ricevere la nomination all’Oscar sia come sceneggiatore che come attore per lo stesso film.

Realizzato in appena 28 giorni con un budget di 1,1 milioni di dollari[2][3] ne incassò al botteghino 225[4], diventando un successo di pubblico e di critica e dando vita a cinque seguiti: Rocky IIRocky IIIRocky IVRocky VRocky Balboa e due spin-off, Creed – Nato per combattere (2015) e Creed II (2018).

Nel 1998 l’American Film Institute l’ha inserito al settantottesimo posto della classifica dei migliori cento film statunitensi di tutti i tempi,[5] mentre dieci anni dopo, nella lista aggiornata, è salito al cinquantasettesimo posto.[6] Nel 2006 è stato scelto per la preservazione nel National Film Registry della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti.[7][8]

Nell’agosto del 2015Rolling Stone lo mette al secondo posto della classifica dei migliori film sportivi della storia del cinema[9].

Trama

Rocky Balboa (Sylvester Stallone) in una scena del film

Filadelfia1975Rocky Balboa è un pugile italo-americano trentenne che non riesce a sfondare sul ring. Per questo motivo il suo vecchio allenatore Mickey Goldmill gli sequestra l’armadietto negli spogliatoi della palestra nella quale si allena e gli dice che non sarà mai un campione.

Rocky vive la vita giorno per giorno nella periferia della città e abita in un piccolo fatiscente monolocale in una zona residenziale; per guadagnare soldi fa l’esattore per conto di Tony Gasco, un gangster italo-americano.

Il migliore amico di Rocky è Paulie Pennino, italo-americano come lui e con il quale si incontra al bar. Paulie lavora in un mattatoio di Philadelphia e ha una sorella minore, Adriana, molto timida, che lavora in un negozio di animali. Rocky ogni giorno entra nel negozio di animali e cerca continuamente di attaccare bottone ma Adriana, vergognandosi, lo saluta solamente e poi volta la testa da un’altra parte. Il Giorno del ringraziamento, Rocky decide di uscire con Adriana: lei accetta e così i due vanno a pattinare sul ghiaccio insieme. Poi la porta a casa dove riesce a strapparle un bacio; così Adriana vince parte della propria timidezza e qualche giorno dopo decide di fidanzarsi con Rocky.

Nel frattempo, l’imbattuto campione del mondo dei pesi massimi Apollo Creed, proveniente da Los Angeles, giunge a Philadelphia disposto ad un incontro per festeggiare la ricorrenza del Bicentenario degli Stati Uniti d’America, nel quale metterà in palio il suo titolo mondiale, e siccome il pugile ufficiale è infortunato, lui decide comunque di disputare quest’incontro con un pugile a caso che si trova nella stessa città; tra tutti quelli che cerca, trova proprio il nome di Rocky Balboa, soprannominato “Lo stallone italiano”, e decide di sfidarlo.

Avuta la notizia, Rocky riceve una visita da Mickey e, dopo una forte discussione, seguita da un rappacificamento, accetta di farsi allenare da lui per questo match; Mickey lo porta nella vecchia palestra ad allenarsi con i colpi e con gli spostamenti utili per un incontro fondamentale. Così Rocky si prepara per il grande incontro e Mickey, soddisfatto delle sue nuove prestazioni, diventa di fatto il suo manager per quando salirà sul ring.

La notte prima dell’incontro e mentre Adriana dorme, Rocky, che per la prima volta è colmo di dubbi, si dirige allo Spectrum, posto dove si terrà il grande match e qui pensa che dopotutto sarà un’impresa estremamente ardua: sa di non poter riuscire a prevalere su Apollo. Ritornato a casa, Rocky confida ad Adriana, momentaneamente sveglia, che il suo obiettivo sarà esclusivamente rimanere in piedi fino al 15º e ultimo round, cosa che nessun avversario di Apollo è mai riuscito a fare.

Arriva il giorno del match e Rocky sembra in perfetta forma, benché sia preso di mira dai giornalisti e dai tifosi di Apollo che lo danno già per sconfitto. Apollo sale sul ring accompagnato da uno spettacolino ricco di molte attrazioni e musica nel quale egli omaggia l’America nei panni prima di George Washington e poi dello Zio Sam.

Inizia l’incontro e Rocky esordisce nel migliore dei modi mostrando un’incredibile prova di forza nei confronti di Apollo, sorpreso dalla sua resistenza. Quella che doveva essere soltanto una farsa si trasforma in una vera e propria guerra tra pugili: dopo essersi ripreso dal conteggio subito nel primo round, Apollo tempesta di colpi Rocky, che dimostra una grande qualità di incassatore. L’incontro continua con Apollo sempre più stupito dalla caparbietà e resistenza di Rocky, che colpisce come non mai. Nel 14º round Rocky cade esausto al tappeto, ma incredibilmente riesce a rialzarsi.

L’ultimo round è estremamente drammatico, i pugili sono sfiniti e sanguinanti con il pubblico stupefatto dalla loro resistenza. Rocky negli ultimi istanti mette a segno una serie micidiale di colpi che scuotono seriamente Apollo sfiorando il ko. Terminato l’incontro, in un clima di forte tensione e forti emozioni, viene dato il verdetto finale: Creed vince ai punti e conserva il titolo di campione del mondo, ma la folla acclama a gran voce il nome di Rocky per la capacità di aver incassato tutti quei colpi ed essere riuscito a stare in piedi per tutti e 15 i round.

Rocky, dopo aver allontanato i giornalisti radunatiglisi attorno a fine match, chiama a gran voce Adriana, che lo raggiunge sul ring: i due si abbracciano

L’ intervista a Sylvester Stallone di 6 mesi fa

Il trailer

Il bambino col pigiama a righe The Boy in the Striped

https://youtu.be/_EfD5VaTX0A

Il bambino con il pigiama a righe (film)

film del 2008 diretto da Mark Herman

Il bambino con il pigiama a righe.jpg

Bruno e Shmuel giocano a dama in una scena del filmTitolo originaleThe Boy in the Striped PyjamasLingua originaleinglesePaese di produzioneStati Uniti d’AmericaRegno UnitoUngheriaAnno2008Durata91 minRapporto1,85:1GeneredrammaticostoricoRegiaMark HermanSoggettoJohn BoyneSceneggiaturaMark HermanProduttoreDavid HeymanCasa di produzioneMiramax FilmsBBC FilmsHeyday FilmsFotografiaBenoît DelhommeMontaggioMichael EllisMusicheJames HornerScenografiaMartin ChildsInterpreti e personaggi

Doppiatori italiani

Il bambino con il pigiama a righe (The Boy in the Striped Pajamas) è un film del 2008 diretto e sceneggiato da Mark Herman, adattamento per il grande schermo dell’omonimo romanzo di John Boyne.

Il film è stato distribuito nelle sale italiane il 19 dicembre 2008.

Trama

Bruno è un bambino tedesco di otto anni, curioso, intraprendente e appassionato d’avventura. Vive a Berlino, durante la seconda guerra mondiale, con suo padre Ralf, un ufficiale nazista, sua madre Elsa, sua sorella Gretel e una giovane domestica, Maria.

Un giorno, a seguito della promozione del padre, Bruno viene costretto a lasciare la città e tutti i suoi amici per trasferirsi in una casa di campagna insieme alla famiglia.

Poco dopo il suo arrivo, il bambino scopre per caso che vicino alla sua nuova abitazione, sorge un campo di concentramento. Improvvisamente catapultato in una vita monotona e solitaria, circondato solo da domestici e soldati, il bambino inizia ben presto a esplorare i dintorni della tenuta; riesce così a scoprire un passaggio, che lo conduce fino ai confini del campo di concentramento.

Lì, conosce Shmuel, un bambino ebreo, suo coetaneo. Nonostante tra i due vi sia del filo spinato e il tentativo degli adulti di infondere odio verso la razza ebraica, Bruno si dimostra fin da subito estraneo ai condizionamenti. Tra i due bambini nasce infatti una profonda amicizia, benché i due possano giocare nei limiti fisici del possibile, dato il filo spinato.

Un giorno, appena prima di trasferirsi di nuovo, Bruno si “traveste” da ebreo, scava una fossa e raggiunge Shmuel. I due andranno alla ricerca del padre di Shmuel, quando però vengono rastrellati all’interno del campo e sottoposti a un’apparente doccia in una camerata, che è in realtà una camera a gas, nella quale moriranno.

Lions for Lambs Leoni per Agnelli con Tom Cruise, Robert Retford e Meryl Streep

Leoni per agnelli» in una lezione di democrazia Usa

di Alberto Crespi L’Unità

Ci sono film. che si prestano al dibattito e film che provocano la famosa invettiva «no, il dibattito no!». Leoni per agnelii, settima regia del grande Robert Redford, non è un film da dibattito, è «il» dibattito. Dura 90 minuti (meno di una puntata di Porta a porta) ed è perfettamente tripartito: tre luoghi, tre situazioni incrociate dal montaggio alternato. Situazione numero 1: in un’università californiana il professor Robert. Redford convoca lo studente Andrew Garfield per impartirgli una paterna lezione sull’impegno; il ragazzo è disamorato della politica e Redford, per convertirlo, gli racconta la storia di due suoi studenti partiti volontari per l’Afghanistan

Leoni per agnelli

film del 2007 diretto da Robert Redford

Leoni per agnelli

Leoni per agnelli.JPG

Tom Cruise in una scena del filmTitolo originaleLions for LambsPaese di produzioneStati Uniti d’AmericaAnno2007Durata92 minRapporto2,35:1GeneredrammaticoRegiaRobert RedfordSoggettoMatthew Michael CarnahanSceneggiaturaMatthew Michael CarnahanCasa di produzioneUnited ArtistsFotografiaPhilippe RousselotMontaggioJoe HutshingMusicheMark IshamScenografiaJan RoelfsCostumiMary ZophresInterpreti e personaggi

Doppiatori italiani

Leoni per agnelli (Lions for Lambs) è un film del 2007 diretto da Robert Redford. È il primo film prodotto dalla nuova United Artists, associata con la Metro-Goldwyn-Mayer, della coppia Cruise/Wagner.

Il titolo è una metafora usata per descrivere polemicamente il concetto di eroici soldati agli ordini di comandanti inetti. Viene riportata dal personaggio di Redford, che ricorda un comandante tedesco, il quale lodava le gesta dei soldati inglesi, ma disprezzava la loro leadership (“Mai visti simili leoni comandati da simili agnelli”).

Trama

Nella trama si intrecciano tre storie che si svolgono contemporaneamente, ma in tre luoghi e contesti differenti.

Alla West Coast University il Professor Malley cerca di risvegliare il potenziale di Todd Hayes, un brillante studente apparentemente ormai disinteressato e disilluso.

Washington D.C. l’ambizioso Senatore Irving rivela, durante un’intervista della giornalista Janine Roth, un nuovo piano di guerra, descritto come risolutivo. La giornalista appare da subito scettica nei confronti dell’ottimismo del politico, arrivando a paragonare tale strategia a quella intrapresa durante la guerra in Vietnam.

In Afghanistan Ernest e Arian, due soldati statunitensi, partecipano all’operazione descritta da Irving. Attraverso dei flashback si scopre che i due soldati erano due studenti del Professor Malley e che hanno deciso di arruolarsi durante lo svolgimento di un progetto per il corso, con la volontà di rinnovare la nazione una volta rientrati dalla guerra.

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E studiavamo chiusi in una stanza, la luce fioca di candele e lampade a petrolio. E quando si trattava di parlare aspettavamo sempre con piacere. E il mio maestro mi insegnò com'è difficile trovare l'alba dentro l'imbrunire. (F. Battiato)

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