Belen Rodriguez

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Belén Rodríguez

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Belén Rodríguez nel 2012Altezza175[1][2]cmMisure83-65-89[1]Taglia34[1] (UE) – 4[1] (US)OcchinocciolaCapellicastano chiaro

Belén Rodríguez, nome completo María Belén Rodríguez Cozzani (Buenos Aires20 settembre 1984), è una modellaconduttrice televisiva e showgirl argentina naturalizzata italiana.

BiografiaModifica

OriginiModifica

Conosciuta comunemente come Belén Rodríguez o anche solamente come Belén[3], è nata a Buenos Aires da Gustavo Rodríguez, di origini spagnole e italiane, e da Veronica Cozzani de Rodríguez, a sua volta figlia di immigranti provenienti da La Spezia[4]. È la maggiore di tre figli, sorella di Jeremias, nato nel 1989[5], e di Cecilia, nata nel 1990[6], entrambi attivi nel mondo dello spettacolo italiano[7].

Nel 2003 consegue il diploma di liceo artistico a Buenos Aires e successivamente si iscrive alla facoltà di scienze della comunicazione e dello spettacolo dell’Università di Buenos Aires senza completare gli studi[8].

ModellaModifica

Comincia la sua carriera nel 2001 a 17 anni come modella in Argentina[9], lavorando anche a Miami e in Messico e divenendo testimonial di diverse case di intimo. Nel 2004 si trasferisce in Italia prendendo la residenza a Milano, dove lavora per vari marchi, tra cui Miss SixtyTaglia 42CotonellaYamamayImperfectJohn RichmondPitti.

Nel corso degli anni ha posato per alcuni calendari sexy; il primo prodotto da Vuemme e pubblicato la prima volta nel 2006[10], cui fanno seguito, tra gli altri, il calendario glamour del 2006 di De Nardi e il calendario 2008 di Maxim, che ottennero risalto mediatico e successo di vendite[3]. Tra i suoi servizi fotografici più noti ricordiamo: nel 2009 la copertina del numero 7 di Playboy Italia,[11] nel 2012 le copertine di Vanity Fair[12] e di GQ[13], con foto scattate[14] da Douglas Kirkland. Tra il 2016 e il 2017 è stata testimonial della linea Marciano by Guess.[15] Nel 2018 viene scelta come testimonial degli abiti da sposa di Alessandro Angelozzi Couture.[16]

Conduttrice televisiva e showgirlModifica

Il debutto nella televisione italiana risale al novembre 2006, quando è ospite dei programmi televisivi di TeleBoario, rete televisiva locale della Val Camonica[17]. Nella primavera del 2007 conduce insieme a Taiyo Yamanouchi per qualche mese la seconda edizione de La tintoria, show comico di Rai 3 in onda in seconda serata[18]; si tratta della sua prima esperienza su una rete nazionale.

Belén nel 2009

È stata tra i protagonisti dello spot televisivo TIM come “donna dei sogni” accanto a Elisabetta Canalis e Christian De Sica. L’anno seguente partecipa, come inviata e co-conduttrice insieme a Selvaggia Lucarelli e altri, al rotocalco televisivo Pirati[19]. Dopo essere apparsa anche su programmi delle reti Mediaset (VerissimoLucignolo), nell’autunno del 2008 partecipa alla sesta edizione de L’isola dei famosi, classificandosi al secondo posto, dietro Vladimir Luxuria, con il 44% dei voti[20], esperienza grazie alla quale è divenuta definitivamente nota anche al grande pubblico[21].

Nel 2009 presenta l’undicesima edizione di Scherzi a parte insieme a Claudio Amendola e Teo Mammucari e, con Mammucari, Sarabanda[22]. Tra il 2010 e il 2011 è ospite in molti programmi (tra cui il Chiambretti Night, il Grande Fratello e Paperissima) e si segnala la conduzione del Festival di Sanremo 2011 insieme a Gianni Morandi ed Elisabetta Canalis[23]; al Festival di Sanremo partecipato anche l’anno seguente in sostituzione della valletta Ivana Mrázová[24]. Nel corso del 2011 ha firmato un contratto di esclusiva con Mediaset, conducendo in seguito, tra gli altri, Colorado e la terza edizione di Italia’s Got Talent.

Al di fuori delle reti Mediaset, nel 2015 è stata ospite anche del talk show di LA7 Announo[25] e della serata-evento Andrea Bocelli – Il mio cinema, in onda su Rai 1 con la conduzione di Massimo Giletti[26]. Nel 2017 prende parte al programma Selfie – Le cose cambiano.[27] Nel 2019 conduce, assieme a Paolo RuffiniGianluca Fubelli e ai PanPers il programma Colorado.

AttriceModifica

Dopo il debutto al cinema nel cinepanettone del 2010 Natale in Sudafrica di Neri Parenti[28], ha recitato in Se sei così ti dico sì, film del 2011 di Eugenio Cappuccio[29] e nel film del 2015 Non c’è 2 senza te, di Massimo Cappelli[30].

In televisione, dopo un’esperienza tra il 2006 e il 2007 nel serial argentino Palermo Hollywood Hotel[31][32], nel 2011 è stata co-protagonista dell’episodio de Il commissario Montalbano Il campo del vasaio[33], mentre nel 2011 è stata tra le guest star della seconda stagione della sitcom Così fan tutte. Nel 2016 è stata guest star nel primo episodio della decima stagione di Don Matteo[34].

Stilista e imprenditriceModifica

Nel 2011 ha prodotto e commercializzato due linee di profumi. Il debutto come stilista risale al 2013, quando il brand di abbigliamento Imperfect disegna con la sorella la linea moda 2013-2014[35]. Con la sorella ha disegnato costumi da bagno anche per il proprio marchio Me Fui[36].

A Milano con Stefano De Martino nel 2014 ha fondato la catena di negozi di abbigliamento 4store e nel giugno 2015 ha aperto un ristorante con altri soci, tra cui Joe Bastianich[37]. È anche socia di una catena di saloni di bellezza Cotril

Jöel Dicker La verità sul caso Harry Quebert

Joël Dicker

scrittore svizzero

Joël Dicker (Ginevra16 giugno 1985) è uno scrittore svizzero.

Dicker nel febbraio 2013.

Biografia

Joël Dicker è nato il 16 giugno 1985 a Ginevra, nella zona francofona della Svizzera, figlio di una bibliotecaria e di un insegnante di francese, pronipote dell’avvocato e politico di estrema sinistra Jacques Dicker (1879-1942), ebreo russo emigrato in Svizzera e naturalizzato nel 1915[1]. Dicker è cresciuto a Ginevra, frequentando il Collège Madame de Staël, senza tuttavia essere molto attratto dagli studi. All’età di 19 anni ha preso lezioni di recitazione all’accademia di arte drammatica Cours Florent di Parigi. Un anno dopo è tornato a Ginevra per studiare legge presso l’Università di Ginevra, laureandosi nel 2010.

Il primo romanzo scritto da Dicker è intitolato Gli ultimi giorni dei nostri padri, e racconta la storia del SOE, un ramo segreto del Secret Intelligence Service. Malgrado l’avere terminato la stesura dell’opera nel 2009, inizialmente Dicker non ha trovato alcun editore disposto a pubblicarlo. Nel dicembre 2010, il romanzo ha vinto il concorso del Prix Genevois des Ecrivains, importante premio assegnato ogni quattro anni, riservato unicamente ad opere inedite. Successivamente, il titolare della casa editrice svizzera L’Âge d’HommeVladimir Dimitrijević, lo ha contattato dichiarando il proprio interesse per la pubblicazione del suo romanzo. Dimitrijević era dell’idea di lanciare il libro in Svizzera nell’aprile 2010, ma in seguito ha notato che il tema del libro avrebbe potuto suscitare l’interesse del pubblico francese, proponendo così di posticipare il lancio fino al settembre 2010. Nel mese di giugno però, Dimitrijević è morto in un incidente stradale in viaggio verso Parigi[2].

Nel 2011, viene finalmente pubblicato il romanzo Gli ultimi giorni dei nostri padri per L’Âge d’Homme e curato per la Francia da Éditions de Fallois[3]. In Italia sarà pubblicato nel 2015. Nel 2012 (in Italia nel 2013) viene pubblicato La verità sul caso Harry Quebert, un romanzo che è stato tradotto in 33 lingue[4], premiato con il Grand Prix du roman de l’Académie française nel 2012[5] e da cui è stata tratta una serie tv di 10 puntate. Nel 2015 (in Italia nel settembre 2016) vede la luce il romanzo Il libro dei Baltimorespin-off de La verità sul caso Harry Quebert. Nel 2018 viene pubblicato il romanzo La scomparsa di Stephanie Mailer, mentre nel 2020 viene pubblicato il romanzo L’enigma della camera 622.

Opere

Romanzi

Barbara Bonasea

Qui in compagnia di CR7

Barbara Bonansea è entrata nella top XI Fifa del 2020 tra le migliori calciatrici al mondo. E, a poche ore dall’annuncio, sulla pagina di Calciatori Brutti, che aveva postato la notizia omaggiando la calciatrice, si scatena una gara feroce di commenti sessisti. “Barbara Bonansea porta in alto il tricolore, essendo l’unica italiana a riuscire ad entrare nella top XI Fifa delle migliori calciatrici al mondo, affiancandosi a mostri sacri come Christiane Endler, Lucy Bronze e Megan Rapinoe”. Da quel momento, nei commenti, una valanga di denigratori, tutta o quasi al maschile, che proprio non riesce a mandar giù che le donne possano essere brave anche a giocare al calcio, e riconosciute come tali.

Alcuni commenti, riferibili in questa sede sono: “I pulcini giocano meglio”, “Ripetete insieme a me…Il calcio non è un gioco per donne! “. Per fortuna non mancano commenti positivi: “Comunque Calciatori Brutti questa è una bella vetrina per eliminare quei sottosviluppati che pensano che denigrare il calcio femminile con battute estremamente sessiste sia simpatico”.

Ma a mettere davvero a posto i denigratori, sono arrivate le parole di orgoglio della campionessa, che sulla sua pagina Facebook ufficiale ha scritto emozionata: “È un grande onore essere qui tra questi 11 nomi, è una di quelle cose che non mi sarei mai aspettata e che mi rende molto orgogliosa. Credo che questo premio sia mio come di tutte le calciatrici italiane per tutto ciò che stiamo vivendo e stiamo cercando di ottenere con la forza dell’Unione, è un premio a tutte coloro che stanno combattendo contro gli stereotipi e contro l’ignoranza umana e anche a tutte quelle che non c’è l’hanno fatta a superarla”. E sotterra i pregiudizi con un messaggio di unione tra calcio femminile e maschile: “Avere di fianco Cristiano Ronaldo rende la cosa un pochino più speciale”.

Gregory David Roberts in Shantaram traduzione di Vincenzo Mingiardi

Shantaram

romanzo scritto da Gregory David Roberts

ShantaramTitolo originaleShantaramAutoreGregory David Roberts1ª ed. originale20031ª ed. italiana2005GenereromanzoSottogenereautobiograficoLingua originaleingleseSeguito daL’ombra della montagna

Shantaram è un romanzo autobiografico del 2003 scritto dallo scrittore australiano Gregory David Roberts.

Shantaram è la storia schietta e anti-retorica di un latitante, basata sull’esperienza di Roberts, al tempo rapinatoreeroinomane, evaso dal carcere di Pentridge e rifugiatosi in India, dove ha poi vissuto per dieci anni. In fuga a Bombay, apre un piccolo ambulatorio gratuito in uno slum (baraccopoli) del terzo mondo, lavora per il principale boss della mafia di Bombay, opera come riciclatore di denaro sporco e come “soldato di strada”,[1] affronta le armi russe nelle montagne dell’Afghanistan e si guadagna il soprannome – attribuitogli con acume dalla madre della prima persona, ritenuta affidabile, incontrata a Bombay – di Shantaram, che in lingua marathi significa “uomo di pace” ovvero “uomo della pace di Dio“.

Trama

Nel 1978, Roberts viene condannato a 19 anni di reclusione per alcune rapine commesse quando era tossicodipendente, ma nel luglio del 1980 evade dal carcere di massima sicurezza dello Stato di Victoria in pieno giorno, divenendo da quel momento uno degli uomini più ricercati dell’Australia per tutto il decennio successivo.

Per la maggior parte del periodo di latitanza, Roberts vive a Bombay. Dopo aver conosciuto un uomo del posto, Prabaker, che diventerà il suo miglior amico, organizza una clinica gratuita negli slum, le baraccopoli indiane, in cui impara a conoscere la cultura indiana e le caratteristiche della gente che avrebbe poi finito per amare intensamente.

A causa della sua attività subisce la vendetta della più famosa e influente maîtresse di Bombay, che lo fa arrestare senza un reale capo d’accusa. Rimarrà rinchiuso in carcere, picchiato selvaggiamente e maltrattato, per circa quattro mesi finché un suo amico, su richiesta di Abdel Khader Khan, il capo di uno dei clan mafiosi più potenti di Bombay, lo farà liberare.

Successivamente inizia a lavorare per lo stesso Abdel Khader Khan, operando nel riciclaggio di valuta e nella contraffazione di passaporti. Al contempo, condivide le responsabilità dei suoi nuovi amici, incontrati nel lavoro che svolge presso gli slums. Vivrà poi molte avventure, tra cui parecchi scontri con gang criminali del luogo e l’ingresso negli affari di Bollywood (l’industria cinematografica indiana).

Più avanti si dedicherà ad una missione finalizzata al contrabbando d’armi in favore dei mujaheddin afghani e nel corso di questa lunga spedizione, durante la quale il suo gruppo sarà coinvolto in alcuni episodi di guerriglia, arriva fino alle porte di Kandahar. In tale contesto avviene l’uccisione del suo mentore Khan. Da quel momento tutto gli appare sbagliato e orrendo, e cade in depressione, ritenendo che tutti i suoi amici, Prabaker compreso, siano morti.

Conclude acquisendo la consapevolezza di dover combattere per ciò che crede giusto, e costruirsi una vita onesta a Bombay

Evita Greco in La luce che resta

La scrittura di Evita Greco si svela maieuticamente ascoltandola e ascoltandola ancora.Bruno Quaranta, ttl – TuttolibriSe esiste davvero un Dio delle piccole cose deve aver toccato la mano di Evita Greco.Davide Turrini, Il Fatto QuotidianoEvita Greco ha una voce solo sua.Chiara Gamberale, Io Donna

Anche il cielo più scuro nasconde un raggio di sole.

«La verità è che io non sono pronta. È come se ognuno di noi fosse fatto di pezzi da dover tenere insieme. Poi a un certo punto ci si accorge che forse qualche pezzo manca. E lo si va a cercare. Tu sei il pezzo che mi manca. Voglio che tu sappia che, se anche forse non sono pronta per essere una madre perfetta, sono pronta per fare spazio al pezzo che sei tu. Sono pronta per spostare tutti gli altri, in modo tale che tu possa essere tu.»

Il paesaggio scorre veloce al di là dei grandi finestrini. Come ogni giorno, Carlo è sul treno. Non è lì per andare al lavoro. È lì per seguire sua madre. Nel breve spazio che intercorre tra una fermata e l’altra del convoglio regionale, Filomena rivive il ricordo che le è più caro: un viaggio in moto, con il vento tra i capelli, stretta a quello che sarebbe diventato l’uomo della sua vita. Carlo è lì per proteggerla, per prendersi cura di lei. Come lei non è mai riuscita a fare con lui, ma come lui fa da sempre. Come si è ripromesso di fare sin da quando era bambino. Come fa ancora oggi, trent’anni dopo: la sua vita è come bloccata, frenata dal legame, troppo stretto, con la madre. Troppo radicato nelle pieghe del tempo. Fino al giorno in cui, su quel treno, Carlo incontra una donna, Cara, e la sua bambina. Qualcosa di magico le unisce. Un linguaggio unico, fatto di storie raccontate, di risate, di gesti semplici, di allegria. Tutto ciò che Carlo non ha mai vissuto, e che fa nascere in lui il desiderio di far parte di quell’amore, di riceverne anche solo un piccolo pezzo. Perché anche un piccolo pezzo può essere sufficiente. A mano a mano che i due si avvicinano, in Carlo riaffiorano sentimenti dimenticati da tempo. Sentimenti difficili da ascoltare o da negare. Eppure, proprio grazie alla dolcezza di Cara e di sua figlia, Carlo fa finalmente i conti con sua madre. Con l’infanzia che l’ha fatto diventare l’uomo che è ora. Con i suoi pregi e i suoi difetti. Ma soprattutto scopre un segreto sepolto nel passato della sua famiglia. Un segreto che, come una crepa, aprirà un varco nella sua anima per permettere alla luce di penetrarvi ancora.

Evita Greco è una delle voci più stimate del panorama letterario italiano. Un’autrice pubblicata in dieci paesi, vincitrice del prestigioso Premio Rapallo opera prima. Un romanzo sull’essere madre e sul sentirsi figli. Sulle responsabilità e sui sogni. Sul prendersi cura degli altri e delle loro debolezze. Una storia dove il concetto di famiglia si allarga per racchiudere tutto l’amore possibile.


Quello che non si doveva dire di Enzo Biagi

Fu un partigiano https://www.facebook.com/FabrizioMassimillaBlog/videos/1908121639427825/

Enzo Marco Biagi (Lizzano in Belvedere, 9 a

gosto 1920 – Milano, 6 novembre 2007) è stato un giornalista, scrittore, conduttore televisivo e partigiano italiano. È stato uno dei volti più popolari del giornalismo italiano del XX secolo.[1][2] Enzo Biagi nel 1976 Biografia Modifica Gli esordi Modifica «Ho sempre sognato di fare il giornalista, lo scrissi anche in un tema alle medie: lo immaginavo come un “vendicatore” capace di riparare torti e ingiustizie […] ero convinto che quel mestiere mi avrebbe portato a scoprire il mondo» (Enzo Biagi (Era ieri)) Nato nel piccolo borgo appenninico di Pianaccio, all’età di nove anni si trasferì a Bologna nel rione di Porta Sant’Isaia, dove il padre Dario (1891-1942) lavorava già da qualche anno come vice capo magazziniere in uno zuccherificio. L’idea di diventare giornalista nacque in lui dopo aver letto Martin Eddi Jack London. Frequentò l’istituto tecnico per ragionieri Pier Crescenzi, dove con altri compagni diede vita ad una piccola rivista studentesca, Il Picchio, che si occupava soprattutto di vita scolastica. Il Picchio fu soppresso dopo qualche mese dal regime fascista e da allora nacque in Biagi una forte indole antifascista.[3] Enzo Biagi con Lucia Ghetti nel 1943 Nel 1937, all’età di diciassette anni, cominciò a collaborare con il quotidiano bolognese L’Avvenire d’Italia, occupandosi di cronaca, di colore e di piccole interviste a cantanti lirici. Il suo primo articolo fu dedicato al dilemma, vivo nella critica dell’epoca, se il poeta di Cesenatico Marino Moretti fosse o no crepuscolare. Nel 1940 fu assunto in pianta stabile dal Carlino Sera, edizione pomeridiana del Resto del Carlino, il principale quotidiano bolognese, come estensore di notizie, ovvero colui che si occupa di sistemare gli articoli portati in redazione (il lavoro di “cucina”, come si dice in gergo). Nel 1942 fu chiamato alle armi ma non partì per il fronte a causa di problemi cardiaci (che lo accompagneranno per tutta la vita). Il 18 dicembre 1943 si sposò con Lucia Ghetti, maestra elementare. Poco dopo fu costretto a rifugiarsi sulle montagne, dove aderì alla Resistenza combattendo nelle brigate Giustizia e Libertà legate al Partito d’Azione, di cui condivideva il programma e gli ideali. In realtà Biagi non combatté mai: il suo comandante, infatti, pur senza dubitare della sua fedeltà lo trovava troppo gracile. Prima gli diede compiti di staffetta, poi gli affidò la stesura di un giornale partigiano, Patrioti, di cui Biagi era in pratica l’unico redattore e con il quale informava la gente sul reale andamento della guerra lungo la Linea Gotica. Del giornale uscirono appena quattro numeri: la tipografia fu distrutta dai tedeschi. Biagi considerò sempre i mesi che passò da partigiano come i più importanti della sua vita: in memoria di ciò, volle che la sua salma fosse accompagnata al cimitero sulle note di Bella ciao.[4] Terminata la guerra, Biagi entrò con le truppe alleate a Bologna e fu proprio lui ad annunciare dai microfoni del Psychological Warfare Branch alleato l’avvenuta liberazione. Poco dopo fu assunto come inviato speciale e critico cinematografico al Resto del Carlino che all’epoca aveva cambiato il suo nome in Giornale dell’Emilia. Nel 1946 seguì come inviato speciale il Giro d’Italia, nel 1947 partì per la Gran Bretagna dove raccontò il matrimonio della futura regina Elisabetta II. Fu il primo di una lunga serie di viaggi all’estero come “testimone del tempo” che contrassegneranno tutta la sua vita. Gli anni cinquanta e sessanta Modifica La prima direzione: Epoca Modifica I partigiani di “Giustizia e Libertà” entrano nella Bologna liberata: tra loro c’era anche il giovane Enzo Biagi. Nel 1951 si recò, per conto del Carlino, in Polesine dove, con una cronaca rimasta negli annali, descrisse l’alluvione che flagellava la provincia di Rovigo; nonostante il grande successo che riscossero quegli articoli, Biagi venne isolato all’interno del giornale per via di alcune sue dichiarazioni contrarie alla bomba atomica, che lo fecero passare per un comunista e che lo fecero considerare, quindi, un “pericoloso sovversivo” per il suo direttore. Gli articoli sul Polesine furono letti però anche da Bruno Fallaci, direttore del settimanale Epoca, alla ricerca di nuovi elementi per le sue redazioni. Fallaci lo chiamò a lavorare come caporedattore al periodico[5]. Biagi e la sua famiglia (erano già nate due figlie, Bice e Carla; nel 1956 arriverà Anna) lasciarono quindi l’amata Bologna per Milano. Nel 1952 Epoca attraversava un momento difficile. Alla ricerca di scoop esclusivi da poter pubblicare in Italia, il nuovo direttore Renzo Segala, subentrato da un mese a Bruno Fallaci, decise di partire per l’America affidando a Biagi la guida del giornale per due settimane, stabilendo già in partenza i temi da affrontare durante la sua assenza e cioè il ritorno di Trieste all’Italia e l’inizio della primavera. Nel frattempo scoppiò però il “caso Wilma Montesi”: una giovane ragazza romana venne ritrovata morta sulla spiaggia di Ostia; ne nacque uno scandalo in cui rimase coinvolta l’alta borghesia laziale, il prefetto di Roma e Piero Piccioni, figlio del ministro Attilio Piccioni, il quale rassegnò le dimissioni. Biagi, intuendo la grande risonanza che il caso Montesi stava avendo nel Paese, decise, contro ogni disposizione, di dedicare a esso la copertina e di pubblicare un’inedita ricostruzione dei fatti. Fu un successo clamoroso: la tiratura di Epoca crebbe di oltre ventimila copie in una sola settimana e Mondadori tolse la direzione a Segàla, da poco tornato dagli Stati Uniti, affidandola proprio a Biagi. Sotto la direzione di Biagi, Epoca s’impose nel panorama delle grandi riviste italiane surclassando la storica concorrenza de l’Espresso e del’Europeo. La formula di Epoca, a quel tempo innovativa, punta a raccontare con riepiloghi e approfondimenti le notizie della settimana e le storie dell’Italia del boom. Un altro scoop esclusivo sarà la pubblicazione di fotografie che raffigurano un umanissimo papa Pio XII che gioca con un canarino. Nel 1960 un articolo sugli scontri di Genova e Reggio Emilia contro il governo Tambroni (che avevano provocato la morte di dieci operai in sciopero, tanto da essere definita strage di Reggio Emilia) provocò una dura reazione dello stesso governo, per cui Biagi fu costretto a lasciare Epoca. Qualche mese dopo fu assunto dalla Stampa come inviato speciale. L’arrivo alla Rai: il Telegiornale Modifica La storica sede del Corriere della Sera a Milano, dove Biagi lavorò e scrisse per molti anni. Il 1º ottobre 1961 divenne direttore del Telegiornale. Biagi si mise subito all’opera, applicando la formula di Epoca al TG, dando meno spazio alla politica e maggiormente ai “guai degli italiani”, come chiamava le mancanze del nostro sistema. Realizzò una memorabile intervista a Salvatore Gallo, l’ergastolano ingiustamente rinchiuso a Ventotene, la cui vicenda porterà in seguito il Parlamento ad approvare la revisione dei processi anche dopo la sentenza di cassazione. Dedicò servizi agli esperimenti nucleari dell’Unione Sovietica che avevano seminato il panico in tutta Europa. Fece assumere in Rai grandi giornalisti come Giorgio Bocca e Indro Montanelli,[6] ma anche giovani come Enzo Bettiza ed Emilio Fede, destinati a una lunga carriera. Nel novembre del 1961 arrivarono inevitabili le prime polemiche: il democristiano Guido Gonella, in un’interrogazione parlamentare al ministro dell’Interno Mario Scelba – poi passata alla storia per gli attacchi alle gambe nude delle gemelle Kessler, – accusò Enzo Biagi di essere fazioso e di “non essere allineato all’ufficialità”. Un’intervista in prima serata al leader comunista Palmiro Togliatti gli procurò un duro attacco da parte dei giornali di destra, che iniziano una campagna aggressiva contro di lui. Nel marzo del 1962 lanciò il primo rotocalco televisivo della televisione italiana: RT Rotocalco Televisivo[7]. Apparve per la prima volta in video; il timido Biagi ricorderà sempre come un tormento le sue prime registrazioni. Condusse la trasmissione fino al 1968. A Roma tuttavia Biagi si sentiva con le mani legate. Le pressioni politiche erano insistenti; Biagi aveva già detto di no a Giuseppe Saragat, che gli proponeva alcuni servizi, ma resistere era difficile malgrado la solidarietà pubblica che gli arriva da personaggi celebri del periodo come Giovannino Guareschi, Garinei e Giovannini, Giangiacomo Feltrinelli, Liala e dallo stesso Bernabei. «Ero l’uomo sbagliato al posto sbagliato: non sapevo tenere gli equilibri politici, anzi proprio non mi interessavano e non amavo stare al telefono con onorevoli e sottosegretari […] Volevo fare un telegiornale in cui ci fosse tutto, che fosse più vicino alla gente, che fosse al servizio del pubblico non al servizio dei politici.» (Enzo Biagi) Nel 1963 decise di dimettersi – dopo l’ultima puntata chiusa da I ragazzi di Arese di Gianni Serra – e di tornare a Milano dove divenne inviato e collaboratore dei quotidiani Corriere della Sera e La Stampa. Nel 1967 entrò nel gruppo Rizzoli come direttore editoriale[8]. Firmava i suoi pezzi sul settimanale L’Europeo e trasformò il periodico letterario Novella in un giornale di cronaca rosa. Nel 1968 tornò alla Rai per la realizzazione di programmi di approfondimento giornalistico. Tra i più seguiti e innovativi: Dicono di lei (dal 17 maggio 1969), una serie di interviste a personaggi famosi, tramite frasi, aforismi, aneddoti sulle loro personalità e Terza B, facciamo l’appello (1971), in cui personaggi famosi incontravano dei loro ex compagni di classe, amici dell’adolescenza, i primi timidi amori. Gli anni settanta, ottanta, novanta Modifica «Considero il giornale un servizio pubblico come i trasporti pubblici e l’acquedotto. Non manderò nelle vostre case acqua inquinata.» (Enzo Biagi nel suo editoriale il primo giorno di direzione al Resto del Carlino) Nel 1971 fu nominato direttore de Il Resto del Carlino, con l’obiettivo di trasformarlo in un quotidiano nazionale. Venne data più attenzione alla cronaca e alla politica. Biagi esordì con un editoriale, che intitolò “Rischiatutto” come la celebre trasmissione di Mike Bongiorno, andata in onda su Rai 1, commentando il caos in cui si stavano svolgendo le elezioni del presidente della Repubblica (che videro poi l’elezione di Giovanni Leone) e che tennero impegnato il Parlamento per diverse settimane, concludendosi alla vigilia di Natale dopo 23 giorni. L’editore Attilio Monti era in buoni rapporti con il ministro delle finanze Luigi Preti, che pretendeva che il giornale desse risalto alle sue attività. Biagi ignorò le richieste di Preti; poco dopo però pubblicò la sua partecipazione ad una festa al Grand Hotel di Rimini, che Preti smentì vigorosamente. La replica di Biagi (“ci dispiace che lo sbadato cronista abbia preso un abbaglio; siamo però convinti che i ministri, anche se socialisti, non hanno il dovere di vivere sotto i ponti”) mandò Preti su tutte le furie, tanto da premere per il suo allontanamento.[9] Questo episodio, insieme all’intimazione di Monti a Biagi affinché licenziasse alcuni suoi collaboratori – tra cui il sacerdote Nazareno Fabbretti, “colpevole” di aver firmato un’intervista alla madre di don Lorenzo Milani – fu all’origine dell’uscita di Biagi dalla redazione del quotidiano bolognese. Il 30 giugno 1971 firmò il suo addio ai lettori e tornò quindi al Corriere della Sera. Nel 1974, pur senza lasciare il Corriere, collaborò con l’amico Indro Montanelli alla creazione de Il Giornale.[10] Biagi nel 1992 assieme a Carlo Caracciolo, per lungo tempo editore della Repubblica, quotidiano per cui il giornalista scrisse durante la gran parte degli anni ottanta. Dal 1977 al 1980 Biagi ritornò a collaborare stabilmente alla Rai, conducendo Proibito, programma in prima serata su Rai 2, che trattava temi d’attualità. All’interno del programma guidò due cicli d’inchiesta internazionali denominati Douce France (1978) e Made in England (1980). Con Proibito, Biagi iniziò ad occuparsi di interviste televisive, genere di cui sarebbe divenuto un maestro. Nel programma furono intervistati, creando ogni volta scalpore e polemiche, personaggi-chiave dell’Italia dell’epoca come l’ex brigatista Alberto Franceschini, Michele Sindona, il finanziere poi coinvolto in inchieste di mafia e corruzione, e soprattutto il dittatore libico Mu’ammar Gheddafi nei giorni successivi alla caduta dell’aereo di Ustica. In quest’ultima occasione il dittatore libico sostenne che si trattava di un attentato organizzato dagli Stati Uniti contro la sua persona e che gli americani quel giorno avevano soltanto “sbagliato bersaglio”; l’intervista finì al centro di una controversia internazionale e il governo dell’epoca ne proibì la messa in onda; l’incontro fu poi regolarmente trasmesso un mese dopo.[9] Nel 1981, dopo lo scandalo della P2 di Licio Gelli, lasciò il Corriere della Sera, dichiarando di non essere disposto a lavorare in un giornale controllato dalla massoneria, come sembrava emergere dalle inchieste della magistratura. Come lui stesso ha rivelato, Gelli, il leader della P2, aveva chiesto all’allora direttore del quotidiano, Franco Di Bella di cacciare Biagi o di mandarlo in Argentina. Di Bella, però si rifiutò.[11] Diventò quindi editorialista della Repubblica, dove rimase fino al 1988, quando ritornò in via Solferino. Nel 1982 condusse la prima serie di Film Dossier, un programma che, attraverso film mirati, puntava a coinvolgere lo spettatore; nel 1983, dopo un programma su Rai 3 dedicato a episodi della seconda guerra mondiale (La guerra e dintorni), tornò su Rai 1: iniziò così a condurre Linea Diretta, uno dei suoi programmi più seguiti, che proponeva l’approfondimento del fatto della settimana, tramite il coinvolgimento dei vari protagonisti. Linea Diretta venne trasmesso fino al 1985. Appena un anno dopo, nel 1986, sempre su Rai Uno, fu la volta di Spot, un settimanale giornalistico in quindici puntate, cui Biagi collaborava come intervistatore. In questa veste, si rese protagonista di interviste storiche come quella a Osho Rajneesh, il famoso e controverso mistico indiano, nell’anno in cui il Partito Radicale cercava di fargli ottenere il diritto di ingresso per l’Italia che gli veniva negato; oppure quella a Michail Gorbačëv, negli anni in cui il leader sovietico iniziava la perestrojka; o quella ancora a Silvio Berlusconi, nei giorni delle polemiche sui presunti favori del governo Craxi nei confronti delle sue televisioni. Berlusconi stava tentando invano di convincere Biagi ad entrare a Mediaset, ma lui rimase in RAI, sia perché legato affettivamente sia perché temeva che, nelle televisioni del Cavaliere, avrebbe avuto minore libertà.[9] Nel 1989 riaprì i battenti, per un anno, Linea Diretta. Questa nuova edizione verrà tra l’altro sbeffeggiata dal Trio composto da Anna Marchesini, Tullio Solenghi e Massimo Lopez, che all’epoca stava conoscendo un grande successo. In precedenza Biagi era stato imitato anche da Alighiero Noschese negli anni settanta; successivamente sarà nel mirino del Bagaglino. Nei primi anni novanta realizzò soprattutto trasmissioni tematiche di grande spessore, come Che succede all’Est? (1990), dedicata alla fine del comunismo, I dieci comandamenti all’italiana (1991)[12], Una storia (1992), sulla lotta alla mafia, dove apparve per la prima volta in televisione il pentito Tommaso Buscetta. Seguì attentamente le vicende dell’inchiesta Mani pulite, con programmi come Processo al processo su Tangentopoli (1993) e Le inchieste di Enzo Biagi (1993-1994). Fu il primo giornalista ad incontrare l’allora giudice Antonio Di Pietro, nei giorni in cui era considerato “l’eroe” che aveva messo in ginocchio Tangentopoli. Il Fatto e l’«editto bulgaro» Modifica Lo stesso argomento in dettaglio: Il Fatto ed Editto bulgaro § Il caso Biagi. Nel 1995 iniziò a condurre la trasmissione Il Fatto, un programma di approfondimento dopo il TG1 sui principali fatti del giorno, di cui Biagi era autore e conduttore; tra le interviste andate in onda nella trasmissione, vanno segnalate quella a Marcello Mastroianni, quella a Sophia Loren, quella a Indro Montanelli e soprattutto le due realizzate a Roberto Benigni. Nel luglio del 2000 la Rai dedicò a Biagi uno speciale in occasione del suo ottantesimo compleanno, intitolato Buon compleanno signor Biagi! Ottant’anni scritti bene, condotto da Vincenzo Mollica. Nel 2004 Il Fatto fu proclamato da una giuria di critici televisivi come il miglior programma giornalistico realizzato nei primi cinquant’anni della Rai.[13] Biagi e Silvio Berlusconi nel 1986 La prima intervista a Benigni era stata rilasciata dopo la vittoria di quest’ultimo ai Premi Oscar del 1997, mentre la seconda venne registrata nel 2001, a ridosso delle elezioni politiche, che poi avrebbero visto la vittoria della Casa delle Libertà. In quest’ultima il comico toscano commentò, a modo suo, il conflitto di interessi e il contratto con gli italiani che Berlusconi aveva firmato qualche giorno prima nel salotto di Bruno Vespa. I commenti provocarono il giorno dopo roventi polemiche contro Biagi, che venne accusato di utilizzare la televisione pubblica per impedire la vittoria di Berlusconi. Al centro della bufera c’erano anche le dichiarazioni che il 27 marzo Indro Montanelli aveva rilasciato al Fatto. Il giornalista aveva attaccato pesantemente il centro-destra, paragonandolo ad un virus per l’Italia e sostenendo che sotto Berlusconi il nostro Paese avrebbe vissuto una “dittatura morbida in cui al posto delle legioni quadrate avremmo avuto i quadrati bilanci”, ovvero molta corruzione. In seguito a queste due interviste diversi politici e giornalisti attaccarono Biagi; tra questi Giulio Andreotti e Giuliano Ferrara, che dichiarò: “Se avessi fatto a qualcuno quello che Biagi ha fatto a Berlusconi, mi sarei sputato in faccia”. La critica più dura arrivò però dal deputato di Alleanza Nazionale e futuro ministro delle comunicazioni Maurizio Gasparri, che auspicò in un’emittente lombarda l’allontanamento dalla Rai dello stesso Biagi.[9] Biagi fu quindi denunciato all’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni per “violazione della par condicio”, ma venne poi assolto con formula piena. Il 18 aprile del 2002 l’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, mentre si trovava in visita ufficiale a Sofia, rilasciò una dichiarazione riportata dall’Agenzia Ansa e passata poi alla cronaca con la definizione giornalistica di «editto bulgaro». Berlusconi, commentando la nomina dei nuovi vertici Rai, resi pubblici il giorno prima, si augurò che “la nuova dirigenza non permettesse più un uso criminoso della televisione pubblica” come, a suo giudizio, era stato fatto dal giornalista Michele Santoro, dal comico Daniele Luttazzi e dallo stesso Biagi. Biagi replicò quella sera stessa nella puntata del Fatto, appellandosi alla libertà di stampa[14]: «Il presidente del Consiglio non trova niente di meglio che segnalare tre biechi individui: Santoro, Luttazzi e il sottoscritto. Quale sarebbe il reato? […] Poi il presidente Berlusconi, siccome non intravede nei tre biechi personaggi pentimento e redenzione, lascerebbe intendere che dovrebbero togliere il disturbo. Signor presidente, dia disposizioni di procedere perché la mia età e il senso di rispetto che ho verso me stesso mi vietano di adeguarmi ai suoi desideri […]. Sono ancora convinto che perfino in questa azienda (che come giustamente ricorda è di tutti, e quindi vorrà sentire tutte le opinioni) ci sia ancora spazio per la libertà di stampa; sta scritto – dia un’occhiata – nella Costituzione. Lavoro qui in Rai dal 1961, ed è la prima volta che un Presidente del Consiglio decide il palinsesto […]. Cari telespettatori, questa potrebbe essere l’ultima puntata del Fatto. Dopo 814 trasmissioni, non è il caso di commemorarci. Eventualmente, è meglio essere cacciati per aver detto qualche verità, che restare a prezzo di certi patteggiamenti.» Fu l’inizio, per Enzo Biagi, di una lunga controversia fra lui e la Rai, con numerosi colpi di scena e un’interminabile serie di trattative che videro prima lo spostamento di fascia oraria del Fatto, poi il suo trasferimento su Rai 3 e infine la sua cancellazione dai palinsesti. Biagi, sentendosi preso in giro dai vertici della Rai e credendo che non gli sarebbe mai stata affidata alcuna trasmissione, decise a settembre di non rinnovare il suo contratto con la televisione pubblica, che fu risolto dopo 41 anni di collaborazione il 31 dicembre 2002. Nel corso del 2002 i rapporti con Berlusconi si deteriorarono sempre più a causa della pregiudiziale morale che per Biagi era imprescindibile; infatti, a tal proposito disse: «uno che fa battute come quella di Berlusconi dimostra che, nonostante si alzi i tacchi, non è all’altezza. Un presidente del Consiglio che ha conti aperti con la giustizia avrebbe dovuto avere la decenza di sbrigare prima le sue pratiche legali e poi proporsi come guida del Paese. (Il Fatto, 8 aprile 2002)» Nel novembre dello stesso 2002 divenne uno dei fondatori e garanti dell’associazione culturale Libertà e Giustizia, spesso critica verso l’operato dei governi guidati da Berlusconi. Gli ultimi anni: il ritorno in televisione Modifica In questo stesso periodo, Biagi fu colpito da due gravi lutti: la morte della moglie Lucia il 24 febbraio 2002 e della figlia Anna il 28 maggio 2003, cui era legatissimo, scomparsa improvvisamente per un arresto cardiaco.[15] Questa morte lo segnò per il resto della sua vita. Continuò a criticare aspramente il governo Berlusconi, dalle colonne del Corriere della Sera. L’atto più clamoroso fu quando (in seguito al famoso episodio di Berlusconi che con il dito medio alzato durante un comizio a Bolzano espresse che cosa pensava dei suoi critici) chiese “scusa, a nome del popolo italiano, perché il nostro presidente del Consiglio non ha ancora capito che è un leader di una democrazia”. Berlusconi replicò dichiarandosi stupito che “il Corriere della Sera pubblicasse i racconti di un vecchio rancoroso come Biagi”.[16] Il comitato di redazione del Corriere protestò con una lettera aperta indirizzata a Berlusconi, dicendosi orgoglioso che un giornalista come Biagi lavorasse nel suo quotidiano e sostenendo che “in Via Solferino lavorano dei giornalisti non dei servi”. Tornò in televisione, dopo due anni di silenzio, alla trasmissione Che tempo che fa, intervistato per una ventina di minuti da Fabio Fazio. Il suo ritorno in televisione registrò ascolti record per Rai 3 e per la stessa trasmissione di Fazio.[17] Biagi tornò poi altre due volte alla trasmissione di Fazio, testimoniando ogni volta il suo affetto per la Rai («la mia casa per quarant’anni») e la sua particolare vicinanza a Rai 3. Biagi intervenne anche al Tg3 e in altri programmi della Rai. Invitato anche da Adriano Celentano nel suo Rockpolitik, in onda su Rai 1, in una puntata dedicata alla libertà di stampa assieme a Santoro e Luttazzi, Biagi (con Luttazzi) declinò l’invito per il fatto che nella rete ammiraglia della Rai c’era la presenza delle persone che avevano chiuso il suo programma; tra queste persone sarebbe stato compreso anche l’allora direttore Fabrizio Del Noce. Enzo Biagi nel 2006 Negli ultimi anni scrisse anche con il settimanale L’Espresso e le riviste Oggi e TV Sorrisi e Canzoni. Nell’agosto del 2006, intervenendo su il Tirreno, avanzò delle perplessità circa la sentenza di primo grado emessa dagli organi di giustizia sportiva in relazione allo scandalo che colpì il calcio italiano a partire dal maggio dello stesso anno e noto giornalisticamente come Calciopoli. Nella sua ultima intervista a Che tempo che fa, nell’autunno del 2006 Biagi affermò che il suo ritorno in Rai era molto vicino e, al termine della trasmissione, il direttore generale della Rai, Claudio Cappon, telefonando in diretta, annunciava che l’indomani stesso Biagi avrebbe firmato il contratto che lo riportava in TV. Il 22 aprile 2007 tornò in televisione con RT Rotocalco Televisivo, aprendo la trasmissione con queste parole: «Buonasera, scusate se sono un po’ commosso e magari si vede. C’è stato qualche inconveniente tecnico e l’intervallo è durato cinque anni. C’eravamo persi di vista, c’era attorno a me la nebbia della politica e qualcuno ci soffiava dentro… Vi confesso che sono molto felice di ritrovarvi. Dall’ultima volta che ci siamo visti, sono accadute molte cose. Per fortuna, qualcuna è anche finita.» (Editoriale dal sito ufficiale della trasmissione) Essendo alla vigilia della festa del 25 aprile, l’argomento della puntata fu la resistenza, sia in senso moderno, come di chi resiste alla camorra, fino alla Resistenza storica, con interviste a chi l’ha vissuta in prima persona. La trasmissione andò in onda per sette puntate, oltre allo speciale iniziale, fino all’11 giugno 2007. Sarebbe dovuta riprendere nell’autunno successivo. Ciò non avvenne a causa dell’improvviso aggravarsi delle condizioni di salute di Biagi. La morte Modifica Ricoverato per oltre dieci giorni in una clinica milanese, a causa di un edema polmonare acuto e di sopraggiunti problemi renali e cardiaci, Enzo Biagi morì all’età di 87 anni la mattina del 6 novembre 2007. Pochi giorni prima di morire, disse a un’infermiera «Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie…», ricordando Soldati di Ungaretti, e aggiungendo «ma tira un forte vento».[18] I funerali del giornalista si svolsero nella chiesa del piccolo borgo natale di Pianaccio, vicino a Lizzano in Belvedere, e la sepoltura avvenne nel piccolo cimitero poco distante. La messa esequiale venne officiata dal cardinale Ersilio Tonini, suo vecchio amico, alla presenza del presidente del Consiglio Romano Prodi, dei vertici Rai e di molti colleghi, come Ferruccio de Bortoli e Paolo Mieli. Nei giorni precedenti era stata aperta a Milano la camera ardente che vide una partecipazione popolare immensa, definita “stupefacente” dalle sue stesse figlie. Alle redazioni dei giornali e ai familiari arrivarono lettere di cordoglio e di condoglianze da ogni parte d’Italia, anche la maggioranza dei principali siti Internet e molti blog lo ricordarono con parole affettuose, segno della grande commozione che la sua scomparsa aveva provocato. Successivamente furono molte le iniziative per ricordarlo. Michele Santoro gli dedicò una puntata nella sua trasmissione Annozero titolata “Biagi, partigiano sempre”; Blob e Speciale TG1 riproposero i filmati dei suoi programmi più significativi; il Corriere della Sera organizzò una serata commemorativa presso la Sala Montanelli, la Rai invece lo onorò con una serata presso il teatro Quirino a Roma trasmessa in diretta su Rai News 24 e poi in replica su Rai Tre in seconda serata.[19] Omaggi Modifica A partire dall’11 marzo 2008 Rai 3 ha iniziato a trasmettere un ciclo chiamato RT Rotocalco Televisivo Era Ieri dedicato alla televisione di Enzo Biagi e alle sue interviste ai protagonisti del XX secolo. Nello stesso mese, è stato istituito il “Premio Nazionale Enzo Biagi”, consegnato ai giornalisti e agli scrittori “che mostrano esempio di libertà”. Il primo vincitore è stato lo scrittore Roberto Saviano. Il comitato promotore del premio è presieduto da due delle sue tre figlie, Carla e Bice, quest’ultima anche lei giornalista. Il comune di Crotone ha istituito il “Premio Nati per Scrivere-Enzo Biagi” per premiare il giovane cronista dell’anno. La provincia di Bologna ha creato il “Premio Enzo Biagi per i Cronisti Locali”. Enzo Biagi appare nel videoclip di Buonanotte all’Italia, brano di Luciano Ligabue. Durante il tour del cantante emiliano, il video è stato mostrato sui maxischermi: la folla ha applaudito al momento in cui appare Biagi, tributo riservato ad altri grandi presenti nel filmato come Paolo Borsellino, Giovanni Falcone, Marco Pantani, Alberto Sordi.[20][21] Nel mese di dicembre 2008, il consiglio comunale di Milano (con i voti del Popolo della Libertà e della Lega Nord) respingeva la proposta di consegnare l’Ambrogino d’oro alla memoria al giornalista. Per protesta, il gruppo musicale Elio e le Storie Tese rifiutava l’Ambrogino che avevano vinto nello stesso anno.[22] Il giornale Il Fatto Quotidiano, che ha esordito nelle edicole il 23 settembre 2009, è stato chiamato così in omaggio alla sua trasmissione più famosa.[23] Critiche Modifica Secondo quanto scritto da Roberto Gervaso nel suo libro Ve li racconto io, una parte della critica sosterrebbe che Enzo Biagi scriveva nei suoi libri “sempre le stesse cose”.[24] Bettino Craxi, intervistato a proposito del giornalista, ha dichiarato che non gli piaceva più perché faceva del “moralismo un tanto al chilo”, in seguito alle critiche che Biagi aveva riservato a Craxi e ai suoi governi, soprattutto in alcuni articoli sul Corriere della Sera. Successivamente, l’accusa di moralismo sarà estesa da Craxi a tutti coloro che non condividevano la politica del PSI negli anni ottanta.[9] Scriverà più tardi lo stesso Biagi: «Questa storia del moralismo fu per Craxi una specie di ossessione. Poi le vicende giudiziarie ci hanno indotto a dedurre che, per lui, il Codice Penale era più che altro una questione di stati d’animo.[9]» Il giornalista Sergio Saviane lo soprannominò ironicamente “Banal Grande”, sulla rubrica che teneva ne L’Espresso. Nel 1988, commentando l’uscita de Il sole malato, il libro di Biagi sull’AIDS, Giorgio Bocca scrisse polemicamente[25]: «Si butta su tutte le disgrazie. Ogni volta che esce un libro di Enzo devo per forza toccarmi le palle.» Biagi gli rispose: «Caro Giorgio, fai prima a toccarti la testa» Nel 2001, con una serie di articoli pubblicati da Panorama, Giuliano Ferrara criticò l’atteggiamento di Biagi verso Silvio Berlusconi. Dopo le interviste a Montanelli e a Benigni, che contenevano critiche a Berlusconi stesso, Ferrara dichiarò che secondo lui Biagi avrebbe fatto bene a “sputarsi in faccia” per quello che stava facendo, etichettandolo poi come ipocrita e arrogante. Inoltre definì una “sceneggiata” le polemiche nate dopo l’editto bulgaro e il suo allontanamento dalla Rai. Biagi rispose ricordando che la stessa cifra è stata stabilita come “equa per la chiusura di un contratto” dall’ordinanza di un giudice a favore di Michele Santoro, anche lui allontanato dopo l’editto bulgaro.[senza fonte] Onorificenze Modifica Cavaliere di gran croce dell’Ordine al merito della Repubblica italiana — 15 dicembre 1995[26] Grande ufficiale dell’Ordine al merito della Repubblica italiana — 27 dicembre 1967[27] Riconoscimenti Modifica 1953 – Premio Riccione per Giulia viene da lontano[28] 1971 – Premio Bancarella per Testimone del tempo[29] 1979 – Premio Saint-Vincent per il giornalismo 1979 – Medaglia d’Oro di Civica Benemerenza del Comune di Milano 1993 – Presidente Onorario della Giuria del Premio “È giornalismo” 2003 – Cittadinanza Onoraria di Fucecchio, paese natale di Indro Montanelli 2004 – Premio alla trasmissione Il Fatto come miglior programma giornalistico dei primi cinquant’anni della Rai[29] 2005 – Premio giornalistico televisivo Ilaria Alpi alla Carriera[30] Lauree honoris causa Modifica Laurea honoris causa in Scienze della comunicazione dall’Università di Bologna — 12 giugno 1997[31][32] Laurea honoris causa in Storia dall’Università degli Studi di Torino «Maestro di moralità e di dignità civile, acuto osservatore della storia del XX secolo» — 15 giugno 2000[32][33] Laurea honoris causa in Comunicazione pubblica, sociale e d’impresa dall’Università di Pisa «Biagi non ha soltanto dato un apporto di grande rilevanza al giornalismo italiano, ma ha contribuito enormemente alla crescita culturale di milioni di cittadini, appartenenti a diversi strati sociali, su temi di attualità, politica, costume, etica pubblica, arrivando a rappresentare una parte rilevante della storia del nostro Paese e un modello di vero, grande maestro vivente della comunicazione in Italia» — 14 febbraio 2004[32][34] Laurea honoris causa in Nuovi Media e Comunicazione Multimediale dall’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia «Per aver avuto il merito di spiegare e far capire a tutti che cosa stava succedendo nel mondo intorno a loro» — 11 maggio 2006[32][35] Titolazioni Modifica Sono stati titolati a Enzo Biagi: L’istituto comprensivo di scuola materna, elementare e media del quartiere Cesano di Roma. (2009)[36] Il Centro Documentale del Parco regionale del Corno alle Scale sull’Appennino bolognese. L’area verde dietro la chiesa di Santa Maria presso San Celso a Milano.[37] Strade nei comuni di Cinisello Balsamo, San Giovanni in Persiceto, Cambiago, Medicina.[38][39] Una strada nel quartiere di Resuttana-San Lorenzo a Palermo. Una piazza e un monumento, raffigurante una penna in acciaio stilizzata e alta 5 metri, ai confini fra i comuni di Fucecchio e Santa Croce sull’Arno. La nuova Scuola Elementare della frazione Villa Fontana nel comune di Medicina. La Biblioteca comunale di Agrate Brianza, alla quale la famiglia Biagi ha donato parte dei suoi libri. Settembre 2009 viene intitolata a Enzo Biagi la biblioteca comunale di Candiolo alla presenza delle figlie. Il “Palazzo dello Sport e della Cultura” di Lizzano in Belvedere La sala conferenze della Sala Borsa di Piazza Maggiore a Bologna Opere Modifica I libri pubblicati da Enzo Biagi hanno venduto più di 12 milioni di copie[1] e sono stati tradotti in diversi Paesi fra cui Germania, Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, Spagna e Giappone.[1] Nella recensione a un suo libro, Indro Montanelli individuò alcuni punti salienti della sua pubblicistica[40]: «la narrativa di Biagi la conosciamo benissimo, e la riconosciamo sin dalla prima frase, regolarmente rapida, sàpida, spesso tagliente, sempre incisiva… Biagi è tutto l’opposto di un dissipatore. Anzi, forse perché è nato poverissimo, è abituato a tesaurizzare tutto. Eppure, nel gioco della memoria, sul cui filo sempre cammina, butta via a piene mani. Ci sono in questo libro, come in tanti altri libri che lo hanno preceduto, dei ritratti, ognuno dei quali, anche a farlo con parsimonia, poteva riempirgli venti, trenta, cinquanta pagine. Biagi te le rende in cinque righe. E, a ripensarci, ci si accorge che bastano. Ma che scialo, anche per un uomo ricco d’incontri e di esperienze come lui. Azzardo un’ipotesi che certamente lui smentirà. Ma secondo me ciò che incalza Biagi e gl’impedisce di attardarsi su un personaggio o una situazione è la paura del patetico. Si tratti anche del figuro più efferato o della vicenda più odiosa, la sua capacità d’immedesimazione è tale da suscitare sempre in lui una commossa partecipazione, cui teme di cedere e di concedere. Mescolata all’inchiostro c’è sempre, nella penna di Biagi, una lacrima accuratamente nascosta. E in questo pudore sta il suo fascino» Saggistica Modifica È di scena Pietro Gubellini, Bologna, Testa, 1939. Belle favole di tutti i tempi, a cura di e con Dario Zanelli, Bologna, Cappelli, 1947. Dieci anni della nostra vita. Un documentario di “Epoca”, realizzato con Sergio Zavoli, Milano, A. Mondadori, 1960. 50 anni d’amore. Mezzo secolo di sospiri, ricordi e illusioni, raccontato con Sergio Zavoli, Milano, Rizzoli, 1961. Crepuscolo degli dei, Milano, Rizzoli, 1962. Cardinali e comunisti. All’Est qualcosa di nuovo. Ungheria, Polonia, Cecoslovacchia: Enzo Biagi racconta la storia di un mondo che muore, e i drammi, le speranze di un mondo che vuol vivere, Milano, Rizzoli, 1963. 1945-1965. Altri vent’anni della nostra vita, realizzato con Sergio Zavoli, Milano, A. Mondadori, 1965. L’uomo non deve morire, Milano, Garzanti, 1965-1969. Mamma Svetlana, nonno Stalin, Milano, Rizzoli, 1967. Padre Pio. La fede e i miracoli di un uomo del Signore, redatto con Silvio Bertoldi, Guido Gerosa, Sandro Mayer e Marco Pancera, Milano, Rizzoli, 1968. Storie di questi giorni, Milano, Rizzoli, 1969. La luna è nostra. Storie e drammi di uomini coraggiosi, redatto con Antonio De Falco, Guido Gerosa, Gino Gullace, Gian Franco Venè e Lorenzo Vincenti, Milano, Rizzoli, 1969. Testimone del tempo, Torino, SEI, 1970. Dai nostri inviati in questo secolo. I grandi fatti e i grandi personaggi nel racconto di grandi giornalisti, a cura di, Torino, SEI, 1971. Di progresso si muore, con altri, Bologna, Edizioni Skema, 1971. La vita e i giorni. Corso di storia per la scuola media, con Letizia Alterocca, Anna Doria e Vittorio Morone, 3 voll., Torino, SEI, 1972. Gente che va, Torino, SEI, 1972. Dicono di lei, Torino, SEI, 1974; introduzione di Alberto Ronchey, Milano, BUR, 1978. L’enciclopedia divertente, Milano, Rizzoli, 1974. Il Mississippi, con Giuliano Ferrieri, Guido Gerosa, Gino Gullace, Giuseppe Josca, Eugenio Turri, Novara, Istituto geografico De Agostini, 1975. Il Signor Fiat. Una biografia, Milano, Rizzoli, 1976; 2003, ISBN 88-17-87252-0. Il sindaco di Bologna. Enzo Biagi intervista Renato Zangheri, Vaciglio, Ricardo Franco Levi, 1976. Strettamente personale. Fatti e misfatti, figure e figurine della nostra vita, Milano, Rizzoli, 1977; 1979. Laggiù gli uomini, con Franco Fontana, Vaciglio, Ricardo Franco Levi, 1977. E tu lo sai? Le domande dei ragazzi alle quali i genitori non sanno rispondere. Biagi le ha proposte a grandi personalità mondiali – da Margaret Mead a Federico Fellini, da Enzo Ferrari a Isaac Asimov, da Arthur Schlesinger a Robert White – per aiutarvi a parlare con i vostri figli, Milano, Rizzoli, 1978. Ferrari. La confessione-ritratto di un uomo che ha vinto tutto tranne la vita, Milano, Rizzoli, 1980. Come andremo a incominciare?, con Eugenio Scalfari, Milano, Rizzoli, 1981. Il Buon Paese. Vale ancora la pena di vivere in Italia?, Milano, Longanesi, 1981. Diciamoci tutto, Milano, A. Mondadori, 1983 Mille camere, Milano, A. Mondadori, 1984. Senza dire arrivederci, Milano, A. Mondadori, 1985. Il boss è solo. Buscetta: la vera storia di un vero padrino, Milano, A. Mondadori, 1986. ISBN 88-04-33153-4. Il sole malato. Viaggio nella paura dell’AIDS, Milano, A. Mondadori, 1987, ISBN 88-04-30465-0. Dinastie. Gli Agnelli, i Rizzoli, i Ferruzzi-Gardini, i Lauro, Milano, A. Mondadori, 1988, ISBN 88-04-31718-3. Amori, Milano, Rizzoli, 1988. ISBN 88-17-85139-6. Buoni. Cattivi, Milano, Rizzoli, 1989, ISBN 88-17-85149-3. Lubjanka, Milano, Rizzoli, 1990. ISBN 88-17-85152-3. L’Italia dei peccatori, Milano, Rizzoli, 1991, ISBN 88-17-84134-X. Incontri e addii, Milano, Rizzoli, 1992, ISBN 88-17-85055-1. [Comprende Mille camere e Senza dire arrivederci] Un anno una vita, Roma-Milano, Nuova ERI-Rizzoli, 1992, ISBN 88-17-84205-2. La disfatta. Da Nenni e compagni a Craxi e compagnia, Milano, Rizzoli, 1993, ISBN 88-17-84272-9. “I” come Italiani, Roma-Milano, Nuova ERI-Rizzoli, 1993, ISBN 88-17-84295-8. L’albero dai fiori bianchi, Roma-Milano, Nuova ERI-Rizzoli, 1994. ISBN 88-17-84353-9. Il Fatto, Roma-Milano, Nuova ERI-Rizzoli, 1995, ISBN 88-17-84419-5. Lunga è la notte, Roma-Milano, Nuova ERI-Rizzoli, 1995, ISBN 88-17-84430-6. Quante donne, Roma-Milano, ERI-Rizzoli, 1996, ISBN 88-17-84466-7. La bella vita. Marcello Mastroianni racconta, Roma-Milano, ERI-Rizzoli, 1996, ISBN 88-17-84481-0. Sogni perduti, Milano, Rizzoli, 1997, ISBN 88-17-84523-X. Scusate, dimenticavo, Roma-Milano, RAI-ERI-Rizzoli, 1997, ISBN 88-17-84543-4. Ma che tempi, Roma-Milano, RAI-ERI-Rizzoli, 1998, ISBN 88-17-85260-0. Cara Italia. [“Giusto o sbagliato questo è il mio Paese”], Roma-Milano, RAI-ERI-Rizzoli, 1998, ISBN 88-17-86013-1. Racconto di un Secolo. [Gli uomini e le donne protagonisti del Novecento], Roma-Milano, RAI-ERI-Rizzoli, 1999, ISBN 88-17-86090-5. Odore di cipria, Milano, RAI-ERI-Rizzoli, 1999, ISBN 88-17-86265-7. Come si dice amore, Milano, RAI-ERI-Rizzoli, 2000, ISBN 88-17-86461-7. Giro del mondo, Milano, RAI-ERI-Rizzoli, 2000, ISBN 88-17-86513-3. Dizionario del Novecento. [Gli uomini, le donne, i fatti, le parole che hanno segnato la nostra vita e quella del mondo], Milano, RAI-ERI-Rizzoli, 2001, ISBN 88-17-86780-2. Un giorno ancora, Milano, RAI-ERI-Rizzoli, 2001, ISBN 88-17-86883-3. Addio a questi mondi. Fascismo, nazismo, comunismo: uomini e storie, che cosa è rimasto, Milano, Rizzoli, 2002, ISBN 88-17-87038-2. Cose loro & Fatti nostri, Milano, RAI-ERI-Rizzoli, 2002, ISBN 88-17-87101-X. La mia America, Milano, Rizzoli, 2003, ISBN 88-17-87262-8. Lettera d’amore a una ragazza di una volta, Milano, Rizzoli, 2003, ISBN 88-17-99506-1. L’Italia domanda (con qualche risposta), Milano, Rizzoli, 2004, ISBN 88-17-00433-2. Era ieri, a cura di Loris Mazzetti, Milano, Rizzoli, 2005, ISBN 88-17-00911-3. Quello che non si doveva dire, con Loris Mazzetti, Milano, Rizzoli, 2006, ISBN 88-17-01310-2. Io c’ero. Un grande giornalista racconta l’Italia del dopoguerra. A cura di Loris Mazzetti, Milano, Rizzoli, 2008, ISBN 978-88-17-02589-8. I Quattordici mesi. La mia Resistenza, a cura di Loris Mazzetti, Milano, Rizzoli, 2009, ISBN 978-88-17-03545-3. Consigli per un paese normale, a cura di Salvatore Giannella, Milano, Rizzoli, 2010, ISBN 978-88-17-04157-7. Lezioni di televisione, Prefazione di Bice Biagi. A cura di Giandomenico Crapis, Roma, Rai Eri, 2016, ISBN 978-88-397-1685-9. Non perdiamoci di vista. Un racconto attraverso le interviste che hanno segnato un’epoca, a cura di Loris Mazzetti, Reggio Emilia, Aliberti, 2017, ISBN 978-88-93-23155-8. La vita è stare alla finestra. La mia storia, Collana Saggi, Milano, Rizzoli, 2017, ISBN 978-88-17-09707-9. Storiografie Modifica Dieci anni della nostra vita. Un documentario di “Epoca”, realizzato con Sergio Zavoli, Milano, A. Mondadori, 1960. La seconda guerra mondiale, ed. italiana diretta da, 4 voll., Firenze, Sadea-Della Volpe, 1963-1965. Storia del Fascismo, diretta da, 3 voll., Firenze, Sadea-Della Volpe, 1964. 1945-1965. Altri vent’anni della nostra vita, realizzato con Sergio Zavoli, Milano, A. Mondadori, 1965. 1935 e dintorni, Milano, A. Mondadori, 1982. 1943 e dintorni, Milano, A. Mondadori, 1983. Noi c’eravamo, 1939-1945, Milano, Rizzoli, 1990, ISBN 88-17-85151-5. La Seconda Guerra Mondiale. Parlano i protagonisti, Collana Illustrati, Milano, BUR, 1992, ISBN 978-88-171-1175-1. [Uscì anche in dispense su Il Corriere della Sera: prima nel 1989 e poi nel 1995] 1943. Un anno terribile che segnò la storia d’Italia, Collana Illustrati, Milano, BUR, 1994. Anni di guerra. 1939-1945, Collana Illustrati, Milano, BUR, 1995. Anni di guerra. 1939-1945, Collana Saggi, Milano, BUR, 2005, ISBN 978-88-170-0895-8. [il cofanetto di 3 volumi contiene: Anni di guerra. 1939-1945; La Seconda Guerra Mondiale. Parlano i protagonisti; 1943. Un anno terribile che segnò la storia d’Italia] L’Italia del ‘900, a cura di Loris Mazzetti, 11 voll., Milano, RCS Quotidiani, 2007. Reportage Modifica La geografia di Biagi, Milano, Rizzoli, 1973-1980. [con immagini di importanti illustratori della Rizzoli] America, disegni di John Alcorn, Milano, Rizzoli, 1973. Russia, disegni di Ferenc Pinter, Milano, Rizzoli, 1974. Italia, disegni di Luciano Francesconi, Milano, Rizzoli, 1975. Germanie, disegni di Paolo Guidotti, Milano, Rizzoli, 1976. Scandinavia, disegni di Ferenc Pinter, Milano, Rizzoli, 1977. Francia, disegni di Giovanni Mulazzani, Milano, Rizzoli, 1978. Cina, disegni di Leonardo Mattioli, Milano, Rizzoli, 1979. Inghilterra, disegni di Adelchi Galloni, Milano, Rizzoli, 1980. I padroni del mondo (America, Cina, Russia), Milano, Rizzoli, 1994. ISBN 88-17-84338-5. Romanzi Modifica Disonora il padre. Il romanzo della generazione che ha perduto tutte le guerre, Milano, Rizzoli, I ed. maggio 1975. Una signora così così. Romanzo, Milano, Rizzoli, I ed. 1979. Fumetti (solo testi e soggetti) Modifica Storia d’Italia a fumetti, Milano, Mondadori, 1978-2004. Dai barbari ai capitani di ventura, Milano, Mondadori, 1978. Da Colombo alla Rivoluzione francese, Milano, Mondadori, 1979. Da Napoleone alla Repubblica italiana, Milano, Mondadori, 1980. 1946-1986: 40 anni di repubblica, Milano, Mondadori, 1986. 1946-1996. Cinquant’anni di repubblica, Milano, Mondadori, 1996. ISBN 88-04-42203-3. La storia d’Italia a fumetti, Milano, Mondadori, 2000. ISBN 88-04-48363-6. La nuova storia d’Italia a fumetti. Dall’impero romano ai nostri giorni, Milano, Mondadori, 2004. ISBN 88-04-53507-5. Storia di Roma a fumetti. Dalle origini alle invasioni barbariche, Milano, Mondadori, 1981. Storia dell’oriente e dei greci a fumetti. Dall’Egitto dei faraoni ad Alessandro Magno, Milano, Mondadori, 1982. Storia delle scoperte e delle invenzioni a fumetti, Milano, Mondadori, 1983. Storia dei popoli a fumetti, Milano, Mondadori, 1983-1985. Americani, Milano, Mondadori, 1983. Russi, Milano, Mondadori, 1984. Italiani, Milano, Mondadori, 1985. Alla scoperta del passato. Storia a fumetti delle civiltà, Milano, Mondadori, 1987. ISBN 88-04-30594-0. La storia dei popoli a fumetti, Milano, Mondadori, 1997; 2001. ISBN 88-04-49676-2. Africa, Asia, Milano, Mondadori, 1997. ISBN 88-04-43325-6. Europa, Americhe, Oceania, Milano, Mondadori, 1997. ISBN 88-04-43326-4. Trama di Topolino e la memoria futura, in “Topolino”, n. 2125, 20 agosto 1996. La nuova storia del mondo a fumetti. Dalla preistoria ai giorni nostri, Milano, Mondadori, 2005. ISBN 88-04-54905-X. 3000 anni di storia dell’uomo La nuova storia d’Italia a fumetti, Milano, Mondadori, 2007. ISBN 978-88-04-57805-5. La nuova storia del mondo a fumetti, Milano, Mondadori, 2007. ISBN 978-88-04-57806-2. Teatro Modifica Noi moriamo sotto la pioggia, 3 atti, Teatro scenario, n.19, 1 ottobre 1952, pp. 17–28 Giulia viene da lontano, 3 atti, Il dramma, n. 190, 1 ottobre 1953, pp. 5–17 con Giancarlo Fusco, …e vissero felici e contenti, 3 atti, Cappelli, Bologna, 1956 con Sergio Zavoli, 50 anni della nostra vita, 2 tempi, 1974 Prefazioni e introduzioni Modifica Franco Cristofori, Il pugnale di alluminio, Bologna, Alfa, 1971. (introduzione) Mario Lenzi, In Vietnam ho visto, Roma, Paese sera, 1972. (prefazione) Le grandi spie, Novara, Istituto geografico De Agostini, 1973. (introduzione) Alfredo Venturi, Garibaldi in parlamento. Le esperienze di un eroe istintivo alle prese con il meccanismo delle istituzioni, Milano, Longanesi, 1973. (prefazione) Christian Delstanches, Hubert Vierset, Quel giorno a Stalingrado, Firenze, Salani, 1975. (premessa) Umberto Domina, La moglie che ha sbagliato cugino, Milano, Rizzoli, 1975. (introduzione) Domenico Porzio, Primi piani, Milano, A. Mondadori, 1976. (prefazione) Gino Rancati, Ferrari, lui, Milano, Sonzogno, 1977. (prefazione) Stefano Lorenzetto, Fatti in casa, Milano, Sperling & Kupfer, 1992. ISBN 88-200-1722-9. (prefazione) Marcella Andreoli, Romani Cantore, Antonio Carlucci, Maurizio Tortorella (a cura di), Tangentopoli. Le carte che scottano, Milano, A. Mondadori, 1993. (introduzione) Stefano Lorenzetto, Dimenticati. Dove sono finiti gli italiani famosi, Venezia, Marsilio, 2000. ISBN 88-317-7392-5. (prefazione) Loris Mazzetti, Il libro nero della RAI, Milano, BUR, 2007. ISBN 978-88-17-01919-4. (prefazione) Giornali per cui ha lavorato Modifica Corriere della Sera Epoca Il Giornale Il Resto del Carlino La Repubblica La Stampa L’Espresso Oggi Panorama Collaborazioni Programmi televisivi Modifica Telegiornale (Programma Nazionale, 1961) RT Rotocalco Televisivo (Secondo Programma, 1962-1968; Rai 3, 2007) Dicono di lei (Programma Nazionale, 1969) Terza B, facciamo l’appello (Programma Nazionale, 1971) Proibito (Rete 2, 1977) Douce France (Rete 2, 1978) Made in England (Rete 2, 1980) Film Dossier (Rete 1, 1982) Gli speciali di Retequattro – Enzo Biagi intervista (Rete 4, 1982- 1984) La guerra e dintorni (Rai 3, 1983) Linea diretta (Rai 1, 1983-1985, 1989) Il caso (Rai 1, 1985) Spot (Rai 1, 1986) Che succede all’est? (Rai 1, 1990) I dieci comandamenti all’italiana (Rai 1, 1991) Sorrisi 40 anni vissuti insieme (Canale 5, 1991) Una storia (Rai 1, 1992) Processo al processo su Tangentopoli (Rai 1, 1993) Le inchieste di Enzo Biagi (Rai 1, 1993-1994) Il Fatto (Rai 1, 1995-2002) Buon compleanno signor Biagi! Ottant’anni scritti bene (Rai 1, 2000) Cara Italia (Rai, 1998) Note Modifica ^ a b c Corriere della Sera; 7 novembre 2007 ^ Famiglia Cristiana n.46/18 novembre 2007 ^ Enzo Biagi, una personalità eclettica: da giornalista a conduttore televisivo – LASTAMPA.it Archiviato il 23 maggio 2011 in Internet Archive. ^ Corriere della Sera; 9 novembre 2007. ^ Giuseppe Braga, Quello zio burbero che fece grande l’Oriana, in Libero, 2 novembre 2017. ^ Giangiacomo Schiavi, L’abbraccio della gente comune: «Sei stato maestro di vita» Settant’anni di successi ma ha pagato i suoi «no» ai politici, su CORRIERE DELLA SERA.it, 7 novembre 2007. 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Quello che non si doveva dire di Enzo Biagi

Enzo Biagi ha vinto il Premio Riccione nel 1953 per Giulia viene da lontano.

La mia città

Quello che non si doveva dire

Copertina anteriore

Enzo BiagiLoris MazzettiRizzoli, 2006 – 317 pagine.

Quello che non si doveva dire è quello che Enzo Biagi non ha potuto dire in televisione negli ultimi cinque anni, da quando è stato bandito dagli schermi dopo l'”editto bulgaro” di Berlusconi. Questo libro è dunque una sorta di rivincita: un viaggio attraverso i temi dell’attualità che Biagi e Loris Mazzetti avrebbero trattato nella fortunata rubrica “Il fatto”. Un incontro con i ragazzi di Locri il giorno dopo l’omicidio di Francesco Fortugno.

Un’inchiesta sulla criminalità organizzata che dal Sud ha portato i suoi affari al Nord, mentre la parola “mafia” è sparita dal tavolo della politica per riapparire solo con l’arresto del boss Bernardo Provenzano. Una commossa riflessione sull’omicidio del piccolo Tommaso, ucciso da una banda di balordi e sepolto sulle rive del fiume Enza. Un itinerario nelle sofferenze dell’Africa, dalle bidonville di Nairobi ai malati di Aids, dalla schiavitù del Sudan ai bambini soldato. I massacri in Iraq: bambini, donne e uomini, vittime innocenti, i morti di Nassjiria, le due Simone, Enzo Baldoni, Giuliana Sgrena e la responsabilità della morte di Nicola Calipari. E la politica, con la sconfitta elettorale di Berlusconi e l’arrivo di Prodi a Palazzo Chigi, con un’eredità molto pesante e un paese spaccato in due. Per finire, Biagi regala ai lettori un viaggio nel suo passato, “prendendo ad esempio, per farmi capire meglio, alcune parole che nella mia vita hanno avuto un senso: coraggio, coerenza, umiltà, libertà, rispetto, giustizia, tolleranza, solidarietà”.

Paolo Rossi il golden Boy

Paolo Rossi (calciatore 1956)

calciatore, dirigente sportivo e opinionista sportivo italiano

Italia
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non conosciuta
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Juventus
Juventus
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Perugia
Juventus
Milan
Verona
Italia
Italia
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Paolo Rossi

Paolo Rossi Pallone d'oro.jpg

Paolo Rossi solleva il Pallone d’oro 1982Nazionalità ItaliaAltezza174 cmPeso67 kgCalcio RuoloAttaccanteTermine carriera1987CarrieraGiovanili1961-1967 Santa Lucia1967-1968 Ambrosiana1968-1972 Cattolica Virtus1972-1973 JuventusSquadre di club11973-1975 Juventus0 (0)1975-1976→  Como6 (0)1976-1979 Lanerossi Vicenza94 (60)1979-1980→  Perugia28 (13)1981-1985 Juventus83 (24)1985-1986 Milan20 (2)1986-1987 Verona20 (4)Nazionale1976-1978 Italia U-2110 (5)1977-1986 Italia48 (20)Palmarès Mondiali di calcioOroSpagna 19821 I due numeri indicano le presenze e le reti segnate, per le sole partite di campionato.
Il simbolo → indica un trasferimento in prestito.

Paolo Rossi (Prato23 settembre 1956 – Siena9 dicembre 2020) è stato un calciatore e opinionista italiano, di ruolo attaccante. Con la nazionale italiana si è laureato campione del mondo nel 1982.

Soprannominato Pablito,[1] lo si ricorda principalmente per le sue prodezze e per i suoi gol ai Mondiali del 1982, dove si aggiudicò il titolo di capocannoniere. Nello stesso anno vinse anche il Pallone d’oro (terzo italiano ad aggiudicarselo). Occupa la 42ª posizione nella speciale classifica dei migliori calciatori del XX secolo pubblicata dalla rivista World Soccer.[2] Nel 2004 è stato inserito nel FIFA 100, una lista dei 125 più grandi giocatori viventi, selezionata da Pelé e dalla FIFA in occasione del centenario della federazione.[3] È risultato 12º nell’UEFA Golden Jubilee Poll, un sondaggio online condotto dalla UEFA per celebrare i migliori calciatori d’Europa dei cinquant’anni precedenti.[4]

Insieme a Roberto Baggio e Christian Vieri detiene il record italiano di marcature nei Mondiali a quota 9 gol, ed è stato il primo giocatore (eguagliato dal solo Ronaldo) ad aver vinto nello stesso anno il Mondiale, il titolo di capocannoniere di quest’ultima competizione e il Pallone d’oro.[5]

Biografia

Iniziò a giocare a calcio all’età di nove anni con il Santa Lucia, squadra messa in piedi dal medico della frazione, il dottor Paiar;[6] nella stessa squadra militava anche il fratello maggiore Rossano.[6] Al padre Vittorio, ex ala destra del Prato, è dedicato il campo sportivo del Santa Lucia.[7] Dal primo matrimonio nasce il figlio Alessandro; dopo il divorzio, nel 2010 si sposò con la giornalista Federica Cappelletti, dalla quale ebbe due figlie.[8][9]

Come cantante, ha realizzato nel 1980 un 45 giri, con la canzone Domenica, alle tre, il cui testo tratta il tema del rapporto tra i calciatori e le proprie compagne.

Nel 1999 è stato candidato alle elezioni europee per Alleanza Nazionale, nella circoscrizione Nord-Est.[10][11] Nel 2000 si candidò alla presidenza della Lega Pallavolo Serie A femminile[12], senza tuttavia essere eletto.

In televisione è stato opinionista per varie emittenti italiane quali Sky SportPremium Sport e Rai Sport. Nel 2011 partecipò inoltre a Ballando con le stelle come concorrente.[13]

Vicenza gestiva un’agenzia immobiliare insieme all’ex compagno di squadra Giancarlo Salvi. Possedeva inoltre un complesso agrituristico a Bucine, dove abitava, in località Poggio Cennina.

È morto all’ospedale Le Scotte di Siena la sera del 9 dicembre del 2020, all’età di 64 anni, a causa di un tumore ai polmoni.[14][15][16][17]

Il rapporto con Fabbri e Bearzot

Da sinistra, Rossi in nazionale al campionato del mondo 1978, mentre festeggia con il commissario tecnico Enzo Bearzot e Franco Causio

Rossi al Lanerossi Vicenza ebbe un ottimo rapporto con l’allenatore Giovan Battista Fabbri, sia dentro che fuori dal campo. Fabbri fu l’artefice della trasformazione tattica del giocatore da ala a centravanti puro. Il giocatore ricordò così il rapporto col suo mentore: «Fabbri è stato un padre per me, il classico padre di famiglia che ti consiglia, ti prende sotto la sua protezione, è stato proprio così. Teneva le fila di tutto l’ambiente, ha fatto in modo che si creasse una grande unione tra di noi. Era un grande conoscitore e un grande amante del calcio, predicava il fatto che tutti a cominciare dai difensori dovevano giocare a pallone. Io, in particolare, gli devo molto, è stato lui che mi ha trasformato da ala a centravanti, ha visto subito che potevo avere un ruolo diverso e ha cambiato sicuramente la mia carriera».

Da sinistra, il tecnico Giovan Battista Fabbri e Rossi in una pausa d’allenamento

Importante per la carriera di Rossi fu anche il commissario tecnico dell’ItaliaEnzo Bearzot. Il tecnico lo confermò tra i convocati per il campionato del mondo 1978 e fu l’artefice del grande successo del giocatore sul campo. Bearzot, inoltre, fu anche uno dei pochi che credette nell’innocenza di Pablito a seguito dello scandalo scommesse. Nonostante un’opposizione generale, il C.T. decise di convocarlo al campionato del mondo 1982; una chiamata che lo stesso Rossi reputava possibile, conoscendo la stima che Bearzot aveva nei suoi confronti: «La convocazione me l’aspettavo, Bearzot aveva fiducia in me, in Argentina ero andato bene». Al funerale del tecnico, scomparso il 21 dicembre 2010, Rossi lo ricordò con queste parole: «Io a lui devo tutto, senza di lui non avrei fatto quel che ho fatto. Era una persona di una onestà incredibile e un tecnico di grande spessore. Incarnava la figura dell’italiano popolare, e anche se non è stato uno scienziato o un artista, rimarrà nella storia dei nostri grandi del secolo scorso».[18]

Autobiografie

Nel 2002 pubblicò la sua autobiografia intitolata Ho fatto piangere il Brasile: «L’ho scritto perché i miei tre gol al Brasile, in quel fantastico, indimenticabile tre a due, sono il fiore all’occhiello della mia vita di calciatore. Un ricordo che non si cancellerebbe neanche a distanza di un milione di anni».[19]

Nel 2012 scrisse il libro 1982. Il mio mitico mondiale insieme a sua moglie Federica Cappelletti, giornalista e scrittrice. Rossi spiegò che l’aiuto di sua moglie fu importante per la costruzione del libro: «Mia moglie è stata fondamentale. È lei che ha insistito. Voleva scoprire perché, dopo così tanti anni, la gente mi ferma ancora per strada ricordando l’esperienza spagnola della nostra Nazionale». Rossi riuscì a raccogliere tutti i fatti della sua vita calcistica grazie all’aiuto di un suo amico di Firenze, Renzo Baldacci: «Ha rilegato, in volumi, tutti gli articoli che mi riguardavano. Tutto ciò costituisce la mia memoria storica. Per scrivere il libro abbiamo impiegato sei mesi. Senza l’aiuto di questo prezioso archivio avremmo impiegato anni».[5]

Impegno sociale

Rossi, dopo aver concluso l’attività calcistica, ha contribuito molto all’impegno sociale. Nel 2007, insieme ai ciclisti Matteo Tosatto e Filippo Pozzato, all’avvocato Claudio Pasqualin e a Don Backy, ha preso parte alle registrazioni del disco Voci dal cuore, il cui ricavato è stato devoluto al Progetto Conca d’oro ONLUS di Bassano e all’Associazione bambini cardiopatici del mondo; l’ex attaccante ha cantato la canzone La leva calcistica della classe ’68.[20] Nel 2009 è stato testimonial italiano della FAO per sensibilizzare l’opinione pubblica e raccogliere fondi in favore della lotta globale contro la fame nel mondo.[21]

Nel 2012 è stato testimonial della seconda edizione della manifestazione “Un mese per l’affido”, organizzata allo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica ad accogliere temporaneamente nelle loro case bambini e ragazzi in serie difficoltà.[22] Il 16 maggio 2014 ha preso parte al torneo di calcio benefico “Bambini senza confini”, organizzato da don Paolo De Grandi e giocato allo stadio Città di Arezzo, per raccogliere fondi da destinare ai bambini palestinesi.[23]

Dino, come ci si sente a essere chiamati da tutti per parlare di un dolore?

“Mah… ormai si gira in un terreno minato, devi stare attento, ne esplode una ogni due passi. Sapevo che Paolo non stava bene. Ma vedi, in questi casi, un cosa brutta ti potrebbe offrire il piccolo conforto di ricordarti di cose belle, di grandi momenti. Purtroppo il momento tremendo che stiamo vivendo, soffoca anche quel piccolo conforto lì. Siamo qui a ricordare momenti belli in un momento tragico”.

Dino il filosofo, il “mai banale”, l’uomo che ti dà sempre una visione delle cose da un angolo che non ti aspetti. Ecco la perla alla domanda: chi era Paolo Rossi, Dino?

“Hai presente i bucaneve? Quei fiori che sbocciano nella neve? Ecco, è lui. Solo che in quel caso la neve non era bianca”.

Dino, qui ci vuole un aiutino per decifrare la metafora.

“La neve non era bianca, anzi era nera, perché in quel momento là, in Spagna, andava tutto storto, le critiche, le polemiche, il silenzio stampa, nessuno parlava, parlavo solo io, e a monosillabi… beh, a un certo punto spunta un fiore, all’improvviso e buca la neve sporca. È Paolino, che spara tre gol al Brasile e cambia il mondo. Dal buio una luce”.

Un momento Dino… ma se tu non blocchi quella palla là, sulla linea, a una manciata dalla fine il mondo si ribalta dall’altra parte…

“Sì, ma si ribalta dall’altra parte anche se lui non fa tre gol però…”.

Ah, beh certo. Ma tu prima te l’aspettavi che Paolo Rossi sarebbe diventato quel Paolo Rossi lì?

“Beh sì. Lui era già lui, in Argentina. Aveva avuto un momento di crisi, era giù fisicamente. Ma non dimenticarti che quella squadra del miracolo era più o meno quella del ’78. E che se io giocavo un po’ meglio, sarebbe andata in finale…”.

Sei sempre stato molto autocritico sui 2 gol con l’Olanda.

“Sì, perché quelli sono due gol che un portiere non deve prendere, tutto lì”.

Per gli italiani Pablito è stato il sogno, il lampo a ciel sereno…

“Mica tanto sereno. Eh sì perché in quel momento le cose non andavano mica bene, anche in generale. Io non voglio paragonare noi ai fatti del terrorismo e alle tensioni sociali eccetera sia ben chiaro, ma la sua impresa dei 3 gol al Brasile hanno fatto tornare il sorriso, una specie di sogno… ma reale”.

Una volta dicevi che Paolo ti faceva diventar matto alla Juve, in allenamento…

“Guarda, era incredibile. Nelle partitelle ti faceva gol e non capivi come. La palla pin pum, pam gli picchiava addosso, su un ginocchio, in un garretto e andava dentro. Tutte le volte. Ti dico la differenza con Platini. Platini ti faceva gol perché ti faceva gol. Come dire: adesso te la tiro là e ti faccio gol. Ma Paolo era una roba misteriosa. Il calcio aveva scelto lui per creare uno che ti facesse gol a quel modo”.

La velocità di pensiero.

“Certo. Era più veloce a pensarlo il gol. Un po’ come era stato Pascutti, per dire. Quando giocavo contro il Bologna col Napoli, mi ricordo che Panzanato, sui corner, cominciava chiedere disperato: dov’è Pascutti, dov’è Pascutti? Allora io lo calmavo gli dicevo: “Stai calmo, adesso te lo trovo io…”.

Prima Maradona, poi lui… un anno tremendo…

“Sì, e squilla il telefono. Chiedono a me. Diego era un genio, ma io facevo il portiere ed ero chiamato a parare la sua genialità, Paolino invece la sua genialità la esercitava dall’altra parte e per me era meglio”.

Ti lascio perché sento che ti squilla il telefono Dino. L’hai riacceso?

“Sì, oggi sono come al lavoro. Mi chiamano tutti per parlare di Paolo. Era meglio se il telefono non avesse suonato così tanto oggi. Ti giuro che avrei parlato di Paolo molto più volentieri, se mi avessero chiamato due giorni fa”.

https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=3017754385174453&id=100008197627996

Pablito https://www.facebook.com/tg1raiofficial/videos/410779969966887/

https://fb.watch/2lsY1MwswB/

La dedica https://www.facebook.com/194222486930/posts/10157813106776931/

“Capricorn One “

Capricorn One

film del 1978 diretto da Peter Hyams

Capricorn One

Capricorn One.png

Una scena del filmTitolo originaleCapricorn OneLingua originaleinglesePaese di produzioneStati Uniti d’AmericaAnno1978Durata123 minRapporto2,20 : 1GenerethrillerfantascienzaRegiaPeter HyamsSoggettoPeter HyamsSceneggiaturaPeter HyamsProduttorePaul N. Lazarus IIIFotografiaBill ButlerMontaggioJames MitchellEffetti specialiBruce MattoxMusicheJerry GoldsmithScenografiaAlbert BrennerDavid HaberRick SimpsonCostumiPatricia NorrisTruccoMichael WestmoreEmma DiVittorioInterpreti e personaggi

Doppiatori italiani

Capricorn One è un film del 1978 diretto da Peter Hyams e prodotto dalla compagnia di produzione ITC Entertainment di Lew Grade per conto della Warner Bros.

Il film è per tematica un tipico thriller anni settanta su una congiura governativa; la trama è ispirata alla teoria del complotto sull’Apollo 11, la quale sostiene che la missione relativa al primo sbarco umano sulla Luna sarebbe stata un inganno orchestrato dalla NASA.

TramaModifica

Cape Canaveral è il conto alla rovescia per il lancio della missione Capricorn One per il pianeta Marte, frutto di quindici anni di ricerca e con grande dispendio di mezzi e di capitale. L’equipaggio è costituito dai militari Charles Brubaker, comandante della missione, Peter Willis e l’afroamericano John Walker.

Il disinteresse della politica, evidenziato dalla presenza al lancio del solo vicepresidente, è motivo di frustrazione per il dottor James Kelloway, patron del progetto. Con alcuni collaboratori, è a conoscenza di un difetto a un componente vitale per la missione, che potrebbe essere letale per gli astronauti. Pur di portare avanti il programma, egli ha architettato una messinscena onde evitare opposizione e la cancellazione.

Pochi minuti prima del lancio, i tre astronauti vengono evacuati in gran segreto dalla capsula, facendo partire il razzo privo di equipaggio. Davanti allo sgomento, essi nei mesi a venire dovranno essere confinati in un luogo segreto in pieno deserto e recitare in un simulatore, pena una ritorsione sulle loro famiglie.

Pubblico e il Controllo Missione a Houston ignorano completamente la macchinazione, mentre un tecnico addetto alla telemetria inizia a notare delle anomalie, riferendolo a un suo amico giornalista Robert Caulfield, per presto sparire misteriosamente. Il cronista, davanti alla forte reticenza dell’ente spaziale e poi una sparizione di ogni traccia del suo amico, subisce alcuni attentati ai quali scampa miracolosamente. Contattando Kay, moglie del comandante Brubaker, nota in lei un sospetto per un precedente dialogo con il marito, dove si menziona un set cinematografico western, e che potrebbe sembrare un indizio per considerare l’idea di una messa in scena.

Al momento del presunto rientro sulla Terra, si riscontra un’avaria allo scudo termico della capsula, che nella realtà porterebbe alla morte certa dell’equipaggio. Consapevoli della loro eliminazione, Brubaker e i compagni fuggono disperatamente con un jet ma sono presto costretti a un atterraggio di fortuna in pieno deserto.

Caulfield nel frattempo viene rilasciato su cauzione in seguito a un arresto con una falsa accusa di possesso di stupefacenti e licenziato dal giornale. Si rivolge così a una collega e amica, Judy Drinkwater, che gli presta dei soldi, la sua auto e lo informa dell’esistenza di una base militare abbandonata, a 300 miglia da Houston, nella quale Caulfield trova il set cinematografico utilizzato per simulare la missione e l’atterraggio su Marte. Il ritrovamento di una medaglietta di Brubaker diventa la conferma definitiva dei suoi sospetti.

Willis e Walker vengono catturati dagli uomini di Kelloway. Caulfield noleggia un aereo adibito alla disinfestazione e riesce a trovare Brubaker, salvandolo dalla cattura. Nella sequenza finale Kelloway, insieme alle vedove degli astronauti, sta assistendo a una cerimonia commemorativa presieduta dal Presidente ma inaspettatamente giungono Brubaker e Caulfield, ponendo fine all’inganno.

Contesto storicoModifica

Con il termine del Programma Apollo nel 1972 e l’ultimo volo americano con equipaggio nel Luglio 1975, rea una politica di tagli al bilancio dell’Ente Aerospaziale Americano NASA, era cessato definitivamente ogni entusiasmo che aveva caratterizzato la Corsa allo Spazio del decennio precedente. L’opinione pubblica americana era colpita da un senso di sfiducia per il fallimento della Guerra del Vietnam e per lo Scandalo Watergate. Prendeva intanto piede la fantomatica Teoria del complotto lunare, in seguito alla pubblicazione del discusso saggio di Bill Kaysing, il quale dubbio sul Programma Apollo diventa il sottotitolo del film.

DoppiaggioModifica

Nella versione televisiva viene riportata quella cinematografica con l’aggiunta di alcuni dialoghi in lingua originale sottotitolati, tra il direttore del programma spaziale e gli astronauti. In quella in DVD vi sono i minuti iniziali con il finto lancio del razzo e il commento dello speaker, anche qui in inglese sottotitolato.

Nella versione italiana, uno degli astronauti, davanti all’assurdo della situazione, spera di trovarsi in uno sketch di Specchio segreto, una trasmissione RAI degli anni sessanta, omologo dell’americano Candid Camera.

Opere derivateModifica

Dalla sceneggiatura del film è stato tratto un romanzo omonimo pubblicato sempre nel 1978 da Ken Follett sotto lo pseudonimo di Bernard L. Ross.[1]

Negli Usa dalla sceneggiatura del film fu tratto un romanzo di Ron Goulart con lo stesso titolo nel 1978, pubblicato in Italia da Sonzogno.

Presunto innocente di Scott Turow

Titolo originalePresumed innocent

Scott Turow.jpg

AutoreScott Turow1ª ed. originale19871ª ed. italiana1991GenereRomanzoSottogenereLegal thrillerLingua originaleingleseSeguito daL’onere della prova

Presunto innocente (Presumed Innocent) è il primo romanzo di Scott Turow.

TramaModifica

Il libro inizia con il ritrovamento del corpo di Carolyn Polhemus, vice procuratore distrettuale della Contea di Kindle, vittima di uno stupro. Il collega Rozat “Rusty” Sabich viene incaricato di svolgere le indagini dal procuratore capo e suo mentore Raymond Horgan. Il caso si presenta molto importante, oltre che delicato, perché a breve ci saranno le elezioni e Horgan si è ricandidato alla carica di procuratore distrettuale, pertanto ha bisogno di un’indagine rapida e che riesca a trovare il colpevole. La faccenda è ulteriormente complicata dal fatto che Rusty, all’insaputa del suo superiore, ha avuto una relazione sentimentale con la Polhemus.

Horgan perde le elezioni e poco dopo Rusty viene convocato da Horgan nel proprio ufficio, gli viene detto che è il principale accusato dell’omicidio Polhemus, in quanto sono state ritrovate alcune prove (impronte, DNA, ecc) che indicano la sua presenza nell’appartamento la sera dell’omicidio.

Rusty, per difendersi, decide di assumere il famoso avvocato Alejandro “Sandy” Stern, che lo aveva impressionato con la sua abilità quando era procuratore. Stern e Sabich, grazie alla loro abilità, riusciranno a dimostrare infine l’innocenza dell’imputato.

Il libro si chiude con la rivelazione shock che ad uccidere Carolyn Polhemus è stata la moglie di Sabich, gelosa per aver scoperto la relazione extraconiugale del marito.

Claudia Gerini

Claudia Gerini

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.Jump to navigationJump to searchClaudia Gerini nel 2012

Claudia Gerini (Roma18 dicembre 1971) è un’attrice italiana.

Indice

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1985, a 13 anni, vince il concorso di bellezza Miss Teenager[1]; nella giuria del concorso era presente anche Gianni Boncompagni. Nei primi anni ottanta appare in alcuni spot televisivi (Treets e Perugina). Nell’87 partecipa al film Roba da ricchi nel ruolo della figlia di Lino Banfi. Esordisce nel 1991 in televisione nel programma Primadonna, ideato e diretto da Boncompagni, in cui conduce un gioco telefonico. In seguito, entra a far parte di Non è la Rai[2], sempre per la regia di Boncompagni. Dopo alcuni piccoli ruoli cinematografici, i film che la fanno conoscere al grande pubblico sono: Viaggi di nozze (1995) e Sono pazzo di Iris Blond (1996), entrambi diretti da Carlo Verdone.

Carriera[modifica | modifica wikitesto]

Negli anni successivi prende parte a numerose produzioni cinematografiche, fra cui: Fuochi d’artificio (1997), Tutti gli uomini del deficiente (1999), La passione di Cristo (2004), Non ti muovere (2004) e La terra (2006). Nel maggio 2006 è protagonista della miniserie tv in sei puntate, 48 ore, in onda su Canale 5, Dopo aver lavorato con Giuseppe Tornatore nel film La sconosciuta (2006), è protagonista del film di debutto alla regia del compagno Federico ZampaglioneNero bifamiliare (2007). Ha inoltre interpretato Elisabetta, detta ‘Titti’, la sorella di Patti nella sit-com Camera Café.

Parallelamente all’attività di attrice, prende parte ad alcuni programmi televisivi: nel 1997 presenta una puntata di Mai dire Gol, nel 2000 partecipa a Milano-Roma con Corrado Guzzanti, nel 2003 conduce con Pippo Baudo e Serena Autieri il 53º Festival di Sanremo, nel 2007 conduce il Concerto del Primo Maggio. Si cimenta inoltre nel doppiaggio, dando voce a Madison Paige nel videogioco Heavy Rain, a Marina in Sinbad – La leggenda dei sette mari e a Barbie in Toy Story 3 – La grande fuga.

Nel 2008 torna a lavorare con Carlo Verdone nel film Grande, grosso e… Verdone e, successivamente, prima dell’estate 2009, mentre è in attesa del secondo figlio, lancia una nuova carriera parallela a quella di attrice, pubblicando il suo primo album Like Never Before, un disco confezionato dal compagno Zampaglione in cui sono racchiuse cover di colonne sonore dei molti film che la Gerini ha dichiarato esser stati importanti per lei tanto da volerli omaggiare ricantandoli per l’occasione.[3] Nel 2009 ha cantato nell’ultimo disco di Claudio Baglioni Q.P.G.A., nella canzone La prima volta. Nello stesso anno torna nelle sale con Ex di Fausto Brizzi e Diverso da chi? di Umberto Carteni, per il quale vince un Ciak d’oro e ottiene una nomination ai David di Donatello come migliore attrice protagonista.

Nel 2012 recita nel film Tulpa – Perdizioni mortali di Federico Zampaglione, nel ruolo di Lisa. Nel 2013 recita in Amiche da morire di Giorgia Farina, per il quale vince il Super Ciak d’oro assieme alle altre protagoniste del film. Nello stesso anno recita nel film Indovina chi viene a Natale? di Fausto Brizzi. Nel 2014 è nelle sale con Tutta colpa di Freud di Paolo Genovese e Maldamore di Angelo Longoni; per le interpretazioni in entrambi i film ottiene una nomination al Nastro d’argento come miglior attrice non protagonista. Nello stesso anno ha partecipato a due programmi televisivi: è stata giudice di La pistatalent show in prima serata su Rai 1 condotto da Flavio Insinna, e ha poi condotto con Enrico Brignano una puntata di Zelig su Italia 1[4].

Il 10 giugno 2015 recita con Sabrina Impacciatore nello spettacolo organizzato da Dove I monologhi delle ascelle, trasmesso in televisione da LA7d il successivo 1º luglio. A settembre dello stesso anno è nelle sale con L’esigenza di unirmi ogni volta con te di Tonino Zangardi. Recita inoltre in un episodio della sitcom Zio Gianni, trasmesso il 30 dicembre 2015. Nel 2017 è nel cast della commedia musicale dei Manetti Bros. Ammore e malavita, per la quale vince il David di Donatello per la migliore attrice non protagonista[5], ed è protagonista di Nove lune e mezza, accanto a Michela Andreozzi che veste anche i panni di regista[6]. Nello stesso anno, in televisione è tra i protagonisti di Suburra – La serie, prodotta da Netflix.

Vita privata[modifica | modifica wikitesto]

L’attrice è madre di due figlie, la prima avuta dall’ex marito Alessandro Enginoli, dirigente finanziario con cui è stata sposata dal 2002 al 2004, e l’altra da Federico Zampaglione, il cantante dei Tiromancino, a cui è stata legata dal 2005 al 2016.

Tra la fine degli anni ’80 e gli inizi degli anni ’90 ha avuto una relazione con Gianni Boncompagni, di quasi quarant’anni più grande.[7]

Pratica regolarmente taekwondo e il 26 maggio 2013 ha ottenuto il grado di cintura nera presso la Federazione Italiana Taekwondo.[8]

Filmografia[modifica | modifica wikitesto]

Attrice[modifica | modifica wikitesto]

Cinema[modifica | modifica wikitesto]

Televisione[modifica | modifica wikitesto]

Videoclip[modifica | modifica wikitesto]

Doppiatrice[modifica | modifica wikitesto]

Programmi televisivi[modifica | modifica wikitesto]

Discografia[modifica | modifica wikitesto]

Album in studio[modifica | modifica wikitesto]

Singoli[modifica | modifica wikitesto]

  • 2009 – Paradise
  • 2009 – Maniac

Collaborazioni[modifica | modifica wikitesto]

Riconoscimenti

Onorificenze

Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana
«Di iniziativa del Presidente della Repubblica»
— 19 dicembre 2018[11]
La Gerini in una esilarante scena del film ” Grande, grosso e verdone, con Carlo Verdone ed Eva Riccobono
Claudia Gerini sul Red Carpet di Venezia

Katrine Engberg Il guardiano di coccodrilli

Trama:
Davanti al corpo tagliuzzato di Julie, giovane studentessa trovata morta nel suo appartamento, la polizia di Copenaghen non ha risposte: la sola traccia lasciata dall’assassino sembra essere il misterioso disegno, simile a un origami, che la lama di un coltello ha inciso sul viso della ragazza. A guidare le indagini è l’investigatore Jeppe Kørner, affiancato da Anette Werner: lui – con l’aria del classico sbirro separato – in profonda crisi di autostima, lei energica e dirompente, sempre di buonumore. La loro attenzione si concentra sulla padrona di casa, che vive al terzo piano della stessa graziosa palazzina in cui è stato rinvenuto il cadavere, nel centro storico della capitale danese. Docente di letteratura in pensione con la tendenza a organizzare scintillanti cene mondano-artistiche, Esther de Laurenti si rivela infatti essere un’aspirante scrittrice di gialli. E, curiosamente, l’omicidio di cui si legge nel manoscritto al quale sta lavorando ricalca esattamente le modalità con cui è stata uccisa la sua inquilina. Un collegamento tra finzione e realtà troppo clamoroso perché possa essere ignorato.

Recensione:
Romanzo d’esordio per Katrine Engberg, questa autrice in poche pagine riesce già ad imprimere un preciso passo alla storia. Da qui, coinvolgere ed avvincere il lettore è una logica conseguenza.
Dall’ispettore incaricato del caso, il problematico Jeppe reduce da una depressione e da una separazione con la quale non è ancora riuscito a scendere a patti, ai colleghi, ai civili coinvolti in un giallo inquietante, tutte le figure che popolano il libro possiedono qualcosa di importante, di fondamentale per l’incastro e sono figure perfettamente delineate e costruite. La scrittrice si è presa il tempo di dare ad ogni attore dell’opera motivazione, carattere e peculiarità, permettendo così al lettore di distinguerli, apprezzarli, detestarli, in un crescendo di comprensione ed empatia. Personaggi così caratterizzati, che ruotano e danno corpo ad un thriller che è una caccia al tesoro di indizi e frasi lasciate direttamente dall’assassino, rendono “Il guardiano dei coccodrilli” un romanzo che si ha costantemente voglia di riprendere in mano, in un richiamo alla lettura piacevole e ricercato.
La trama è ben scandita, dando risalto all’indagine investigativa in primis, senza tralasciare il giusto spazio alla vita privata, soprattutto di Jeppe. Questa impostazione consente di prendere respiro dal noir, senza mai abbandonarlo completamente, e dare spessore realistico al protagonista, rendendo manifesto il suo lato umano, fragile e permettendo così di apprezzarne le cadute, le faticose risalite, tutto il percorso che lo porterà, nelle ultime pagine, a seguire una rotta migliore, fuori dal pantano della disperazione.
Il giallo risulta interessante ed intrigante, tra sorprese e colpi di scena. E’ pur vero che scoprire l’identità del colpevole prima della polizia è possibile ed abbastanza semplice. Nonostante ciò, mettere al giusto posto tutti coloro che hanno un qualche grado di colpevolezza, chiarire il buio che si trova in una mente malleabile e perduta, e mettere a nudo la verità in ogni sua parte, risulta un processo che regala ore di piacevole immersione nei capitoli.
Segreti del passato, azioni svolte con leggerezza che hanno segnato fortemente un’innocenza negata, un super io egoista e distruttivo, viene messo nero su bianco dalla Engberg che ci mostra un lato sociale della Danimarca, quello delle adozioni e degli affidi, non scontato e affatto banale o semplice.
Tocchiamo varie sofferenze, sia quelle dei bambini, che delle madri costrette a dare via le proprie creature, fino all’iter farraginoso delle adozioni, il tutto incastonato in un thriller dove anche il colpevole è prima di tutto una vittima.
Interessante e misteriosa è anche la scelta del titolo: capita infatti di domandarsi il perché di una tale scelta. Anche qui, nulla è lasciato al caso, e quando la spiegazione arriva la troviamo giusta e perfettamente indicata alla trama.
“Il guardiano dei coccodrilli” si rivela opera avvincente, ben costruita e portata avanti con un linguaggio fluido, chiaro, libero da qualsiasi volgarità, sicuramente anche grazie alla traduzione di Claudia Valeria Letizia ed Eva Valvo.

Stefano Calamandrei in L’identità creativa

Biografia di Stefano Calamandrei

Stefano Calamandrei, psichiatra, coordinatore di strutture riabilitative per giovani psicotici, è psicoanalista membro ordinario SPI, esperto di terapia gruppale, di adolescenti e di patologie gravi, è autore di numerosi articoli ed interventi su psicoanalisi e arte, patologie gravi, disagio giovanile e sua prevenzione.

“SANDOKAN sigla finale NEW!! ( versione tv originale STEREO )” su YouTube

Sandokan

Personaggio immaginario

Nota disambigua.svg

Disambiguazione – Se stai cercando altri significati, vedi Sandokan (disambigua).Sandokan

Kabir bedi.jpg

Kabir Bedi interpreta Sandokan nello sceneggiato omonimo.Lingua orig.ItalianoSoprannomeTigre della Malesia
Tigre di MompracemAutoreEmilio Salgari1ª app. inLe tigri di MompracemUltima app. inLa rivincita di YanezInterpretato da

Voce orig.

SessoMaschioEtniaBornese

Sandokan, soprannominato la Tigre della Malesia o la Tigre di Mompracem, è un personaggio immaginario e protagonista di numerosi romanzi d’avventura del ciclo dei pirati della Malesia creato dal celebre scrittore veronese di romanzi d’avventura Emilio Salgari, adattati successivamente in filmminiserie televisiveserie animatefilm per la tv e fumetti.

Origine del nome – Storicità del personaggioModifica

Secondo una teoria di larga diffusione, il nome Sandokan fu ispirato a Salgari dal nome di un centro costiero sito nel Borneo nord-orientale, Sandakan, che significa “pegno scaduto”: la città fu infatti lasciata in pegno dal Sultano di Sulu al governatore locale come garanzia di un prestito che poi non restituì mai.[1]

Secondo la studiosa tedesca Bianca Maria Gerlich, alcune delle avventure scritte dall’autore veronese (Il Re del MareAlla conquista di un imperoLa caduta di un imperoLa rivincita di Yanez) hanno una base storica. L’autrice riferisce di aver accertato da fonti orali e da genealogie locali, durante i suoi studi nel Borneo, l’esistenza di un comandante navale di nome Sandokong, arricchitosi col commercio di nidi di rondine, il quale avrebbe in comune col personaggio salgariano la bandiera rossa con la testa di tigre (nota anche alla letteratura storica inglese), i luoghi, gli anni, i nemici. Sandokong era stato braccio destro del principe Syarif Osman, lui stesso deposto dal trono e diventato pirata per difendere il suo popolo dai colonizzatori inglesi. Osman, che possedeva lungo la costa settentrionale del Borneo il forte di Malludu (l’odierna Marudu, Sabah), fu sconfitto dall’ammiraglio inglese Thomas Cochrane nel 1845, anno in cui Labuan venne ceduta alla Gran Bretagna (come ricorda il poema Syair Rakis). Osman e Sandokong, secondo le testimonianze raccolte dalla studiosa tedesca, avrebbero combattuto per alcuni anni contro le truppe del “raja bianco”, il sovrano di Sarawak, che è lo storico avventuriero James Brooke.[1] L’autrice non spiega tuttavia come simili notizie – non riportate dalla stampa europea coeva – possano essere giunte a Emilio Salgari, e ipotizza che questi abbia ascoltato i racconti di qualche marinaio nel periodo vissuto a Venezia. Va però detto che in Inghilterra tali vicende erano riportate da diversi giornali, che contribuirono a rendere leggendaria la figura di James Brooke.

Il ruoloModifica

Il ruolo di Sandokan, che Salgari distribuisce lungo l’arco di una produzione trentennale, è piuttosto mutevole. A questo proposito, si parla di un primo e un secondo ciclo di Sandokan. Nel primo ciclo, di sette episodi, il personaggio di Sandokan è il protagonista assoluto, con due importanti eccezioni.

La prima è costituita dal secondo romanzo del ciclo, I misteri della jungla nera (1887, titolo originale Gli amori di un selvaggio), che narra le avventure di Tremal-Naik e Kammamuri contro i Thugs delle Sunderbunds, comandati dal feroce Suyodhana. In questo romanzo, ambientato fuori dalla Malaysia e apparentemente incongruente con le storie di Sandokan, non c’è traccia del pirata e dei suoi fedeli, detti tigrotti, ma le due vicende si intrecceranno in maniera rocambolesca nel terzo episodio della saga, I pirati della Malesia (1896). Il successivo Le due tigri, datato 1904, riprenderà l’ambientazione indiana del secondo romanzo, mantenendo però Sandokan al centro della scena, con i personaggi de I misteri della jungla nera a far da comprimari.

La seconda eccezione è presente nel quinto episodio, intitolato Il Re del Mare (1906), dove Sandokan è completamente assente dalla prima parte del romanzo e il ruolo di personaggio fulcro è assunto dal suo fedele amico, il portoghese Yanez de Gomera; nella seconda parte, il pirata malese ricompare sulla scena assumendo il suo consueto ruolo.

Per certi versi, anche il successivo Alla conquista di un impero (1907) non segue lo schema canonico dei romanzi del ciclo indo-malese: oltre al nuovo cambio di ambientazione (è il primo romanzo ambientato nello stato indiano dell’Assam), Sandokan resta pressoché fuori scena per diverse decine di pagine. Ancora una volta, il fraterno Yanez recita per diversi capitoli da assoluto primo attore, mettendo in risalto le sue doti da trasformista. L’entrata in scena di Sandokan sarà poi determinante.

Il “secondo ciclo di Sandokan”, composto da altri quattro romanzi, è frutto dell’ultima produzione salgariana, nella quale l’autore sembra avvicinarsi maggiormente alla scoperta del personaggio di Yanez. Sandokan recita un ruolo marginale e, in realtà, la saga si trasforma quasi in un “ciclo di Yanez”.

Nel primo volume, La riconquista di Mompracem (1908), si porta a pieno compimento un disegno già presente nel precedente Alla conquista di un impero: con uno svolgimento non dissimile, Yanez si ritrova al centro della scena, operando da mattatore e trasformista. In questo volume, Sandokan ricomparirà in azione molto più avanti. Il romanzo, peraltro, chiude anche le avventure di ambientazione malese: nei successivi tre episodi, l’azione si sposta nuovamente in Assam, dove Yanez è diventato maharajah. Ne Il bramino dell’Assam (1911), Sandokan non è presente fisicamente, e viene solo spesso nominato. Nel successivo La caduta di un impero, soltanto nelle ultime righe, Yanez sente degli spari che preludono all’arrivo in suo salvataggio da parte di Sandokan. Il pirata tornerà a ruoli rilevanti solo nell’ultimo libro della saga, La rivincita di Yanez (pubblicato postumo nel 1913). A dispetto del titolo, infatti, è il pirata malese a giocare un ruolo cruciale nello svolgimento, mentre Yanez torna ad affiancarlo in veste di co-protagonista.

PersonaggioModifica

AspettoModifica

«In quella stanza così stranamente arredata, un uomo sta seduto su una poltrona zoppicante: è di statura alta, slanciata, dalla muscolatura potente, dai lineamenti energici, maschi, fieri e d’una bellezza strana. Lunghi capelli gli cadono sugli omeri: una barba nerissima gli incornicia il volto leggermente abbronzato. Ha la fronte ampia, ombreggiata da due stupende sopracciglia dall’ardita arcata, una bocca piccola che mostra dei denti acuminati come quelli delle fiere e scintillanti come perle; due occhi nerissimi, d’un fulgore che affascina, che brucia, che fa chinare qualsiasi altro sguardo.»(Prima descrizione del personaggio, Emilio SalgariLe tigri di Mompracem[2])

Sandokan è dipinto come una sorta di pirata gentiluomo. È alto, affascinante, molto muscoloso, slanciato e attraente[2]. Le caratteristiche che maggiormente risaltano in Sandokan sono il suo sguardo freddo, la bellezza affascinante, la sua aria truce e severa, i grossi turbanti sulla sua testa, ma soprattutto i suoi occhi nerissimi, in grado di affascinare e di incutere terrore a qualsiasi nemico[2]. Salgari, nelle sue descrizioni, precisa molto spesso l’eleganza del pirata. Sandokan è solito indossare vestiti sfarzosi all’orientale: vestiti di seta rossa trapunta in oro, lunghi stivali di pelle rossa a punta rialzata ecc.[3]. L’abbigliamento del pirata è quindi in contrasto con i suoi sudditi, i quali sono trascurati e si presentano per la maggior parte “mezzi nudi”.

Nel primo romanzo, Le tigri di Mompracem, Salgari afferma che Sandokan è più giovane di Yanez, specificando l’età del portoghese intorno ai trentatré o ai trentaquattro anni[2]. Nel successivo romanzo del ciclo in cui il pirata ricompare, I pirati della Malesia: sono passati 7 anni, Sandokan viene descritto come un uomo d’età compresa tra i trentaquattro e i trentacinque anni. Quindi nel primo romanzo, Sandokan deve avere tha 26 e 27 anni. Appare però un’incongruenza poiché ne I pirati della Malesia, Sandokan viene indicato come più vecchio di Yanez, rappresentato con un’età compresa tra i trentadue e i trentaquattro anni[3]. Le incongruenze cronologiche, tuttavia, sono molto frequenti nei romanzi di Salgari e non riguardano solo Sandokan, ma anche altri personaggi o, addirittura, eventi[4].

PersonalitàModifica

«Sandokan è un uomo in grado di trascinare, è nato capo. Con lui, dieci uomini sono un esercito. Dove si arriva dopo giorni di ragionamento, lui arriva in un attimo. Lo uccidete… e lo rivedete vivo. Riuscite a prenderlo, ma è già scappato. Non combattete solo un uomo, ma una leggenda.»(James Brooke nel film La tigre è ancora viva: Sandokan alla riscossa!.)

Sandokan è un pirata, che combatte eroicamente contro il colonialismo britannico, un eroe puro, un personaggio monolitico e privo di dubbi. Mosso da un odio inguaribile nei confronti degli inglesi e del Raja bianco James Brooke – acerrimo nemico dei pirati e responsabile dalla strage della sua famiglia – lotta con ogni mezzo per la libertà del suo minuscolo regno, l’isola di Mompracem, minacciata, invasa dal nemico e, infine, riconquistata. Spesso si parla di Sandokan come corsaro, ma i corsari erano muniti di regolari “patenti di corsa” che venivano accordate da alcuni stati o iniziavano gli eventi bellici solo dopo regolari azioni di guerra, tutte cose che Sandokan non fa; inoltre, il corsaro si accanisce di solito contro le navi di una sola nazione mentre Sandokan attacca e depreda tutte le navi che incontra, almeno all’inizio del ciclo.

Nonostante ciò, Sandokan è in realtà il figlio di Kaigadan, un sovrano del Borneo, ex prigioniero degli inglesi, ucciso insieme alla sua famiglia dal Rajah Bianco. Sandokan è, quindi, di stirpe reale e ha l’obiettivo principale di vendicarsi degli inglesi; successivamente, deciderà anche di riprendersi il suo regno nel romanzo Sandokan alla riscossa.

Sandokan (Kabir Bedi) in La tigre è ancora viva: Sandokan alla riscossa!.

Personaggio da romanzo d’appendice, il principe Sandokan è un combattente formidabile, coraggioso, spietato con i nemici che odia, fedele fino alla morte con gli amici. Pur essendo dotato di nervi molto saldi non è in grado di sopprimere le proprie emozioni e agire freddamente senza lasciarsi condizionare dalla situazione; infatti, viene reputato dall’amico fraterno Yanez de Gomera come un uomo avventato, che si scaglia contro il pericolo senza riflettere. Yanez diventa così una sorta di “regolatore” del pirata malese ed è lo stesso portoghese a consigliare a Sandokan di fare attenzione e di essere prudente, come accade, ad esempio, prima del viaggio per Labuan, nel primo romanzo della saga[5].

Sandokan non mostra aspetti negativi e appare come un pirata retto e ligio al dovere, dotato di una grande forza interiore e capace di provare genuini sentimenti d’affetto nei confronti dei suoi tigrotti (i suoi seguaci); questi, a loro volta, lo amano e lo temono. Sandokan non ama uccidere i suoi nemici, ma è disposto a farlo se necessario. In caso, poi, che i nemici si arrendano e si dimostrino valorosi, Sandokan è disposto a salvare loro la vita e a ricoprirli di doni; ad esempio, nel terzo libro della saga, la “Tigre della Malesia” si dimostra generoso con il capitano dell’Helgoland, regalando a quest’ultimo una bussola d’oro, due pistole e un anello ornato di un “diamante grosso come una nocciola”[6]. Il capitano, per questo, definirà il pirata come “l’uomo più strano che abbia incontrato nella vita”[6].

Il suo alter ego è il fedele Yanez de Gomera, ironico e divertente gentiluomo portoghese, con l’eterna sigaretta in bocca e la battuta sempre pronta.[2] Sarà proprio quest’ultimo a rivelare a Sandokan l’esistenza di Marianna Guillonk, soprannominata la Perla di Labuan, donna dalla bellezza unica, di cui Sandokan s’innamorerà, ricambiato, nel romanzo iniziale, Le tigri di Mompracem. Il loro sarà un amore “impossibile”, poiché Lady Marianna è nipote di un lord inglese (James Guillonk), stretto collaboratore dell’antagonista del pirata, il governatore James Brooke. Sandokan riuscirà, dopo molte lotte, a conquistare la donna, annunciando contemporaneamente il suo addio alla pirateria[7]. La bella storia sarà però destinata a durare poco: Marianna morirà di colera poco tempo dopo e sarà sepolta nella città di Batavia. Le avventure del romanzo successivo (I pirati della Malesia) si svolgono quando lei è morta già da due anni. Ed è proprio in questo romanzo e nei seguenti che Sandokan verrà visto sotto una luce malinconica. Infatti, sarà tormentato molto dal ricordo della sua amata sposa, anche perché entrerà in scena un’altra eroina, Ada Corishant, compagna di Tremal-Naik e cugina di Marianna per parte di madre[3]. I lineamenti di Ada appaiono assai simili a quelli della defunta Marianna e, in più occasioni, Sandokan, al vederla, rimane turbato dal ricordo dell’amata[8]. In virtù dei meriti acquisiti salvando Ada, James Guillonk finirà per riappacificarsi con Sandokan e collaborerà al fine di farlo evadere quando questi sarà catturato da James Brook, nel terzo libro della saga.

ArmiModifica

In genere le armi utilizzate da Sandokan sono la scimitarra (Dao) e il kriss, un tipico pugnale dei popoli delle isole del sud est asiatico (come la Malaysia e l’Indonesia) con una lama ondulata a doppio taglio, talvolta diritta o appena ricurva, avvelenata spesso con succo di upas. La sua arma di elezione è comunque una scimitarra o più precisamente un dao cinese, ovvero grossa lama ricurva con un’impugnatura a due mani che Sandokan è comunque in grado di utilizzare anche con una sola mano.

InterpretiModifica

Kabir BediModifica

Kabir Bedi è l’attore che più di tutti e per più lungo tempo è stato legato al personaggio di Sandokan. All’epoca del suo ingaggio nel ruolo di Sandokan nello sceneggiato omonimo del 1976, si presentò ai provini per il ruolo di Tremal-Naik[9]. Nonostante il fisico “grassoccio”, la produzione assunse l’attore per la parte del protagonista Sandokan. L’attore fu, quindi, costretto ad allenarsi pesantemente e imparò ad andare a cavallo e a nuotare[9]. Lo sceneggiato si rivelò un grandissimo successo e spinse gli autori a ideare un seguito dal titolo La tigre è ancora viva: Sandokan alla riscossa!, sempre interpretato da Bedi. In entrambi i film, l’attore è doppiato in italiano da Pino Locchi[10][11].

Nella miniserie televisiva Il ritorno di Sandokan, Sandokan è interpretato sempre da Kabir Bedi, con la voce italiana di Massimo Corvo[12], che sostituisce Locchi in quanto questi era deceduto un paio di anni prima. Successivamente Bedi interpretò Sandokan anche in un’altra miniserie diretta da Sergio Sollima, intitolata Il figlio di Sandokan[13].

Nel 2007 Kabir Bedi interpreta nonno Kabir Dahvi nella quinta stagione di Un medico in famiglia, di cui il personaggio di Cettina si innamora anche se sposata. Dopo averlo visto molte volte da lontano una volta avvicinatasi guardando il suo sguardo ammaliante lo scambia per Sandokan, anche se Kabir rimane incredulo a tale affermazione, come se non sapesse chi sia. Inoltre altra coincidenza, nella stessa stagione della serie, Carole André interpreta Caterina Morelli, attrice e cantante lirica italo-francese che da giovane era innamorata di Kabir ricambiata (rimando alla coppia Sandokan-Marianna) ma lui era già promesso a un’altra donna. Una volta rivista, nell’ultima puntata della stagione, Caterina e Kabir finalmente coronano il loro sogno d’amore.

Serie animataModifica

Nelle serie a cartoni animati della Mondo TV, Sandokan è doppiato nella prima stagione da Francesco Pezzulli e dalla seconda in poi da Fabrizio Vidale[14]

Via col Vento di Margaret Mitchell

Margaret Munnerlyn Mitchell (Atlanta8 novembre 1900 – Atlanta16 agosto 1949) è stata una scrittrice e giornalista statunitense.

Premio Pulitzer

Margaret Mitchell nel 1941


 Premio Pulitzer nel 1937

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Biografia

Nata ad Atlanta in una famiglia benestante e politicamente importante. Suo padre, Eugene Muse Mitchell, era un avvocato, e sua madre, Mary Isabel “May Belle” (o “Maybelle”) Stephens, era suffragista . Aveva due fratelli, Russell Stephens Mitchell, che morì nella prima infanzia nel 1894, e Alexander Stephens Mitchell, nato nel 1896. All’età di 14 anni la Mitchell entra nel Washington Seminar, un college femminile privato dove studia rivelando tutto il suo talento. Compiuti i 18 anni si iscrive al corso superiore di medicina allo Smith College di Northampton, nel Massachusetts ma gli studi vengono interrotti a causa della morte della madre. Margaret torna a casa, ad Atlanta, dove nel 1922 sposa Berrien Kinnard Upshaw. Il matrimonio si rivela un fallimento e lui esce dalla sua vita lasciandole la libertà necessaria per ricominciare da capo.

Negli anni 20 l’autrice diventa una collaboratrice dell’Atlanta Journal Sunday Magazine: memorabile fu la sua intervista a Rodolfo Valentino.

Nel 1926 Margaret si risposa con John Marsh, un agente pubblicitario, e lascia il lavoro per cominciare a scrivere un romanzo ambientato durante la guerra di secessione, la cui stesura la terrà impegnata per quasi 10 anni. Il libro viene pubblicato nel Giugno del 1936 col titolo Via col vento (Gone with the wind) prendendo a prestito il verso suggestivo di una poesia di Ernest Dowson, e diventa subito un bestseller: in un solo mese ne vengono vendute ben 180.000 copie.

Nel 1937, grazie all’opera, la Mitchell vince il Premio Pulitzer e l’anno seguente è candidata al Premio Nobel per la letteratura. Quasi immediatamente partono anche le trattative col produttore cinematografico David O. Selznick che dal libro vuol trarre un film. Margaret fa molta resistenza e non vorrebbe partecipare né alla stesura della sceneggiatura, né alla scelta del cast. Nel 1939 dal romanzo è stata infine tratta la pellicola omonima per la regia di Victor Fleming che ricevette tredici nomination al premio oscar aggiudicandosi otto statuette, oltre a due premi speciali.

Quando scoppia la seconda guerra mondiale la Mitchell entra a far parte della Croce Rossa americana e diventa istruttrice di primo soccorso. Nel 1943 crea una Recreation room a favore dei soldati di stanza nel Piedmont Park. Nel dopoguerra Margaret ritorna ad Atlanta intenzionata a riprendere l’attività letteraria ma la sera dell’11 agosto 1949, attraversando un incrocio, un tassista fuori servizio, Hugh Gravitt, la investe: Margaret Mitchell morirà il 16 agosto del 1949, dopo 5 giorni di coma.

Prima di morire, Margaret Mitchell fece testamento e dispose che tutta la sua produzione letteraria venisse distrutta: le sue volontà sono state tenute in considerazione dai suoi eredi.

Per decenni si è creduto che l’unica sua opera letteraria nota fosse il pluripremiato Via col vento.

Nel 1995 però, con grande sorpresa dei suoi curatori, fu consegnato al “Road to Tara Museum” – che la contea di Jonesboro dedicò alla memoria della scrittrice – un inedito manoscritto della scrittrice, risalente al 1916. Si trattava del racconto “Lost Laysen” (in italiano “L’Isola in fondo al mare”, edito poi da Rizzoli) vergato a mano su due quaderni: la Mitchell li regalò all’amico di infanzia Henri Love Angel, che li custodì e tramandò in famiglia fino ad allora.

Pur essendo stato scritto in giovane età, esso contiene già tutti gli elementi che avrebbero reso famosa l’autrice solo vent’anni dopo: pur non essendo molto conosciuto ai più, è dunque considerabile un’opera di grande interesse storico e letterario.

Sulla vita della scrittrice è stato realizzato un film tv: La travolgente storia d’amore di Margaret Mitchell (1994) interpretato da Shannen Doherty.

Opere

  • 1916 Lost Laysen, racconto, L’Isola in fondo al mare, Milano, Rizzoli
  • 1936 Gone with the windVia col vento

“Bill Conti ~ Gonna Fly Now (Theme From Rocky) 1976 Extended Meow Mix” su YouTube

Rocky Logo.svg

Logo del filmLingua originaleinglesePaese di produzioneStati Uniti d’AmericaAnno1976Durata119 minRapporto1,33:1GeneredrammaticosportivosentimentaleRegiaJohn G. AvildsenSoggettoSylvester StalloneSceneggiaturaSylvester StalloneProduttoreIrwin WinklerRobert ChartoffProduttore esecutivoGene KirkwoodCasa di produzioneUnited ArtistsChartoff-Winkler ProductionsFotografiaJames CrabeMontaggioScott ConradRichard HalseyEffetti specialiGarrett BrownMusicheBill ContiScenografiaBill CassidyCostumiRobert CambelTruccoMike WestmoreInterpreti e personaggi

Doppiatori italiani

Rocky è un film del 1976 diretto da John G. Avildsen.

Sylvester Stallone, allora attore poco conosciuto, ha scritto ed interpretato questo film, grazie al quale è divenuto uno dei volti più amati di Hollywood.[1] Il film vinse tre premi Oscar, tra cui quello per il miglior film e miglior regia. Grazie a Rocky, Stallone diviene il terzo uomo nella storia del cinema, dopo Charlie Chaplin e Orson Welles, a ricevere la nomination all’Oscar sia come sceneggiatore che come attore per lo stesso film.

Realizzato in appena 28 giorni con un budget di 1,1 milioni di dollari[2][3] ne incassò al botteghino 225[4], diventando un successo di pubblico e di critica e dando vita a cinque seguiti: Rocky IIRocky IIIRocky IVRocky VRocky Balboa e due spin-off, Creed – Nato per combattere (2015) e Creed II (2018).

Nel 1998 l’American Film Institute l’ha inserito al settantottesimo posto della classifica dei migliori cento film statunitensi di tutti i tempi,[5] mentre dieci anni dopo, nella lista aggiornata, è salito al cinquantasettesimo posto.[6] Nel 2006 è stato scelto per la preservazione nel National Film Registry della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti.[7][8]

Nell’agosto del 2015Rolling Stone lo mette al secondo posto della classifica dei migliori film sportivi della storia del cinema[9].

Trama

Rocky Balboa (Sylvester Stallone) in una scena del film

Filadelfia1975Rocky Balboa è un pugile italo-americano trentenne che non riesce a sfondare sul ring. Per questo motivo il suo vecchio allenatore Mickey Goldmill gli sequestra l’armadietto negli spogliatoi della palestra nella quale si allena e gli dice che non sarà mai un campione.

Rocky vive la vita giorno per giorno nella periferia della città e abita in un piccolo fatiscente monolocale in una zona residenziale; per guadagnare soldi fa l’esattore per conto di Tony Gasco, un gangster italo-americano.

Il migliore amico di Rocky è Paulie Pennino, italo-americano come lui e con il quale si incontra al bar. Paulie lavora in un mattatoio di Philadelphia e ha una sorella minore, Adriana, molto timida, che lavora in un negozio di animali. Rocky ogni giorno entra nel negozio di animali e cerca continuamente di attaccare bottone ma Adriana, vergognandosi, lo saluta solamente e poi volta la testa da un’altra parte. Il Giorno del ringraziamento, Rocky decide di uscire con Adriana: lei accetta e così i due vanno a pattinare sul ghiaccio insieme. Poi la porta a casa dove riesce a strapparle un bacio; così Adriana vince parte della propria timidezza e qualche giorno dopo decide di fidanzarsi con Rocky.

Nel frattempo, l’imbattuto campione del mondo dei pesi massimi Apollo Creed, proveniente da Los Angeles, giunge a Philadelphia disposto ad un incontro per festeggiare la ricorrenza del Bicentenario degli Stati Uniti d’America, nel quale metterà in palio il suo titolo mondiale, e siccome il pugile ufficiale è infortunato, lui decide comunque di disputare quest’incontro con un pugile a caso che si trova nella stessa città; tra tutti quelli che cerca, trova proprio il nome di Rocky Balboa, soprannominato “Lo stallone italiano”, e decide di sfidarlo.

Avuta la notizia, Rocky riceve una visita da Mickey e, dopo una forte discussione, seguita da un rappacificamento, accetta di farsi allenare da lui per questo match; Mickey lo porta nella vecchia palestra ad allenarsi con i colpi e con gli spostamenti utili per un incontro fondamentale. Così Rocky si prepara per il grande incontro e Mickey, soddisfatto delle sue nuove prestazioni, diventa di fatto il suo manager per quando salirà sul ring.

La notte prima dell’incontro e mentre Adriana dorme, Rocky, che per la prima volta è colmo di dubbi, si dirige allo Spectrum, posto dove si terrà il grande match e qui pensa che dopotutto sarà un’impresa estremamente ardua: sa di non poter riuscire a prevalere su Apollo. Ritornato a casa, Rocky confida ad Adriana, momentaneamente sveglia, che il suo obiettivo sarà esclusivamente rimanere in piedi fino al 15º e ultimo round, cosa che nessun avversario di Apollo è mai riuscito a fare.

Arriva il giorno del match e Rocky sembra in perfetta forma, benché sia preso di mira dai giornalisti e dai tifosi di Apollo che lo danno già per sconfitto. Apollo sale sul ring accompagnato da uno spettacolino ricco di molte attrazioni e musica nel quale egli omaggia l’America nei panni prima di George Washington e poi dello Zio Sam.

Inizia l’incontro e Rocky esordisce nel migliore dei modi mostrando un’incredibile prova di forza nei confronti di Apollo, sorpreso dalla sua resistenza. Quella che doveva essere soltanto una farsa si trasforma in una vera e propria guerra tra pugili: dopo essersi ripreso dal conteggio subito nel primo round, Apollo tempesta di colpi Rocky, che dimostra una grande qualità di incassatore. L’incontro continua con Apollo sempre più stupito dalla caparbietà e resistenza di Rocky, che colpisce come non mai. Nel 14º round Rocky cade esausto al tappeto, ma incredibilmente riesce a rialzarsi.

L’ultimo round è estremamente drammatico, i pugili sono sfiniti e sanguinanti con il pubblico stupefatto dalla loro resistenza. Rocky negli ultimi istanti mette a segno una serie micidiale di colpi che scuotono seriamente Apollo sfiorando il ko. Terminato l’incontro, in un clima di forte tensione e forti emozioni, viene dato il verdetto finale: Creed vince ai punti e conserva il titolo di campione del mondo, ma la folla acclama a gran voce il nome di Rocky per la capacità di aver incassato tutti quei colpi ed essere riuscito a stare in piedi per tutti e 15 i round.

Rocky, dopo aver allontanato i giornalisti radunatiglisi attorno a fine match, chiama a gran voce Adriana, che lo raggiunge sul ring: i due si abbracciano

L’ intervista a Sylvester Stallone di 6 mesi fa

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