Dolce ripieno di uva bianca e uva nera, di mandorle e di pistacchi, goduriosa al massimo! Una pasta frolla che racchiude la frutta fresca e frutta secca, ideale per un dopo pasto, una merenda o da regalare. E' semplice da preparare e a parte i tempi di riposo è anche piuttosto veloce Ma vediamo cosa occorre per realizzare La crostata ripiena di uva e frutta secca Ingredienti per 8/10 persone: Per la pasta frolla: 500 g di farina 00 250 g di burro 2 uova intere 150 g di zucchero 10 g di sale fino Per il ripieno: 800 g di uva tra quella bianca e quella nera 50 g di mandorle spellate 50 g di pistacchi 300 ml di vino bianco Passiamo alla preparazione della ricetta dolci Crostata di uva Come preparare la pasta frolla: Su una spianatoia versare la farina fare un buco e al centro inserire gli altri ingredienti, il burro sciolto e freddo, le due uova, lo zucchero, il sale. Impastare fino ad ottenere un composto morbido e liscio, dividerlo in due una parte però più grande rispetto all'altra, racchiuderli in due distinti cannovacci puliti e farli riposare in frigo per 30 minuti. Intanto che la pasta frolla riposa, lavare l'uva bianca e l'uva nera, staccare gli acini dai grappoli e ricoprirli di vino, in una ciotola. Riprendere dal frigo i due composti di pasta frolla e stendere con il mattarello quello più grande e ricoprire il fondo della tortiera e i bordi. Poggiare sul fondo le mandorle e i pistacchi; io ho preferito inserirli interi, ma si possono anche tritare. Sulla frutta secca appoggiare l'uva in un solo strato. Con la pasta frolla lasciata da parte, una volta stesa con il mattarello, ricoprire l'uva, facendo ben aderire sui bordi. Se dovesse avanzare della pasta frolla, si possono fare delle decorazioni da appoggiare sulla crostata. Infornare in forno già caldo a 180° per 40 minuti, modalità statica. Una volta cotta deve completamente raffreddare prima di essere servita. 

Una sintesi della musica prodotta da Sufjan Stevens in questi anni: The Ascension.Malgrado lo iato di cinque anni che separa The Ascension, l’ottavo album in studio della ricca e variegata produzione musicale di Sufjan Stevens, dal celeberrimo e pluricelebrato Carrie & Lowell, all’americano non sono mancate le occasioni di fare bello sfoggio del proprio indubbio e multiforme talento. Ultima prova in ordine di tempo, Aporia, album elettronico dalle cadenze vagamente new age, pubblicato lo scorso aprile in cooperazione con Lowell Brams, l’amato patrigno, al quale Sufjan aveva appunto dedicato il già citato Carrie & Lowell.Asthmatic Kitty – 2020The Ascension, quindici brani per più di un’ora e venti di musica, è un album importante, ambizioso e monumentale. Sintesi perfetta fra il meglio di quanto prodotto da Sufjan fino ad oggi, l’album miscela con maestria una sorta di minimalismo testuale a un’avvolgente ricchezza musicale, grazie all’infinita combinazione e ricombinazione di elaborate trame sonore, prevalentemente elettroniche.L’esito è piacevolmente spiazzante.È la suggestiva Make Me an Offer I cannot Refuse ad aprire le danze. Fil rouge che lega pressochè tutte le tracce incluse nel disco, la riflessione attorno alla fede si declina qui nel monologo disperato di un credo vacillante alla ricerca di conferme.Move through/to me/Show me the face of all of my dreams/Was it all for nothing?/Make me an offer I cannot refuse/Move through to me/Move like the ghost of a hazardous demon / Was it all forgiven?/ Make me an offer I cannot refuse, canta Stevens.Ipnotica ed avvolgente  la seconda traccia, Run Away with Me, è una delicata e allo stesso tempo appassionata dichiarazione d’amore. And I say, love / Come run away with me / Sweet falling remedy / Come run away with me, recita il ritornello. La bella voce di Sufjan è la vera protagonista, stagliandosi ora in primo piano su uno sfondo appena accennato, ora divenendo un tutt’uno con la melodia in crescendo, sublimata da un tappeto di sintetizzatori.Qualche momento di più facile ascolto in un disco complessoSecondo singolo estratto da The Ascension, pubblicato lo scorso agosto, Video Game, è un brano senza dubbio di grande impatto ed è probabilmente di più facile ricezione rispetto alle quasi totalità delle tracce rimanenti. Interessante, seppure non rivoluzionario il testo, una sorta di invettiva contro i social networks, che malgrado la prevedibilità degli assunti, può comunque contare su una scrittura non ordinaria. I don’t wanna play / your video game /I don’t wanna be the center of the universe/ I don’t wanna be a part of that shame / In a way, I wanna be my own redeemer/ I don’t wanna play your video game, udiamo in apertura. Più interessante e complessa musicalmente, Die Happy. Nonostante il testo si riduca al rafrain che si ripete per tutta la durata del brano, si rivela uno degli episodi più riusciti dell’intero lavoro.Nella seconda parte di The Ascension Sufjan Stevens dà il meglioI momenti forti non mancano, soprattutto nella seconda parte dell’album. A partire da Ursa Major, un piccolo gioiello musicale che gioca su continue variazioni di ritmo, fra elettronica, art pop e qua e là venature soul, sublimate da un testo intenso e spiazzante, tra amor sacro e amor profano, nel più classico stile Sufjan. For the love of God / In the shade of Ursa Major /For the life of me /I can’t account for human nature / For your information / I’m not one for controversy canta Stevens in apertura. O ancora, non posso non citare Tell Me You Love Me,  nella quale fa capolino un sample da Climb That Mountain, brano presente sul recente Aporia. È  tuttavia il trittico finale a chiudere gloriosamente il disco: dalla sublime Sugar, terzo singolo estratto, disvelato solo la scorsa settimana, dalla trama musicale incandescente e con un testo tanto semplice e diretto quanto urgente e imperativo. All the shit they try to feed us / Don’t drink the poison or they’ll defeat us / This is the right time / Come on, baby, gimme some sugar /Don’t break my heart, don’t break my flow now /And all this rage has got to go now /Let’s take up this lifeline /Come on, baby, gimme some sugar, recita il ritornello quanto mai attuale in questi tempi difficili. Splendida anche la titletrack The Ascension, dominata dalla voce cristallina di Sufjan Stevens, che si staglia su una melodia minimalista ma non per questo meno struggente.Una riflessione conclusiva sull’America odiernaAmerica chiude magistralmente il disco. Una dichiarazione d’amore disperato al proprio paese natale, che può contare su un testo complesso, ricco di metafore colte ispirate dai testi biblici, che si intreccia a un tessuto sonoro imponente e magnificamente orchestrato.(My love) Right now, I could use a change of plans /(My love) When it all falls, what’s the use of open hands? / (My love) Can you tell me this love will last forever? (Tell me you love me) /(My love) And as the world burns, breathing in the blight /(My love) What’s the point of it if morning turns into night? / (My love) Can we carry this love? It’s now or never. Pare evidente l’allusione allo stato dell’arte nell’America trumpiana, e il grido di dolore di Sufjan non può che colpirci al cuore.Un disco bello ed essenziale in quest’anno turbolento.Sufjan Stevens – The AscensionTraduzione testo: Bob Dylan – My Own Version Of You

Homo Deus di Yuval Noah Harari (autore) 9780062464347 | eBay

https://www.ebay.co.uk/itm/Homo-Deus-by-Yuval-Noah-Harari-author/333532699890?_trkparms=aid%3D1110006%26algo%3DHOMESPLICE.SIM%26ao%3D1%26asc%3D20191002094254%26meid%3Dcedc9557e049492f9c59c87fc588d65e%26pid%3D100935%26rk%3D1%26rkt%3D6%26sd%3D333674718813%26itm%3D333532699890%26pmt%3D0%26noa%3D1%26pg%3D2332490%26algv%3DDefaultOrganic&_trksid=p2332490.c100935.m2460

Harari racconta sogni e incubi che daranno forma al XXI secolo in una sintesi audace e lucidissima di storia, filosofia, scienza e tecnologia, e ci mette in guardia: il genere umano rischia di rendere sé stesso superfluo.
Nella seconda metà del XX secolo l’umanità è riuscita in un’impresa che per migliaia di anni è parsa impossibile: tenere sotto controllo carestie, pestilenze e guerre. Oggi è più probabile che l’uomo medio muoia per un’abbuffata da McDonald’s piuttosto che per la siccità, il virus Ebola o un attacco di al-Qaida.
Nel XXI secolo, in un mondo ormai libero dalle epidemie, economicamente prospero e in pace, coltiviamo con strumenti sempre più potenti l’ambizione antica di elevarci al rango di divinità, di trasformare “Homo sapiens” in “Homo Deus”. E allora cosa accadrà quando robotica, intelligenza artificiale e ingegneria genetica saranno messe al servizio della ricerca dell’immortalità e della felicità eterna? Saremo in grado di proteggere questo fragile pianeta e l’umanità stessa dai nostri nuovi poteri divini?COMPRIMI

Aceto….non solo condimento


L’aceto non è solo un condimento ma agisce in modo benefico sul nostro organismo. Oggi vi raccontiamo le proprietà dell’aceto.

L’aceto lo conosciamo principalmente per il suo uso in cucina, principalmente per condire l’insalata.
Però l’aceto ha esplica alcuni interessanti benefici sul nostro organismo.

Infatti l’aceto contiene sostanze che disintossicano il sangue mantenendo elastiche le vene e le arterie, pertanto il sangue sarà più fluido andando così a ridurre la quantità di zuccheri esplicando una azione di prevenzione del diabete.
Sempre le stesse sostanze agiscono, anche, come disinfettante e depurante dell’intestino combattendo, in sostanza, in tutto l’organismo depositi di sostanze tossiche.
Inoltre l’aceto aiuta nella prevenzione delle infiammazioni articolari.
Ottima è l’azione di contrasto della ritenzione di liquidi agendo sullo stimolo delle vie urinarie.

Utile il contributo in caso di gonfiori addominaliaccumuli di grasso nelle cellule e nel sistema cardiocircolatorio.
Se si soffre di insonnia l’aceto può venire in vostro aiuto.
Infine attenua il bruciore delle punture d’insetto e le può anche prevenire: basta avere il “coraggio” di spruzzare sulla pelle del buon aceto di vino bianco.
Controindicazioni: devono evitare l’uso di aceto chi soffre di disturbi intestinali, soprattutto gastriti e reflusso gastroesofageo. damigiana per aceto

ACETO FATTO IN CASA
Una volta  l’aceto si faceva in casa e per fare l’aceto bisogna “far andare a male il vino” (La Capra Enoica ci perdonerà?).
Serve una piccola damigiana. Versate nella damigiana una bottiglia intera di vino buono, perché se si vuole l’aceto buono è necessario utilizzare vino buono sia esso rosso, bianco o rosato però si può fare anche con un misto di vino rosso e bianco.
Tappate la damigiana ma senza sigillarlo del tutto perché è essenziale che prenda aria.
Il contenuto potrebbe attirare moscerini: sarà sufficiente mettere una garza sull’imboccatura della damigiana prima di adagiarvi sopra il tappo.
A questo punto mettete la damigiana in un luogo caldo e luminoso, proprio dove non mettereste mai il vino e dimenticatevi di essa.
Lasciate passare qualche tempo e si noterà sul fondo la formazione di una sostanza solida e morbida: la madre.
Il colore della madre dipende dal vino utilizzato.
Se annusate percepirete già il profumo dell’aceto che se non è ancora del tutto fatto è in fase di diventarlo.
Da questo momento nella damigiana potete aggiungere avanzi di bottiglia o di bicchieri versando il tutto utilizzando un colino a trama fine.
E così avete prodotto l’aceto casalingo.
Se la madre dovesse crescere troppo (quando si avvicina alla metà della damigiana) svuotate la damigiana in un altro recipiente, tagliate a pezzi la madre lasciandone dentro al damigiana quella necessaria rimettendo dentro il suo aceto.
La madre rimasta può essere utilizzata per produrre aceto in altri recipienti.

Audrey Hepburn

Audrey Hepburn, nata Audrey Kathleen Ruston Hepburn (Ixelles4 maggio 1929 – Tolochenaz20 gennaio 1993), è stata un’attrice britannica. Cresciuta tra BelgioRegno Unito e Paesi Bassi, dove visse sotto il regime nazista, durante la seconda guerra mondiale studiò danza per poi approdare al teatro e infine al cinema.

Statuetta dell'Oscar
Statuetta dell'Oscar

Audrey Hepburn nel 1956


 Oscar alla miglior attrice 1954
 Oscar Premio umanitario Jean Hersholt 1993

Nel corso della sua carriera lavorò con Billy WilderGeorge Cukor e Blake Edwards, oltre che con attori del calibro di Gregory PeckHumphrey BogartGary CooperCary GrantRex HarrisonWilliam HoldenPeter O’Toole e Sean Connery e raggiunse la fama mondiale, nei primi anni cinquanta, grazie a ruoli come quello di Gigi in uno spettacolo teatrale tratto dall’omonimo romanzo della scrittrice francese Colette (1951), interpretazione che le valse il Theatre World Award per gli esordi teatrali, della Principessa Anna in Vacanze romane (1953), interpretazione che le valse l’Oscar come migliore attrice. Altri suoi celebri ruoli sono quelli in film quali Sabrina (1954), Guerra e pace (1956), La storia di una monaca (1959), Colazione da Tiffany (1961), Sciarada (1963), My Fair Lady (1964), Come rubare un milione di dollari e vivere felici (1966), Gli occhi della notte e Due per la strada (1967).

Negli anni settanta e ottanta apparve sempre più raramente sul grande schermo, preferendo dedicarsi alla famiglia. Nel 1988 fu nominata ambasciatrice ufficiale dell’UNICEF e, da quel momento fino alla sua morte, si dedicò assiduamente al lavoro umanitario, in riconoscimento del quale ricevette nel 1992 la Medaglia presidenziale della libertà (Presidential Medal of Freedom)[1] e nel 1993 il Premio umanitario Jean Hersholt (Jean Hersholt Humanitarian Award).

Vincitrice di due Oscar, di tre Golden Globe, di un Emmy, di un Grammy Award, di quattro BAFTA, di due premi Tony e di tre David di Donatello, la Hepburn fu una delle figure di spicco del cinema statunitense degli anni cinquanta e sessanta. L’American Film Institute ha inserito la Hepburn al terzo posto tra le più grandi star della storia del cinema[2] e ha una sua stella sulla Hollywood Walk of Fame, al 1652 di Vine Street.

” La fabbrica del bello ” di Silvio Ceccato docente di linguistica nell’ Istituto Universitario di Lingue Moderne a Milano

Si legge a pagina 173: ” Se le vie della ricerca sono state e continuano ad essere essenzialmente le opere, gli strumenti ed i colloqui, era inevitabile che il campo si allargasse soprattutto verso la sfera dei nostri sentimenti ed affetti dai quali sarebbe difficile prescindere in ogni nostra attività, tanto meno in quella estetica, cui si legano non foss’ altro per quell’ aisthànomai ( sentire ), tanto mentale quanto psichico.

Crostata di zucchine e olive nere di cucinaficcadentieasy Ingredienti: 1 pasta sfoglia 500g zucchine 100g olive nere denocciolate 200g ricotta 1 spicchio di aglio 20g capperi timo q.b. olio extravergine d'oliva pizzico sale Ho lavato e grattato con la grattugia dai fori larghi le zucchine. Le ho messe in una padella con le olive, i capperi passati sotto l'acqua, per perdere la salinità, l'aglio tritato , timo, sale e un giro di olio. Dopo 10 minuti ho levato la padella dal fuoco, ho aggiunto la ricotta e ho mescolato finché non si è tutto amalgamato. Nello stampo per crostata ho messo la pasta sfoglia , ho bucato la base con la forchetta e ho versato dentro il contenuto della padella. Forno già caldo ventilato 200° per 30/40 minuti

Crostata di zucchine e olive nere

di cucinaficcadentieasy

Ingredienti:

1 pasta sfoglia

500g zucchine

100g olive nere denocciolate

200g ricotta

1 spicchio di aglio

20g capperi

timo q.b.

olio extravergine d’oliva

pizzico sale

Ho lavato e grattato con la grattugia dai fori larghi le zucchine.

Le ho messe in una padella con le olive, i capperi passati sotto l’acqua, per perdere la salinità, l’aglio tritato , timo, sale e un giro di olio.

Dopo 10 minuti ho levato la padella dal fuoco, ho aggiunto la ricotta e ho mescolato finché non si è tutto amalgamato.

Nello stampo per crostata ho messo la pasta sfoglia , ho bucato la base con la forchetta e ho versato dentro il contenuto della padella.

Forno già caldo ventilato 200° per 30/40 minuti

Penne con caponata di melanzane Ingredienti per 400g di penne: 2 melanzane 100g olive nere denocciolate 3 pomodori 2 cipolle rosse 1 cucchiaio di capperi olio extravergine d'oliva q.b. avete balsamico di Modena Pizzico sale Pizzico pepe Ho lavato, pulito e fatto a quadretti tutte le verdure. le ho messe a cuocere in una padella con le olive tagliate a metà e i capperi passati sotto l'acqua per fargli perdere di sale. Ho regolato di sale, pepe , olio e ho fatto cuocere il tutto per 20 minuti, mescolando spesso. Cotte le verdure, ho levato la padella dal fuoco e ho aggiunto 2 cucchiai di aceto balsamico. Pronta la pasta, l'ho scolata e ho condito tutto insieme. Buon gnam gnam a tutti

Penne con caponata di melanzane

di cucinaficcadentieasy

Ingredienti per 400g di penne:

2 melanzane

100g olive nere denocciolate

3 pomodori

2 cipolle rosse

1 cucchiaio di capperi

olio extravergine d’oliva

q.b. avete balsamico di Modena

Pizzico sale

Pizzico pepe

Ho lavato, pulito e fatto a quadretti tutte le verdure.

le ho messe a cuocere in una padella con le olive tagliate a metà e i capperi passati sotto l’acqua per fargli perdere di sale.

Ho regolato di sale, pepe , olio e ho fatto cuocere il tutto per 20 minuti, mescolando spesso.

Cotte le verdure, ho levato la padella dal fuoco e ho aggiunto 2 cucchiai di aceto balsamico.

Pronta la pasta, l’ho scolata e ho condito tutto insieme.

Buon gnam gnam a tutti

Galette di mele Gala Venosta e mandorle

Galette di mele Gala Val Venosta e mandorle
Ingredienti per 4-6 persone
2 mele Gala Val Venosta
180 g di farina 0 + quella per la spianatoia
30 grammi di farina di mandorle
2 cucchiai di zucchero di canna + un cucchiaio per la superficie della gallette
70 g di burro freddo
5 g di acqua fredda
 un pizzico di sale
20 g di granella di mandorle
 ½ limone
 ½ cucchiaino di cannella in polvere
 3 cucchiai di latte alla mandorla (o quello che preferite)

” Brevemente risplendiamo sulla terra ” di Ocean Vuong

La guerra, l’amore per una madre e per la lingua d’adozione, l’emigrazione, la violenza, l’identità, la scoperta del corpo e della perdita, una vita intera a capire cosa significa diventare cittadini di un altro paese: il romanzo d’esordio del poeta Ocean Vuong (T.S. Eliot Prize 2017) è la rivelazione dell’ultima stagione editoriale negli Stati Uniti, considerato dalla critica l’emblema di cosa può essere il romanzo americano. Little Dog, la voce di questo romanzo di esordio tradotto in tutto il mondo, ricostruisce in una lettera alla madre la storia della sua famiglia, segnata dalla guerra del Vietnam e dall’emigrazione negli Stati Uniti. Arrivati in America nel 1990, Little Dog e sua madre Rose si stabiliscono in Connecticut, dove lei si mantiene facendo manicure e pedicure. Ma la donna soffre di un disturbo da stress post-traumatico che si manifesta in violenti scoppi d’ira contro il figlio, alternati a gesti di tenerezza assoluta. Con loro abita la nonna Lan, che ha vissuto il dramma della guerra in prima persona: fuggita da un matrimonio combinato con un uomo molto più anziano, è costretta a vendersi ai soldati americani per mantenersi. Little Dog, crescendo, si fa interprete del dialogo impossibile tra le generazioni della sua famiglia tutta al femminile, unendo due donne che non parlano l’inglese e faticano a integrarsi nella cultura americana. Prendendosi cura degli altri, Little Dog impara a conoscere se stesso, dal difficile rapporto con i suoi coetanei che lo prendono di mira per la sua diversità, fino alla scoperta dell’amore. Accolto dalla critica come un grande romanzo americano, Brevemente risplendiamo sulla terra è una speciale storia di formazione che, attraverso il legame d’amore tra un figlio e una madre, parla di identità, differenza, di come impariamo ad abitare i sentimenti più grandi. Un libro sulla forza di raccontarsi per riscattare il silenzio di non essere ascoltati, che rivela l’intensità e la grazia della scrittura di Ocean Vuong.

” Io sono una strega ” di Marina Mazza

Caterina da Broni, governante, prostituta, avventuriera e strega. Caterina è una bambina strana per il suo tempo, sa addirittura leggere grazie al padre maestro. Rimasta incinta a tredici anni in seguito a una violenza, va in sposa a un uomo che non è chi dice di essere. Ma invece di rassegnarsi a un destino di schiavitù, sceglie di fuggire. La sua intera vita diventa così una picaresca ricerca del proprio posto nel mondo, attraverso un territorio lombardo intriso di acque e brume, dove la vita è scandita dallo scorrere del Po. La sua strada la porta da una locanda assai equivoca a una raffinata bottega di tipografi e poi alla «corte» di un capitano di ventura, fino ad arrivare a Milano, la grande città dominata dagli spagnoli, teatro di intrighi e lotte per il potere. Qui, l’accusa di aver «affatturato» l’anziano gentiluomo da cui è a servizio la conduce in prigione. La pena è il rogo: così muore una strega e Caterina è convinta di esserlo, di aver venduto l’anima al diavolo per poter sopravvivere. A eseguire la sentenza è chiamato Salem, celebre boia, un uomo bellissimo e tormentato: su quella pira lui rischia di perdere qualcosa di molto importante, che non sapeva di possedere. Sensuale, inquieta, spietata, tenera e decisa, Caterina da Broni è la protagonista autentica di uno dei più famosi processi alle streghe che la storia abbia tramandato. In questo romanzo prende vita come eroina modernissima, in una narrazione di ricerca storica, ricostruzione d’epoca, racconto di eventi che si susseguono con ritmo incalzante. Mentre attraversa, ribelle, il suo tempo, sul suo cammino aleggia una domanda: qual è il confine tra giustizia e delitto?

” L’amica sbagliata ” Di Cass Green

Descrizione
Se decidi di confidare i tuoi segreti, assicurati di farlo con la persona giusta…

«Tra La ragazza del treno e Diario di uno scandalo. L’ho divorato.» – Erin Kelly

«Cass green immagina che il tuo peggiore incubo abiti proprio nella casa accanto alla tua: un thriller genuinamente inquietante.» – Claire Seeber

«Un’esplorazione riuscitissima del potere che hanno i segreti di distruggere la tua vita.» – Psychologies

«Sono stata catturata immediatamente dalla narrazione di Hester – una pensionata con il cuore di tenebra e un’anima nera dietro i fili di perle e i twin set pastello.» – Ruth Ware

Tutti, prima o poi, possono aver bisogno di un buon vicino di casa… Melissa ed Hester abitano l’una accanto all’altra da diversi anni: Hester è stata quasi una nonna per la figlia di Melissa, e negli anni si sono sempre date tutto l’aiuto possibile. O almeno così la pensa lei. Vedova, sola se non per la compagnia del suo cane, Hester osserva la vita di Melissa, e si sente tagliata fuori ora che la giovane vicina sembra non avere più bisogno di lei. Ora che la vita scintillante che conduce sembra averle fatto dimenticare la vecchia amica. Così, quando Hester, spiando, scopre che Melissa sta organizzando una festa e non l’ha invitata, non riesce a crederci. Si sente come se Melissa avesse deciso di cancellarla dalla faccia della terra, e decide che non può più andare avanti così. Deve fare qualcosa. Qualcosa per far tornare a fiorire la loro vecchia amicizia. Deve trovare il modo per farsi invitare alla festa. Così, tutto sarà risolto. Le cose torneranno come prima. O forse, verranno a galla altre cose. Cose che sarebbe stato meglio lasciare sepolte… Perché quando hai confessato a qualcuno i tuoi peggiori segreti, non te ne libererai mai più. Un thriller serratissimo da una nuova voce della narrativa inglese, ai vertici di tutte le classifiche: una lettura che vi porterà a sospettare di tutti, anche – e soprattutto – di quelli più vicini .

” Il colibrì ” di Sandro Veronesi vincitore della LXXIV premio ” Strega “

Marco Carrera è il colibrì. La sua è una vita di continue sospensioni ma anche di coincidenze fatali, di perdite atroci e amori assoluti. Non precipita mai fino in fondo: il suo è un movimento incessante per rimanere fermo, saldo, e quando questo non è possibile, per trovare il punto d’arresto della caduta – perché sopravvivere non significhi vivere di meno. Intorno a lui, Veronesi costruisce un mondo intero, in un tempo liquido che si estende dai primi anni settanta fino a un cupo futuro prossimo, quando all’improvviso splenderà il frutto della resilienza di Marco Carrera: è una bambina, si chiama Miraijin, e sarà l’uomo nuovo.

” Amarcord ” regia di Federico Fellini

https://youtu.be/W5PsIpaRIFs il trailer

Premio Oscar nel 1974 come miglior film straniero, storia di Federico Fellini e Tonino Guerra, musica di Nino Rota, fotografia di Giuseppe Rotunno

Federico Fellini (Rimini20 gennaio 1920 – Roma31 ottobre 1993) è stato un registasceneggiatorefumettistaattore e scrittore italiano.

Considerato uno dei maggiori registi della storia del cinema, nell’arco di quarant’anni – da Luci del varietà del 1950 a La voce della Luna del 1990 – ha “ritratto” in decine di lungometraggi una piccola folla di personaggi memorabili. Definiva se stesso “un artigiano che non ha niente da dire, ma sa come dirlo“. Ha lasciato opere ricche di satira e velate di una sottile malinconia, caratterizzate da uno stile onirico e visionario. I titoli dei suoi più celebri film – I vitelloniLa stradaLe notti di CabiriaLa dolce vita e Amarcord – sono diventati dei topoi citati, in lingua originale, in tutto il mondo.

I suoi film La stradaLe notti di Cabiria e Amarcord hanno vinto l’Oscar al miglior film straniero. Candidato 12 volte al Premio Oscar, per la sua attività da cineasta gli è stato conferito nel 1993 l’Oscar alla carriera. Ha vinto inoltre due volte il Festival di Mosca (1963 e 1987), la Palma d’oro al Festival di Cannes nel 1960 e il Leone d’oro alla carriera alla Mostra del Cinema di Venezia nel 1985.

Indice

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

«Il visionario è l’unico realista.[1]»
(Federico Fellini)

Infanzia e giovinezza[modifica | modifica wikitesto]

Federico Fellini nacque a Rimini il 20 gennaio 1920 da una famiglia modesta. Il padre, Urbano Fellini (1894-1956), era un rappresentante di liquoridolciumi e generi alimentari originario di Gambettola, una cittadina sita a poco più di 20 km a ovest di Rimini, in direzione di Forlì, mentre la madre, Ida Barbiani (1896-1984), era una casalinga originaria di Roma, del rione Esquilino. Fellini segue studi regolari, frequentando il Ginnasio-Liceo classico “Giulio Cesare”[2] di Rimini dal 1930 al 1938. Da adolescente rivela già il proprio talento nel disegno, che manifesta sotto forma di vignette e caricature di compagni e professori. Attentissimo a chi gli stava intorno, spesso ne imitava i gesti.

Il suo disegnatore preferito era lo statunitense Winsor McCay, inventore del personaggio di «Little Nemo». Ispirandosi al celebre personaggio, nella sua camera da letto aveva costruito con la fantasia un mondo inventato, nel quale immaginava di ambientare le storie che voleva vivere e raccontare e vedere al cinema. Ai quattro montanti del letto aveva dato i nomi dei quattro cinema di Rimini: da lì, prima di addormentarsi, prendevano forma le sue storie immaginifiche. Fellini, fin dall’età di sedici anni, mostrava una grande attrazione per il cinema: infatti, nel suo libro Quattro film, descrive che, tra gli anni 1936 e 1939, usciva di casa senza permesso dei genitori ed entrava nei cinema nella sua città. A quell’età non pensava ancora di fare il regista, ma qualcosa a metà tra lo scrittore e l’illustratore[3].

Già prima di terminare la scuola, nel 1938, Fellini invia le proprie creazioni ai giornali. La prestigiosa «Domenica del Corriere» gli pubblica una quindicina di vignette nella rubrica “Cartoline del pubblico” (la prima appare sul numero del 6 febbraio 1938). Il settimanale politico-satirico fiorentino «Il 420», edito da Nerbini, gli pubblica numerose vignette e rubrichette umoristiche sino alla fine del 1939[4]. Agli inizi dello stesso anno (4 gennaio 1939) Fellini si è trasferito a Roma con la scusa di frequentare l’Università, in realtà per realizzare il desiderio di dedicarsi alla professione giornalistica.

Gli esordi[modifica | modifica wikitesto]

Il giovane Fellini

Fellini giunge nella capitale seguito dalla madre Ida, che nella città ha i suoi parenti, e dai due fratelli Riccardo e la piccola Maddalena; prende alloggio in via Albalonga 13[5], fuori porta San Giovanni (nel quartiere Appio-Latino). Si iscrive alla Facoltà di Giurisprudenza. Le prime esperienze del giovane Fellini rivelano che il suo obiettivo professionale non era tanto diventare avvocato (non sosterrà mai un esame) quanto intraprendere il lavoro di giornalista. Federico Fellini esordisce infatti, pochi mesi dopo il suo arrivo a Roma, nell’aprile 1939, sul Marc’Aurelio, la principale rivista satirica italiana, nata nel 1931 e diretta da Vito De Bellis. Collabora come disegnatore satirico, ideatore di numerose rubriche (tra le quali È permesso…?), vignettista e autore delle celebri “Storielle di Federico”, divenendo una firma di punta del quindicinale. Il suo principale referente in questa fase è il disegnatore satirico e illustratore cinematografico Enrico De Seta.

Il successo nel Marc’Aurelio si traduce in buoni guadagni e inaspettate offerte di lavoro. Fellini fa conoscenza con personaggi a quel tempo già noti. Comincia a scrivere copioni e gag di sua mano. Collabora ad alcuni film di Erminio Macario[6]Imputato, alzatevi! e Lo vedi come sei… lo vedi come sei? del 1939; Non me lo dire! e Il pirata sono io! del 1940; scrive le battute per gli spettacoli dal vivo di Aldo Fabrizi, nell’ambito di un’amicizia consolidata prima dell’esordio nel mondo dello spettacolo[7][8].

Fellini e la radio[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1941 viene chiamato a collaborare con l’Ente Italiano Audizioni Radiofoniche (EIAR), avviando una breve stagione come autore radiofonico. Per quanto meno nota rispetto all’opera cinematografica, l’attività radiofonica di Fellini è importante poiché segna il suo esordio nel mondo dello spettacolo, nonché l’inizio del sodalizio artistico e affettivo con Giulietta Masina[9].

In questi anni Fellini firma una novantina di copioni, tra presentazioni di programmi musicali, riviste radiofoniche, fino alla celebre serie di ventiquattro radioscene Cico e Pallina. Trasmessa saltuariamente all’interno del programma di varietà Il terziglio fra il 1942 e il 1943, la serie si incentra sulle avventure di due giovani sposi dall’animo semplice e puro[10].

Il ruolo di Cico è di Angelo Zanobini, mentre Pallina è interpretata da una giovane attrice di rivista, Giulietta Masina, che Fellini conosce nel 1942 e che diventerà sua compagna inseparabile e interprete nei suoi film. Tra l’ampia produzione radiofonica di questi anni, anche le riviste scritte con Ruggero Maccari (tra le quali Vuoi sognare con me, in anni successivi interpretata da Paolo PoliRiccardo GarroneGisella Sofio e Sandra Milo) e la toccante Una lettera d’amore (1942), incentrata su due giovani fidanzati analfabeti che si scambiano lettere d’amore fatte di fogli bianchi e che lascia presagire la poesia di successivi personaggi cinematografici come Gelsomina e Cabiria.

Nel luglio 1943 Giulietta presenta Federico ai propri genitori. Dopo l’8 settembre 1943, quando il proclama di Badoglio rese pubblico l’armistizio con gli Alleati, Fellini, invece di rispondere alla chiamata alla leva, convola a nozze con lei il 30 ottobre. Nei primi mesi di matrimonio vivono insieme nella casa della zia di Giulietta, Giulia, di famiglia benestante (i suoi congiunti possedevano a Milano il calzaturificio «Di Varese» e Giulia era vedova di Eugenio Pasqualin, preside del Liceo Tasso della capitale). Giulietta e Federico hanno di lì a poco un figlio, Pier Federico detto Federichino, nato il 22 marzo 1945 e morto appena un mese dopo la nascita, il 24 aprile.

Prime esperienze da sceneggiatore[modifica | modifica wikitesto]

Federico Fellini (a sinistra) con Moraldo Rossi (a destra) sul set de Lo sceicco bianco, al centro l’attore Leopoldo Trieste.

Tra il 1942 e il 1943 Fellini collabora alla sceneggiatura del film Quarta pagina (regia di Nicola Manzari) e di Avanti c’è posto… e Campo de’ fiori di Mario Bonnard. Subito dopo l’arrivo delle forze alleate, apre nel 1944 a Roma con Enrico De Seta una bottega dal nome “The funny face shop”, nella quale si dipingono caricature per i militari alleati[11][12] in un locale di via Nazionale, insieme con il giornalista Guglielmo Guasta e i pittori Carlo Ludovico Bompiani e Fernando Della Rocca. Il progetto si espande, e grazie a ciò ha il suo primo incontro con Roberto Rossellini,[12] nel 1945.

Grazie a Rossellini, Fellini collabora alle sceneggiature di Roma città aperta e Paisà, film che aprono, assieme alle opere di altri autori, soprattutto Vittorio De Sica e Luchino Visconti, la stagione che verrà definita del Neorealismo cinematografico italiano. In Paisà Fellini ricopre anche il ruolo di assistente sul set. Sembra, inoltre, che abbia girato, in assenza di Rossellini, alcune scene di raccordo (di certo dirige una lunga inquadratura della sequenza ambientata sul Po[13]). È il suo battesimo dietro la macchina da presa. Nel 1946 Fellini conosce Tullio Pinelli, torinese, scrittore per il teatro[14]. In breve nasce un sodalizio professionale: Fellini elabora idee e schemi, Pinelli li dispone dentro una struttura testuale.

Negli anni successivi, Federico Fellini firma nuove sceneggiature. Nel 1948 un soggetto realizzato con Pinelli viene messo in scena: Il miracolo, uno dei due episodi de L’amore, film diretto da Roberto Rossellini. Nell’episodio Fellini è anche attore: interpreta un vagabondo che incontra e seduce un’ingenua pastorella (Anna Magnani).

Seguono sceneggiature per diversi film di Pietro GermiIn nome della legge (scritto con Pinelli, MonicelliGermi e Giuseppe Mangione), Il cammino della speranza (con Germi e Pinelli), La città si difende (con Pinelli). Ancora, con Alberto Lattuada, scrive la sceneggiatura de Il delitto di Giovanni EpiscopoSenza pietà e Il mulino del Po.

Prime esperienze di regia: Luci del varietà[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Luci del varietà.

Una scena di Luci del varietà

«Un film che diventerà famoso»
(Slogan pubblicitario del film[15])

Nel 1950 Fellini esordisce alla regia con Luci del varietà, che dirige con Alberto Lattuada. Oltre alla regia, i due cineasti si cimentano anche come produttori grazie a un accordo basato su una formula di cooperativa[15]. Il soggetto della pellicola è un tema che diventerà un topos narrativo di Fellini: il mondo dell’avanspettacolo e la sua decadenza. Sul set si respira aria ilare e distesa con Lattuada che dirige principalmente i lavori ma con un Fellini sempre presente e attivo[16].

Nonostante il film riceva giudizi positivi da parte della critica, non riscuote gli sperati successi commerciali, piazzandosi come incasso al sessantacinquesimo posto tra i film italiani durante la stagione 1950-51. Il pessimo esito finanziario della pellicola lascia un segno pesante sui patrimoni personali di Fellini e Lattuada e ciò contribuisce a raffreddare definitivamente i rapporti tra i due.

L’esordio assoluto come regista: Lo sceicco bianco[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Lo sceicco bianco.

Alberto Sordi nel film Lo sceicco bianco.

«… Si erano imbarcati tutti in un barcone che era a un chilometro di distanza su un mare immenso. Mi parevano lontanissimi, irraggiungibili. Mentre un motoscafo mi portava verso di loro, il barbaglio del sole mi confondeva gli occhi. Non solo erano irraggiungibili, non li vedevo più. Mi domandavo ‘E ora cosa faccio?…’ Non ricordavo la trama del film, non ricordavo nulla, desideravo tagliare la corda e basta. Dimenticare. Poi, però, di colpo tutti i dubbi mi svanirono quando posai il piede sulla scala di corda. Mi issai sul barcone. Mi intrufolai tra la troupe. Ero curioso di vedere come sarebbe andata a finire»
(Federico Fellini a proposito del primo giorno di lavorazione del film[17])
La collaborazione con Nino Rota
In occasione della scelta delle musiche per Lo sceicco bianco, nasce tra Fellini e il compositore Nino Rota un rapporto di collaborazione che coinvolgerà vita e arte di entrambi. Sull’incontro tra i due è nato un aneddoto secondo il quale Fellini, uscendo dalla Lux, notò un signore che aspettava l’autobus. Gli si avvicinò e gli domandò quale autobus stesse aspettando. Rota nominò un numero che non passava di là e mentre il regista cercava di spiegarglielo l’autobus si presentò. Questo racconto, per quanto inverosimile, riassume gli ingredienti che caratterizzeranno il rapporto artistico tra i due, fatto di magia, empatia e irrazionalità[18]. Tra i due si instaurò immediatamente un’intesa formidabile che li portò a collaborare per ben diciassette film. Fellini non si dimostrò mai un amante della musica ma questo non creò difficoltà a Rota, che per i film del regista riminese si adattò volentieri a scrivere marcette dai ritmi marcati e vistosi[18]. L’apice della collaborazione è raggiunto con la marcetta della scena della passerella finale di ; basata su l’entrata dei gladiatori, che divenne l'”inno” del fellinismo[19].

Due anni dopo Luci del varietà, Fellini giunge all’esordio assoluto come regista, con Lo sceicco bianco, con Antonioni coautore del soggetto, Flaiano coautore della sceneggiatura e una grande interpretazione di Alberto Sordi, esempio della capacità di Fellini di valorizzare gli attori più amati dal pubblico. È il momento cruciale nella carriera felliniana: il momento nel quale l’attività di regista prende il sopravvento su quella di sceneggiatore. La gestione delle riprese da parte di Fellini si realizza in una continua rivisitazione della sceneggiatura con l’arricchimento di situazioni e la dilatazione dei tempi. Questo suo modo di operare lo porterà ad alcuni contrasti con il direttore di produzione Enzo Provenzale[20].

Con questo film, Fellini inaugura – grazie anche alla collaborazione con Ennio Flaiano – uno stile nuovo, estroso, umoristico, una sorta di realismo magicoonirico, che però non viene subito apprezzato[21]. Inoltre, più in generale e facendo riferimento anche alla filmografia successiva a Lo sceicco bianco, si definisce lo stile di Fellini come fantarealismo.[22]

Gli incassi al botteghino si rivelano un completo insuccesso, un duro colpo per la casa di produzione di Luigi Rovere. Anche se vi sono alcuni giudizi positivi – Callisto Cosulich lo definisce “il primo film anarchico italiano” – la maggioranza della critica lo stronca fino a definirlo “…un film talmente scadente per grossolanità di gusto, per deficienze narrative e per convenzionalità di costruzione da rendere legittimo il dubbio se tale prova di Fellini regista debba considerarsi senza appello”[23].

I vitelloni[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: I vitelloni.
«Noi abbiamo passato la seconda metà della vita a cancellare i guasti che l’educazione aveva fatto nella prima»
(Kezich 2007,  p.136)

Gli anni cinquanta sono caratterizzati da profondi cambiamenti nella società e in particolare nell’Italia che si avvia verso l’industrializzazione. I film di Fellini girati in questo periodo nascono proprio da questo contesto[24]. Dopo Luci del varietà il regista gira I vitelloni, che racconta la vita di provincia di un gruppo di amici a Rimini. Questa volta il film ha un’accoglienza entusiastica. Alla Mostra del cinema di Venezia, dove viene presentato il 26 agosto 1953, l’opera conquista il Leone d’argento. La fama di Fellini si espande per la prima volta all’estero, il film è infatti campione di incassi in Argentina e riscuote un buon successo anche in FranciaStati Uniti e Inghilterra[25].

È il 1953 e il regista riminese, poco più che trentenne, fa ricorso a episodi e ricordi dell’adolescenza, ricchi di personaggi destinati a restare nella memoria. L’articolazione della trama del film in grandi blocchi episodici, qui per la prima volta sperimentata, sarà una consuetudine di molti suoi film successivi.

Il periodo di preparazione e lavorazione del film si svolge senza intoppi, nonostante il budget preventivato dalla produzione sia alquanto modesto[26]. Sebbene molte parti della sceneggiatura abbiano un carattere autobiografico, descrivendo situazioni e personaggi della sua infanzia, il regista riminese preferisce distaccarsi dalla realtà inventando una cittadina fittizia mischiando ricordi e fantasia, come farà vent’anni più tardi con la Rimini di Amarcord.

Allo stesso anno risale la collaborazione di Fellini al film a episodi progettato da Cesare ZavattiniRiccardo Ghione e Marco Ferreri L’amore in città: l’episodio diretto dal regista riminese – Agenzia matrimoniale – è, secondo molti critici, il più riuscito[senza fonte]. Durante la lavorazione di questo cortometraggio, Fellini, si avvale per la prima volta della collaborazione di Gianni Di Venanzo come direttore della fotografia, che poi vorrà avere per  e Giulietta degli spiriti.

Il grande successo: La strada[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: La strada.

Fellini e Richard Basehart sul set de La strada

Il grande successo internazionale arriva per Fellini grazie al film La strada, girato nel 1954. L’idea del film si ha intorno al 1952 quando Fellini è alle prese con il montaggio de Lo sceicco bianco[27]. Per motivi strettamente legati alla produzione è però costretto a ritardare il progetto e a girare prima I vitelloni e l’episodio Agenzia matrimoniale, ma in testa ha già chiaramente l’idea che lo porterà alla realizzazione della successiva opera.

La scrittura de La strada avviene a partire da alcune discussioni con Tullio Pinelli sulle avventure di un cavaliere errante per poi focalizzarsi sull’ambiente del circo e degli zingari. Pinelli a tal proposito ricorda:

«Ogni anno, da Roma, andavo in macchina a Torino per rivedere i posti, la famiglia, i genitori. Allora l’Autostrada del Sole non c’era, si passava fra le montagne. E su uno dei passi montani ho visto Zampanò e Gelsomina, cioè un omone che tirava la carretta con un tendone su cui era dipinta una sirena e dietro c’era una donnina che spingeva il tutto. … Così quando sono tornato a Roma ho detto a Federico: “Ho avuto un’idea per un film”. E lui: “Ne ho avuta una anch’io”. Stranamente erano idee molto simili, anche lui aveva pensato ai vagabondi, ma la sua era centrata soprattutto sui piccoli circhi di allora… Abbiamo unito le due idee e ne abbiamo ricavato un film»
(Tullio Pinelli[28])

Il film, ricco di poesia, racconta il tenero ma anche turbolento rapporto fra Gelsomina, interpretata da Giulietta Masina, e Zampanò, interpretato da Anthony Quinn, due strampalati artisti di strada che percorrono l’Italia dell’immediato dopoguerra.Federico Fellini con la moglie Giulietta Masina, protagonista de La strada nei panni di Gelsomina

La composizione del cast, a cui si aggiunge Richard Basehart nei panni del Matto, fu oggetto di svariate discussioni: in particolare i produttori non erano convinti della partecipazione della Masina, ma si dovettero arrendere alla caparbietà di Fellini. Tra i vari provini per i ruoli di protagonisti c’è da annoverare quello di Alberto Sordi che però non viene ritenuto idoneo per la parte. L’esito negativo del provino congelerà i rapporti tra i due artisti per molti anni[29].

La realizzazione del film fu lunga e difficoltosa. Il budget era assai limitato, tanto da costringere Anthony Quinn, abituato ai fasti delle produzioni hollywoodiane ad adattarsi a un trattamento più “di fortuna”. L’attore, comunque, comprese lo spessore artistico della pellicola tanto che in una lettera del 1990 scriverà a Federico e Giulietta: “Per me tutti e due rimanete il punto più alto della mia vita”. Tra i vari imprevisti e incidenti che rallentano la realizzazione del film[30] si aggiunge il manifestarsi in Fellini dei primi sintomi della depressione che lo porterà ad avere un malumore incontrollabile[31].

La prima de La strada avviene il 6 settembre 1954 a Venezia. I primi giudizi del film si inseriscono in un contesto di scontro culturale con i neorealisti sostenitori del regista Luchino Visconti che presenta nello stesso periodo il film Senso[32]. Ben altra accoglienza ha il film fuori dai confini italiani e nel 1957 arriva l’Oscar al miglior film in lingua straniera, istituito per la prima volta in quell’edizione, per La strada.

Molti critici hanno provato ad analizzare il film per cercare elementi autobiografici di Fellini, identificandolo principalmente con Zampanò e vedendo nel suo rapporto con Gelsomina una metafora del matrimonio nell’epoca prefemminista[33]. Una diversa chiave di lettura la dà la stessa Masina, che identifica il marito in tutti e tre protagonisti: Gelsomina è il Federico da bambino che contempla la natura e parla con i fanciulli, il vagabondaggio di Zampanò rappresenta alcune delle sue più peculiari caratteristiche mentre il Matto è il Fellini regista che dichiara “vorrei sempre far ridere”[34].

Il bidone e Le notti di Cabiria[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Il bidone e Le notti di Cabiria.

Dopo il successo de La strada sono molti i produttori che si contendono il successivo film del regista, ma dopo aver letto il soggetto de Il bidone molti si tirano indietro. L’unico che accetta di produrlo è Goffredo Lombardo della Titanus.Fellini durante le riprese delle Notti di Cabiria1956

L’idea per questa sceneggiatura viene a Fellini dai racconti di un gabbamondo incontrato in una trattoria di Ovindoli durante la lavorazione de La strada. Dopo averne discusso con i collaboratori Pinelli e Flaiano, si cerca l’attore protagonista. Dopo aver scartato molti nomi viene scelto lo statunitense Broderick Crawford, affiancato dal connazionale Richard Basehart (il “Matto” de La strada), Franco Fabrizi e Giulietta Masina. In questo film Fellini si avvarrà della collaborazione di Augusto Tretti, il regista “più folle del cinema italiano”, come lo definirono Fellini stesso ed Ennio Flaiano.

Durante la lavorazione, Fellini appare però distaccato dal film, non sente più né il divertimento de I vitelloni, né il sapore della sfida de La strada. Il risultato finale appare alla critica e al pubblico modesto. La “prima” avviene il 9 settembre 1955 a Venezia dopo essere stati costretti a un lavoro di montaggio a tempi di record. La gelida accoglienza avuta alla mostra di Venezia porterà il regista a decidere di non mandare più al Lido nessuno dei suoi lavori, fino a quando presenterà, fuori concorso, Fellini Satyricon nel 1969. Gli incassi de Il bidone sono piuttosto deludenti e anche la distribuzione all’estero non porta i risultati sperati. Alcune delle critiche più ostili parlano di “Un passo falso”[35] o “Non funziona, ma non è trascurabile”[36].

Il successo torna con il film successivo, Le notti di Cabiria, anch’esso Premio Oscar. Anche in questo caso, protagonista è Giulietta Masina, sempre molto presente nei primi film del regista riminese. Il film conclude la trilogia ambientata nel mondo degli umili e degli emarginati.

Collaborazione con Angelo Rizzoli, gli anni de La dolce vita[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: La dolce vita.

Fellini con Ennio Flaiano e Anita Ekberg.

Negli anni sessanta la vena creativa di Fellini si esprime con tutte le sue energie, rivoluzionando i canoni estetici del cinema.

Nel 1960 esce La dolce vita: definita dallo stesso Fellini un film «picassiano» (“comporre una statua per romperla a martellate”, aveva dichiarato[37]), la pellicola – che abbandonava gli schemi narrativi tradizionali – destò scalpore e polemiche perché, oltre a illustrare situazioni fortemente erotiche, descriveva con piglio graffiante una certa decadenza morale che strideva con il benessere economico ormai acquisito dalla società italiana[38].

Il produttore iniziale de La dolce vita fu Dino De Laurentiis, che aveva anticipato 70 milioni di lire.[39] Tra il produttore e Fellini avvenne però una rottura e il regista dovette cercare un altro produttore che ripagasse anche l’anticipo di De Laurentiis.[39] Dopo varie trattative con diversi produttori, il duo Angelo Rizzoli e Giuseppe Amato divenne il nuovo produttore della pellicola.[40]

Il rapporto tra Fellini e Rizzoli è tranquillo e gli incontri fra i due sono cordiali.[41] Il budget viene sforato, anche se di poco: Kezich riporta che secondo fonti ufficiali il film non costò più di 540 milioni, che non era una cifra eccessiva per una produzione impegnativa come quella de La dolce vita.[41]

Interprete del film, insieme con Marcello Mastroianni, la svedese Anita Ekberg, che sarebbe rimasta – con la scena del bagno nella Fontana di Trevi – nella memoria collettiva: la Ekberg sarà ancora con Fellini nel 1962 in un episodio di Boccaccio ’70Le tentazioni del dottor Antonio, assieme a un esilarante Peppino De Filippo. Il film fu premiato con la Palma d’oro al Festival di Cannes.

La consacrazione: [modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: .

Fellini dirige Mastroianni

«Mi sento un ferroviere che ha venduto i biglietti, messo in fila i viaggiatori, sistemato le valigie nel bagagliaio: ma dove sono le rotaie?»
(Federico Fellini durante la preparazione di [42])

Terminati i lavori per le tentazioni del dott. Antonio, Fellini vive un periodo di scarsa ispirazione. Nella sua mente comincia a girare l’idea di un nuovo film, ma non con un soggetto preciso. Dopo aver trascorso un periodo di riposo presso Chianciano Terme, fa ritorno a Roma con uno spunto per una sceneggiatura: un uomo di mezza età interrompe la sua vita per una cura termale e qui, immerso in un limbo, affronta visite e ricordi. La scelta del protagonista cade quasi subito[43] sull’amico Marcello Mastroianni. Tra i due l’amicizia è intensa tanto che Fellini finirà per identificare nell’attore il suo alter ego cinematografico.

Trovato così il protagonista tutto sembra pronto per cominciare ma sorge un problema di cui Fellini non ha parlato a nessuno: il film non c’è più, l’idea che aveva in testa è sparita. In seguito racconterà che più passavano i giorni più gli sembrava di dimenticarsi il film che voleva fare[44]. Quando è ormai deciso a scrivere una lettera per comunicare la disfatta al produttore Angelo Rizzoli, Fellini viene interrotto da un capo macchina di Cinecittà che lo chiama per festeggiare il compleanno di un macchinista. Tra i festeggiamenti gli arrivano gli auguri per il nuovo film, che ormai non ricorda, ma una volta seduto su una panchina arriva il lampo di genio: il film parlerà proprio di questo, di un regista che voleva fare un film ma non si ricorda più quale, cosicché il protagonista, Guido Anselmi, diventa la proiezione di Fellini stesso[45].

Il film, girato nel 1963, prende il titolo di , poiché questa pellicola viene dopo sei film interamente da lui diretti, più tre “mezzi” film, costituiti dalla somma “ideale” di tre opere codirette con altri registi (cioè Luci del varietà, diretto con Lattuada, l’episodio Agenzia Matrimoniale ne L’amore in città e l’episodio Le tentazioni del dottor Antonio in Boccaccio ’70), e in seguito si rivelerà uno dei capolavori del regista. Premiato con un Premio Oscar (insieme con quello di Piero Gherardi per i costumi), il film è considerato uno dei più grandi della storia del cinema, tanto da essere stato inserito dalla rivista inglese Sight & Sound al 9º posto nella graduatoria delle più belle pellicole mai realizzate e al 3º nella classifica stilata dai registi.

Il passaggio definitivo al colore[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Giulietta degli spiriti e Fellini Satyricon.

Fellini dietro la macchina da presa

In Giulietta degli spiriti, ancora con la Masina (1965), Fellini adotta per la prima volta il colore in un lungometraggio, in funzione espressionistica (il suo primo lavoro a colori è comunque l’episodio Le tentazioni del dottor Antonio del 1962).

Il periodo di lavorazione del film è caratterizzato anche da un aumento di interesse, da parte di Fellini, verso il soprannaturale. Frequenta molti maghi e veggenti e in particolare Gustavo Adolfo Rolpittore, dirigente bancario e sensitivo di fama[46]. È di questo periodo anche l’esperimento con l’LSD a scopo terapeutico, come proposto dal suo psicoanalista Emilio Servadio[47].

L’accoglienza della critica per Giulietta degli spiriti è piuttosto tiepida. I commenti più negativi si espressero con i termini di velleitario, fasullo, ipertrofico, inadeguato. Non mancano alcuni elogi e una piccola minoranza, seppur marginale, parla anche di capolavoro[48]. Il giudizio più severo proviene dal Centro Cattolico Cinematografico che lo accusa di uno “sgradevole impasto che si fa del sacro e del profano”. L’insoddisfazione per i risultati, non certo adeguati alle aspettative, creerà, anche, un’incrinatura del rapporto tra il regista ed Ennio Flaiano.

Il film successivo, Il Viaggio di G. Mastorna, già in cantiere, non viene realizzato. Fellini, quarantacinquenne, deve pagare pesanti penali. Si riprende al termine del decennio. La fine degli anni sessanta e l’inizio dei settanta sono anni di intenso lavoro creativo.

Tornato sul set, dopo aver rinnovato completamente la squadra tecnica e artistica intorno a sé, gira nel 1968 un episodio del film Tre passi nel delirio, l’anno seguente realizza un documentario per la televisione (Block-notes di un regista), cui segue il film Fellini Satyricon (1969). È di nuovo grande successo, i problemi degli anni precedenti sono definitivamente alle spalle.

Amarcord e altri successi https://youtu.be/9EQItLr6N6w

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: I clownsRoma (film 1972)Amarcord e Il Casanova di Federico Fellini.
Fermo immagine con movimento
«… Se uno si mette davanti a un quadro, può averne una fruizione completa ed ininterrotta. Se si mette davanti a un film no. Nel quadro sta dentro tutto, non è lo spettatore che guarda, è il film che si fa guardare dallo spettatore, secondo tempi e ritmi estranei e imposti a chi lo contempla. L’ideale sarebbe fare un film con una sola immagine, eternamente fissa e continuamente ricca di movimento. In Casanova avrei voluto veramente arrivarci molto vicino: un intero film fatto di quadri fissi.»(Federico Fellini in un’intervista a Valerio Riva per l’Espresso[49])(nell’immagine: Titoli di testa di Amarcord)
«Mi sembra che i personaggi di Amarcord, i personaggi di questo piccolo borgo, proprio perché sono così, limitati a quel borgo, e quel borgo è un borgo che io ho conosciuto molto bene, e quei personaggi, inventati o conosciuti, in ogni caso li ho conosciuti o inventati molto bene, diventano improvvisamente non più tuoi, ma anche degli altri»
(Federico Fellini a proposito del successo di Amarcord)

La produzione successiva di Fellini segue ancora un ritmo ternario: I clowns (girato per la TV, 1970), Roma (1972) e Amarcord (1973) sono tutti incentrati sul tema della memoria. L’autore cerca le origini della propria poetica esplorando le tre città dell’anima: il Circo, la Capitale e Rimini[50]. Il film conclusivo della terna, Amarcord («mi ricordo» in dialetto romagnolo) vince l’Oscar. La notizia della vittoria gli arriva nelle prime ore del 9 aprile 1975, mentre è impegnato su set di Casanova. Fellini decide di non andare a ritirare il riconoscimento che verrà consegnato al produttore.

In particolare in Amarcord si trovano molti spunti autobiografici: infatti possiamo riconoscere in Titta, un giovane Fellini che ricorda la sua adolescenza, interpretato dall’esordiente Bruno Zanin. Malgrado ciò, il regista, rifiuta di riconoscere nella pellicola qualsiasi riferimento alla propria vita, asserendo che tutto è frutto della sua immaginazione. Come già nei Vitelloni, non c’è una sola scena che sia girata nei pressi della città romagnola[51].

Gli ultimi lavori[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Prova d’orchestraLa città delle donneE la nave vaGinger e FredIntervista (film) e La voce della luna.

Giulietta Masina e Marcello Mastroianni sono due attempati ballerini di tip-tap in Ginger e Fred.

«Arrivato sulla soglia della terza età, Fellini come regista è (per sua fortuna e nostra) entrato in quella splendida maturità in cui un mostro sacro riesce a profondere i suoi tesori di bravura per il solo piacere di farlo. Ti lasci portare dalla cavalcata delle invenzioni, e riesci ancora a stupirti (come un ragazzino che ha scoperto da poco il cinema), a ogni sequenza, a ogni inquadratura. Se nella Città delle donne latita la suspense per la storia, o per gli ingredienti, non te ne importa niente di come andranno a finire Snàporaz o Katzone.»
(Giorgio Carbone su La Notte a proposito di “La città delle donne”)

Dopo Casanova del 1976 è il turno di Prova d’orchestra (1979), considerato il suo film più “politico” e maturato durante i cosiddetti anni di piombo e La città delle donne (1980). Quest’ultimo viene accolto dalla critica con rispetto, lo si descrive come “tipicamente felliniano”, “catalogo di evoluzioni registiche”, “gioco con alcuni vuoti”[52]. Presentato fuori concorso al XXXIII Festival di Cannes, riceve invece una critica alquanto negativa.Federico Fellini assieme a Paolo Villaggio e Roberto Benigni

Negli anni ottanta dilagano in Italia le tv private. Queste emittenti non chiedono un canone al pubblico, in compenso trasmettono programmi infarciti di pubblicità. Anche i film vengono interrotti dagli spot, suscitando la riprovazione del regista romagnolo. Fellini conia lo slogan non si interrompe un’emozione, allo scopo di suscitare un’analoga reazione nel pubblico.
L’ultimo decennio di attività di Fellini è arricchito dai suoi ultimi lavori: E la nave va (1983), Ginger e Fred (1986), Intervista (destinato alla TV, 1987), e il lavoro dell’addio al cinema: La voce della luna (1990), liberamente tratto da Il poema dei lunatici di Ermanno Cavazzoni. Durante la lavorazione del film tutta l’attenzione della stampa è rivolta alla curiosa scelta dei due protagonisti: Roberto Benigni e Paolo Villaggio. La critica inizialmente stupita delle relative scritturazioni, interrogherà più volte il regista sul perché di tale scelta, accogliendo il film in maniera piuttosto tiepida. La risposta di Fellini non si fa attendere: «Benigni e Villaggio sono due ricchezze ignorate e trascurate. Ignorarne il potenziale mi sembra una delle tante colpe che si possono imputare ai nostri produttori»[53].

La pellicola, riconsiderata nel tempo per il suo valore, «è una sorta di invocazione al silenzio, contro il frastuono della vita contemporanea»[53], ambientata in un contesto rurale e notturno, l’opera si pone «come un elogio della follia e una satira sulla volgarità dell’odierna civiltà berlusconiana»[54]. Presentato fuori concorso al Festival di Cannes, vede il prodigarsi di registi come Woody Allen e Martin Scorsese, nel far distribuire il film anche in terra americana[55].

Nel 1992, dopo un periodo di inattività, ritorna dietro la cinepresa per dirigere tre brevi cortometraggi in forma di spot pubblicitari, intitolati Il sogno, per conto della Banca di Roma. In quest’occasione tornerà a lavorare con Paolo Villaggio.

L’ultimo anno: il 1993[modifica | modifica wikitesto]

Federico Fellini riceve dal Presidente del Consiglio Ciriaco De Mita il Premio speciale della cultura, 1989

Il 29 marzo 1993 Fellini riceve dall’Academy of Motion Picture Arts and Sciences l’Oscar onorario “in riconoscimento dei suoi meriti cinematografici che hanno entusiasmato e allietato il pubblico mondiale”. A giugno il regista si sottopone a tre interventi chirurgici a Zurigo per ridurre un aneurisma dell’aorta addominale. Tuttavia ci saranno delle complicanze tromboischemiche e il 3 agosto viene trovato disteso in terra nella sua camera al Grand Hotel di Rimini e ricoverato d’urgenza in ospedale: ha avuto un ictus cerebrale destro con un’emiparesi sinistra e rimarrà in prognosi riservata per una settimana. Il 20 viene trasferito al Centro di Riabilitazione San Giorgio di Ferrara. Dieci giorni dopo anche Giulietta Masina viene ricoverata alla clinica Columbus di Roma dove resterà fino al 28 settembre e quindi lontana dal suo amato Federico. Soltanto il 9 ottobre Fellini, ancora malato, lascerà in sedia a rotelle il San Giorgio per trasferirsi al Policlinico Umberto I di Roma. Prima, però, nella capitale sosta per un’ora nella sua casa in via Margutta 113 dove c’è una gran folla di amici e gente comune a salutarlo. Intanto il 4 ottobre il produttore Leo Pescarolo annuncia che Fellini per la primavera 1994 sarebbe stato in grado di dirigere il nuovo film al quale il riminese stava lavorando: Block notes di un regista: l’attore.

Il 17 ottobre, Fellini si concede un pranzo domenicale fuori dall’ospedale. Nel pomeriggio a causa della disfagia indottagli dai pregressi ictus, un frammento di mozzarella gli ostruì la trachea causandogli danni irreparabili al cervello per la conseguente ipossia[56]. Fellini torna dunque in coma al reparto di rianimazione dell’Umberto I di Roma. Il 21 l’ANSA pubblica una foto non autorizzata del regista intubato che alimenterà una polemica sull’opportunità della sua divulgazione. Tutti i quotidiani sceglieranno di non pubblicare la foto, mentre la sorella del regista, Maddalena, presenterà querela contro ignoti per violazione della privacy e danno all’immagine del regista.

Il 27 ottobre Fellini si aggrava ulteriormente e il giorno dopo l’encefalogramma si fa piatto. Il regista muore il 31 ottobre alle 12. Il giorno prima aveva compiuto 50 anni di matrimonio con Giulietta Masina.

funerali di stato vengono celebrati dal cardinale Achille Silvestrini nella basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri a Roma in piazza della Repubblica. Su richiesta di Giulietta Masina, il trombettista Mauro Maur esegue l’Improvviso dell’Angelo di Nino Rota[57]. Dopo l’ultimo saluto, anche la moglie Giulietta Masina muore, cinque mesi dopo il marito.

Le sue spoglie riposano accanto alla moglie e a quelle del figlio Federichino, morto poco dopo la nascita, nel cimitero di Rimini: sovrasta il luogo dell’inumazione una scultura di Arnaldo Pomodoro dal titolo Le Vele, ispirata al film E la nave va.

A Fellini è intitolato l’aeroporto internazionale di Rimini. Il logo dell’aerostazione riporta la caricatura del regista, di profilo, con cappello nero e sciarpa rossa. È opera di Ettore Scola, logo anche della “Fondazione Fellini” con sede a Rimini.

Dopo la sua morte, tutte le strade che sboccano sul lungomare riminese sono state ribattezzate con i nomi dei suoi film e “ornate” da cartelli con le relative locandine e descrizioni.

Anche la città di Nova Siri, in provincia di Matera, ha dedicato tutte le strade del lungomare alle sue opere.

Nel 2014 al maestro riminese è stata intitolata la pineta di Fregene.[58]

Film non realizzati[modifica | modifica wikitesto]

Sono numerosi i soggetti che Fellini pensò di trasformare in film ma che rimasero sulla carta o, addirittura, soltanto nella sua immaginazione[59].

Il più famoso di questi è Il viaggio di G. Mastorna, una compiuta sceneggiatura felliniana, cui collaborò anche Dino Buzzati. Nel 1966 iniziarono le riprese nella campagna attigua a Cinecittà, vennero girate alcune scene ma per tormentate vicende il film non giunse mai alla sua conclusione. Rimane celebre la definizione che diede Vincenzo Mollica de Il viaggio di G. Mastorna: «il film non realizzato più famoso del mondo». Anni più tardi, nel 1992, Fellini decise di tornare sul progetto, decidendo di girare Il Mastorna con l’attore Paolo Villaggio, ma ancora una volta abbandonò il proposito, allorquando, il mago e sensitivo Gustavo Rol gli annunciò che se avesse fatto il film sarebbe morto[60]. Colpito da tale previsione, Fellini cercò altre strade trovando l’interessamento del disegnatore Milo Manara che tradusse, con gli strumenti della china e dell’inchiostro, lo storyboard dello stesso cineasta, scegliendo, come protagonista, il volto di Villaggio. L’uscita a fumetti del Mastorna venne prevista in tre puntate, ma per un errore di stampa, nella prima comparve la scritta “Fine” e il regista, per scaramanzia, decise di non proseguire.

Viaggio a Tulum è un soggetto/sceneggiatura di Federico Fellini e Tullio Pinelli che non divenne un film bensì un fumetto. Sul finire del 1985 Federico Fellini compì un viaggio in Messico per visitare i luoghi raccontati negli scritti dello scrittore-antropologosciamano Carlos Castaneda. Accompagnò il regista in questo viaggio lo scrittore Andrea De Carlo.[61] Lo scrittore ne ricaverà un romanzo breve, Yucatan, Fellini lo spunto per un film che non farà mai. Le versioni dei due autori confermano un viaggio carico di presagi e di inspiegabili episodi fra il grottesco e il sovrannaturale. Il regista si libererà del peso di quelle sensazioni in un soggetto-sceneggiatura scritto con la collaborazione di Tullio Pinelli cui darà il nome di Viaggio a Tulun, storpiando il vero nome del sito mayaTulum[62]. Il lavoro venne pubblicato in sei puntate sul Corriere della Sera, nel mese di maggio del 1986[63].

Fellini e il fumetto[modifica | modifica wikitesto]

Federico Fellini fu lui stesso un disegnatore professionista e sino al 1948 accompagnò la sua attività di sceneggiatore a quella di vignettista. Da regista, disegnava abitualmente le scene dei suoi film. Collaboravano allo sviluppo dello storyboard, così come all’ideazione dei tipi e delle situazioni, l’artista surrealista Roland Topor e il pittore australiano Albert Ceen, uno degli animatori della “dolce vita”.

Quando la sua attività di regista si fece più rada ideò, per i disegni di Milo Manara, anche due fumetti: Viaggio a Tulum e Il viaggio di G. Mastorna, detto Fernet[64]Viaggio a Tulum nacque dalla sceneggiatura quasi omonima, Viaggio a Tulun[62]. Il fumetto sarà pubblicato, a partire dal 1989, sulla rivista a fumetti Corto MalteseIl viaggio di G. Mastorna detto Fernet nacque da una compiuta sceneggiatura felliniana e vide la luce nel 1992 sulle pagine della rivista Il Grifo.

Vita privata[modifica | modifica wikitesto]

Dichiaratosi spesso non interessato alla politica[65][66], l’unico uomo politico con cui intrattenne un rapporto epistolare fu Giulio Andreotti[67]. Fellini espresse raramente le sue opinioni politiche e non sembrò interessato ai film d’impegno civile. Negli anni novanta, comunque, diresse due spot elettorali: uno per la Democrazia Cristiana e un altro per il Partito Repubblicano Italiano[68]. Era di famiglia repubblicana, ma nelle pochissime occasioni in cui assunse posizioni politiche, lo fece in favore del Partito Socialista Italiano, sedendosi in prima fila quando Nenni e Saragat promossero il congresso di unificazione socialista nel 1966[69]. Tale vicinanza al PSI e al mondo della sinistra laico-riformista proseguì, in modo discreto, fino alla morte del regista, portandolo a esprimere giudizi favorevoli anche su Bettino Craxi[70]. Ebbe invece parole molto severe per Silvio Berlusconi, il quale peraltro lo accusò di avergli causato «più problemi di tutta la sinistra italiana messa insieme»[71]. La televisione commerciale e la figura di Berlusconi (ai tempi comunque non ancora entrato in politica) sono presi di mira nel film Ginger e Fred[72].

Fellini era molto interessato alla magia e all’esoterismo. Quando poteva, frequentava anche la casa del sensitivo Gustavo Rol da cui spesso si faceva consigliare.[73]

Filmografia[modifica | modifica wikitesto]

Marcello Mastroianni in una scena di  (1963)Una scena di Amarcord (1973) con (da sinistra) Pupella MaggioArmando BranciaGiuseppe Ianigro e Ciccio Ingrassia

Regista e sceneggiatore[modifica | modifica wikitesto]

Sceneggiatore[modifica | modifica wikitesto]

Roma città aperta di Roberto Rossellini (1945), a cui Fellini ha contribuito nella sceneggiaturaIl cammino della speranza, regia di Pietro Germi (1950)

Attore[modifica | modifica wikitesto]

Fellini interpreta se stesso nel film Roma (1972)

Scenografo e costumista[modifica | modifica wikitesto]

Produttore[modifica | modifica wikitesto]

Spot pubblicitari[modifica | modifica wikitesto]

Direttori della fotografia[modifica | modifica wikitesto]

Per i suoi film, Fellini, si è avvalso del supporto di diversi direttori della fotografia:

Programmi radiofonica

Fellini impegnato nella regia

Rai

  • Nel bazar della rivista di Federico Fellini e Ruggero Maccari, tramessa il 26 dicembre 1945.
  • Bentornata, Gelsomina!, Radio club per Federico Fellini e Giulietta Masina, presenta Silvio Gigli, trasmessa nel 1957.
  • Perché Fellini, un programma di Rosangela Locatelli con Federico Fellini, trasmesso nel 1970.

Sceneggiature

  • La strada : sceneggiatura, Bianco e nero, Roma 1955
  • Le notti di Cabiria di Federico Fellini, a cura di Lino Del Fra, Cappelli, Bologna 1957
  • La dolce vita di Federico Fellini, a cura di Tullio Kezich, Cappelli, Bologna 1959
  • 8½ di Federico Fellini, a cura di Camilla Cederna, Cappelli, Bologna 1963
  • Giulietta degli spiriti di Federico Fellini, a cura di Tullio Kezich, Cappelli, Bologna 1965
  • Tre passi nel delirio, di F. Fellini, Louis MalleRoger Vadim, a cura di Liliana Betti, Ornella Volta, Bernardino Zapponi, Cappelli, Bologna 1968
  • Fellini Satyricon di Federico Fellini, a cura di Dario Zanelli, Cappelli, Bologna 1969
  • Il primo Fellini, introduzione di Renzo Renzi, a cura di Liliana Betti ed Eschilo Tarquini, Cappelli, Bologna 1969 [Contiene le sceneggiature de Lo sceicco biancoI vitelloniLa stradaIl bidone]
  • I clowns, scritto introduttivo di Federico Fellini, a cura di Renzo Renzi, foto a colori di Franco Pinna, Cappelli, Bologna, 1970
  • Fellini TV : Block-notes di un regista, I clowns, a cura di Renzo Renzi, Cappelli, Bologna 1972
  • Roma di Federico Fellini, a cura di Bernardino Zapponi, Cappelli, Bologna 1972
  • Il film Amarcord di Federico Fellini, a cura di Gianfranco Angelucci e Liliana Betti, Cappelli, Bologna 1974
  • Quattro film. I vitelloni, La dolce vita, 8½, Giulietta degli spiriti, preceduti da “Autobiografia di uno spettatore” di Italo Calvino, Einaudi, Torino, 1974
  • Federico Fellini e Bernardino Zapponi, Casanova : sceneggiatura originale, G. Einaudi, Torino 1976
  • Il Casanova di Federico Fellini, a cura di Gianfranco Angelucci e Liliana Betti, Cappelli, Bologna 1977
  • Prova d’orchestra, con una nota di Oreste del Buono, Garzanti, Milano 1980
  • La città delle donne, con una nota di Liliana Betti e una lettura di Andrea Zanzotto, Garzanti, Milano 1980
  • Lo sceicco bianco, nota introduttiva di Oreste Del Buono, Garzanti, Milano 1980
  • La dolce vita, soggetto e sceneggiatura di Federico Fellini, Ennio Flaiano, Tullio Pinelli, Garzanti, Milano 1981
  • Le notti di Cabiria, soggetto e sceneggiatura di Federico Fellini, Ennio Flaiano, Tullio Pinelli, Garzanti, Milano 1981
  • E la nave va, soggetto e sceneggiatura di Federico Fellini e Tonino Guerra, Longanesi, Milano 1983
  • Ginger e Fred : rendiconto di un film, a cura di Mino Guerrini ; sceneggiatura di Federico Fellini, Tonino Guerra e Tullio Pinelli, Longanesi, Milano 1985
  • Block-notes di un regista, posfazione di Jacqueline Risset, Longanesi, Milano 1988
  • I vitelloni. La strada, soggetto e sceneggiatura di Federico Fellini, Tullio Pinelli e Ennio Flaiano, prefazione di Irene Bignardi, Longanesi, Milano 1989
  • La voce della Luna, con una premessa dell’autore e una nota di Gianfranco Angelucci, Einaudi, Torino 1990
  • Il viaggio di G. Mastorna, sceneggiatura di Federico Fellini, introduzione di Tullio Kezich, postfazione di Enrico Ghezzi, Bompiani, Milano, 1995

Saggi e memorie

  • Federico Fellini, La mia Rimini, a cura di Renzo Renzi, Cappelli, Bologna 1967; Guaraldi, Rimini 2003
  • Federico Fellini, Fare un film, Einaudi, Torino 1980
  • Federico Fellini, Intervista sul cinema, a cura di Giovanni Grazzini, Laterza, Bari 1983, 2004; con uno scritto di Filippo Tuena, Collana La Cultura n.1302, Il Saggiatore, Milano, 2019, ISBN 978-88-428-2653-8.
  • Federico Fellini, Un regista a Cinecittà, Mondadori, Milano 1988
  • Federico Fellini, Giulietta, Il melangolo, Genova 1994
  • Carissimo Simenon, mon cher Fellini. Carteggio di Federico Fellini e Georges Simenon, a cura di Claude Gauteur e Silvia Sager, traduzione di Emanuela Muratori, Adelphi, Milano 1998
  • Federico Fellini, Racconti umoristici : Marc’Aurelio (1939-1942), a cura di Claudio Carabba, Einaudi, Torino, 2004
  • Federico Fellini, Il libro dei sogni, a cura di Tullio Kezich e Vittorio Boarini, Rizzoli, Milano 2007
  • Federico Fellini, Ciò che abbiamo inventato è tutto autentico : lettere a Tullio Pinelli‘, a cura di Augusto Sainati, Marsilio, Venezia 2008
  • Federico Fellini, Tullio Pinelli, Napoli-New York. Una storia inedita per il cinema, a cura di Augusto Sainati, Marsilio, Venezia 2013

Riconoscimenti

Premi Oscar

David di Donatello

Nastri d’argento

Altri premi

Onorificenze

Premio Imperiale (Giappone)
— 1990
Cavaliere di gran croce dell’Ordine al merito della Repubblica italiana
— 27 aprile 1987[75]
Grande ufficiale dell’Ordine al merito della Repubblica italiana
— 18 agosto 1964[76]

Intitolazioni

A partire dal 2010 il Bari International Film Festival assegna un premio intitolato Fellini 8½ per l’eccellenza artistica.

Opere su Fellini e citazioni

  • Ennio Flaiano, amico di Fellini, lo cita all’interno del racconto Un marziano a Roma nel ruolo di sé stesso:
«Verso le sette ho incontrato pallido, sconvolto dall’emozione il mio amico Fellini. Egli si trovava al Pincio quando l’aeronave è discesa e sulle prime ha creduto si trattasse di un’allucinazione. Quando ha visto gente accorrere urlando e ha sentito dalla aeronave gridare secchi ordini in un italiano un po’ freddo e scolastico, Fellini ha capito. Travolto subito dalla folla, e calpestato, si è risvegliato senza scarpe, la giacca a pezzi. Ha girato per la villa come un ebete, a piedi nudi, cercando di trovare un’uscita qualsiasi. Io ero la prima persona amica che incontrava.»
(Ennio FlaianoUn marziano a Roma ed. Adelphi ISBN 978-88-459-1196-5)

La Giornata Mondiale del Cinema Italiano

Dal 2020, ogni 20 gennaio, è stata istituita la Giornata Mondiale del Cinema Italiano[77], in onore alla data di nascita di Federico Fellini.

Note

  1. ^ Ramacci.
  2. ^ «Giulio Cesare», su liceocesarevalgimigli.itURL consultato il 24 gennaio 2012(archiviato dall’url originale il 27 dicembre 2011).
  3. ^ Pier Mario Fasanotti, Tra il Po, il monte e la marina. I romagnoli da Artusi a Fellini, Neri Pozza, Vicenza, 2017, pp. 251-273.
  4. ^ Note biografiche Fellini, su ibc.regione.emilia-romagna.itURL consultato il 17 marzo 2019 (archiviato il 19 gennaio 2020).
  5. ^ Kezich, Tullio., Federico Fellini : his life and work, I.B. Tauris, 2007, ISBN 9781845114251OCLC 76852740URL consultato il 21 marzo 2019.
  6. ^ Federico Fellini e Rita CirioIl mestiere di regista: intervista con Federico Fellini, Garzanti, 1994, pp. 165, ISBN 978-88-11-73846-6.
  7. ^ Giuseppe Marino, Perfido e autoritario il Fabrizi segreto raccontato dal figlio., su il Giornale.it, 15 agosto 2006. URL consultato il 4 ottobre 2018 (archiviato il 14 febbraio 2013)
    «Solo su Fellini, che aveva spesso frequentato casa Fabrizi prima di diventar famoso, “Mastro Titta” non diede mai giudizi, tranne una volta: “Federico è un gran bugiardo. La bugia fa parte di lui”».
  8. ^ Laura Laurenzi, Ai funerali del ‘sor Aldo’ fiori di zucca, ma nessuna star, su ricerca.repubblica.it, 5 aprile 1990. URL consultato il 4 ottobre 2018 (archiviato il 21 marzo 2017).
  9. ^ Kezich 2007.
  10. ^ Le traversie di Cico e Pallina, interrotte nel 1944, ripresero nel dopoguerra in una serie autonoma intitolata Le avventure di Cico e Pallina; furono prodotte quattordici puntate fino al febbraio del 1947.
  11. ^ (EN) Enrico De Seta: Artist, su Look and Learn, 5 agosto 2011. URL consultato il 19 gennaio 2020 (archiviato il 26 giugno 2012).
  12. ^ Salta a:a b Andrea Borini, Federico Fellini, Ed. Mediane, 2009. p. 16
  13. ^ Angelucci,  p. 358.
  14. ^ Michele Anselmi, Tullio Pinelli: “Quante liti con Federico…”, su il Giornale.it, 24 giugno 2008. URL consultato il 16 maggio 2016 (archiviato il 24 febbraio 2017).
  15. ^ Salta a:a b Kezich 2007,  p.114.
  16. ^ Kezich 2007,  p.116.
  17. ^ Fare un film,  pp. 51-52.
  18. ^ Salta a:a b Kezich 2007,  p.125.
  19. ^ Kezich 2007,  p.239.
  20. ^ Kezich 2007,  p.124.
  21. ^ Angelucci,  p. 359.
  22. ^ Abbatescianni D., Scene felliniane: il circo, il teatro, la televisione, 2013, p. 45. L’autore indica il fantarealismo come un genere all’interno del quale «il film presenta una commistione di immagini realistiche e di fantasia, presenti in rapporto paritario o tendenzialmente paritario. [..] Fellini rientra a pieno titolo in questo approccio ma non è certamente l’unico regista ad essersi servito della commistione di realtà e fantasia davanti alla macchina da presa, pur avendo egli adottato uno stile originale e riconoscibilissimo. Il fantarealismo è il piano intermedio, dove la fantasia inizia a conquistare pian piano spazi sulla realtà».
  23. ^ Critica apparsa sull’autorevole rivista “Bianco e Nero
  24. ^ Kezich 2007,  p.130.
  25. ^ Kezich 2007,  p.136.
  26. ^ Kezich 2007,  p.132.
  27. ^ Kezich 2007,  p.143.
  28. ^ Kezich 2007,  p.144.
  29. ^ Kezich 2007,  p.147.
  30. ^ La Masina è vittima di una slogatura alla caviglia durante le riprese per le scene del convento e di una lesione agli occhi, che la costringe a rimanere bendata per alcuni giorni, a causa delle forti luci volute per ottenere un tono grigio
  31. ^ Kezich 2007,  p.149.
  32. ^ Kezich 2007,  pp.151-153.
  33. ^ Kezich 2007,  p.155.
  34. ^ Kezich 2007,  p. 156.
  35. ^ Bosley Crowther sul “The New York Times”, in Kezich 2007,  p.171
  36. ^ Pauline Kael (“It doesn’t work, but it’s not insignificant”), citata da Kezich 2007,  p. 171
  37. ^ Angelucci,  p. 362.
  38. ^ Da parte cattolica il film fu accolto molto negativamente. Uno dei pochi che lo difesero, e presagirono l’impatto estetico e sociale del film, fu padre Angelo Arpagesuita e filosofo, amico di Fellini per tutta la vita. Arpa pagò personalmente le conseguenze delle sue idee: gli fu impedito per un anno di poter parlare di cinema in pubblico e, successivamente, di partecipare ad attività culturali.
  39. ^ Salta a:a b Kezich 2007,  p.14.
  40. ^ Kezich 2007,  pp. 16-17.
  41. ^ Salta a:a b Kezich 2007,  p. 113.
  42. ^ Kezich 2007,  p.238.
  43. ^ Dopo aver abbandonato l’ipotesi di Laurence Olivier
  44. ^ Kezich 2007,  p.233.
  45. ^ Kezich 2007,  pp.233-234.
  46. ^ Kezich 2007,  p. 248.
  47. ^ Kezich 2007,  p.249.
  48. ^ Kezich 2007,  p. 255.
  49. ^ citato in Irene BignardiStorie di cinema a Venezia, p.108.
  50. ^ Angelucci,  p. 365.
  51. ^ Kezich 2007,  p.302.
  52. ^ Kezich 2007,  p. 332.
  53. ^ Salta a:a b Federico Fellini – Enciclopedia del Cinema – Treccani, su treccani.itURL consultato l’8 gennaio 2014 (archiviato il 5 novembre 2013).
  54. ^ Paolo Mereghetti, Dizionario dei film 2011, pag. 3729
  55. ^ Scorsese: il cinema è di tutti, deve vivere anche domani, su archiviostorico.corriere.itURL consultato il 21 novembre 2013 (archiviato dall’url originale il 10 settembre 2015).
  56. ^ L’informazione, riportata dall’amico giornalista Sergio Zavoli sulle pagine www.felliniallaradio.it, su felliniallaradio.itURL consultato il 24 marzo 2009 (archiviato dall’url originale il 2 aprile 2009)., era già apparsa all’epoca della morte su alcuni quotidiani. Si veda, per esempio, archiviostorico.corriere.it (archiviato dall’url originalein data pre 1/1/2016).
  57. ^ I Funerali di Federico Fellini, su santamariadegliangeliroma.it (archiviato il 6 marzo 2012).
  58. ^ Pineta dedicata a Fellini, su fregeneonline.comURL consultato il 24 agosto 2015(archiviato il 19 gennaio 2020).
  59. ^ L’abbandono della realizzazione di entrambi i film si deve molto probabilmente al consiglio di Gustavo Rol, grande amico di Fellini, al quale era solito chiedere un parere, così in Leonetta Bentivoglio, L’inferno di Zeffirelli ‘Il mago mi disse Quel film non girarlo’, su la Repubblica.it, 6 luglio 2008. URL consultato il 19 gennaio 2020(archiviato il 5 agosto 2016)., INCONTRI MISTERIOSI TRA FELLINI E CASTANEDA, ANIM ALIB, 25 giugno 2013. URL consultato il 19 gennaio 2020(archiviato il 24 agosto 2013)., Stefano Novelli, Milo Manara ad Ancona: vi racconto il mio Fellini, su Vivere Ancona, 15 luglio 2010. URL consultato il 19 gennaio 2020(archiviato il 18 agosto 2016).
  60. ^ Aldo Lastella, Mastorna, l’ultimo sogno, in la Repubblica, 9 ottobre 2003 (archiviato il 4 dicembre 2013).
  61. ^ Andrea De Carlo “Il giorno che Fellini non mi parlò più” – Le idee di Repubblica, in Le idee di Repubblica – La RepubblicaURL consultato il 16 aprile 2017 (archiviato il 13 settembre 2013).
  62. ^ Salta a:a b Antonio Tripodi, Marco Dalla Gassa, Approdo a Tulum: le Neverland a fumetti di Fellini e Manara.
  63. ^ F. Fellini, T. Pinelli, Viaggio a TulunCorriere della Sera, 18, 19, 20, 21, 22, 23 maggio 1986
  64. ^ Sull’argomento vedi anche Laura Maggiore, Fellini e Manara, Navarra Editore, Palermo, 2011
  65. ^ Kezich 2007,  p.45.
  66. ^ Franco Bianchini, Il Fellini che non vi raccontano: votava Dc, rifiutava il cinema impegnato ed era contro il ’68, in Secolo d’Italia, 31 ottobre 2013 (archiviato l’11 febbraio 2017).
  67. ^ Jacopo Iacoboni, Caro Andreotti, caro Fellini l’amicizia tra due arcitaliani, in La Stampa, 28 marzo 2012 (archiviato il 26 ottobre 2013).
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  69. ^ Il Mondo che ama Fellini verrà a Rimini. La sua città natale è quasi pronta, su montanaritour.itURL consultato il 21 marzo 2020 (archiviato il 21 marzo 2020).
  70. ^ AdnKronos – Fellini: in inediti giudizi su Craxi, Berlusconi, Scalfaro, su www1.adnkronos.comURL consultato il 21 marzo 2020 (archiviato il 21 marzo 2020).
  71. ^ Federico Fellini in TV per Cine34 | Lui avrebbe gradito?, su metropolitanmagazine.itURL consultato il 21 marzo 2020 (archiviato il 21 marzo 2020).
  72. ^ Kezich 2007,  p.367.
  73. ^ Candida Morvillo, Quando Fellini mi disse che voleva fare il mago, in Corriere della SeraURL consultato il 16 aprile 2017 (archiviato dall’url originale il 19 gennaio 2020).
  74. ^ 1987 :: Moscow International Film Festival Archiviato il 16 gennaio 2013 in Internet Archive.
  75. ^ Sito web del Quirinale: dettaglio decorato., su quirinale.itURL consultato il 14 agosto 2011 (archiviato il 3 settembre 2013).
  76. ^ Sito web del Quirinale: dettaglio decorato., su quirinale.itURL consultato il 14 agosto 2011 (archiviato il 3 settembre 2013).
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Bibliografia

La Fondazione Federico Fellini e il Centro Sperimentale di Cinematografia hanno pubblicato la BiblioFellini: opera in tre volumi a cura di Marco Bertozzi con la collaborazione di Giuseppe Ricci e Simone Casavecchia.

  • Angelo ArpaL’Arpa di Fellini, Roma, Edizioni dell’Oleandro, 2001.
  • Tullio KezichSu la Dolce Vita con Federico Fellini, Venezia, Marsilio, 1996.
  • Tullio Kezich, Federico. Fellini, la vita e i film, Feltrinelli, 2007, ISBN 978-88-07-81959-9.
  • Damian PettigrewFellini: Sono un gran bugiardo. L’ultima confessione del Maestro, Elleu multimedia, 2003. ISBN 88-7476-122-8.
  • Pino Corrias, Lungo i viali di Cinecittà, catalogo di mondi morti, tra cui il nostro, in Luoghi comuni. Dal Vajont a Arcore, la geografia che ha cambiato l’Italia, Milano, Rizzoli, 2006, pp. 187-200.. ISBN 978-88-17-01080-1.
  • Giovanni Scolari, L’Italia di Fellini, Edizioni Sabinae, 2008. ISBN 978-88-96105-01-6.
  • Mario Verdone, Federico Fellini, Editrice Il Castoro, 1994. ISBN 88-8033-023-3.
  • Sonia Schoonejans, Fellini, Roma, Lato Side, 1980.
  • Il Radiocorriere, annate e fascicoli vari, 1940-1950.
  • Rita Cirio, Il mestiere di Regista, intervista con Federico Fellini, Garzanti, 1994
  • Andrea Minuz, Viaggio al termine dell’Italia. Fellini politico, Rubbettino, 2012.
  • Jean-Paul Manganaro, Romance, POL Parigi 2009; Federico Fellini, trad.it di Angelo Pavia, Il Saggiatore 2014.
  • Sabrina Ramacci, 101 personaggi che hanno fatto grande Roma, Newton Compton, ISBN 978-88-541-2948-1.
  • Gianfranco Angelucci, Federico Fellini, in Sguardi sulla Romagna, 2009.

Voci correlate

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Collegamenti esterni

Perché Mastroianni diceva di Anita Ekberg che le sembrava un ufficiale della Wehrmacht ? E Fellini invece sosteneva che il corpo della bionda svedese era luminoso anche al buio, anzi fosforescente?

Sergio Zavoli racconta Federico Fellini

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