67 anni dopo la dichiarazione dei diritti umani

Human Rights Day 2001. (1) Nobel Peace Prize demonstration in Oslo December 10th.

Nobel Peace Prize demonstration in Oslo, Norway, 10 December 2001. 1200 -1300 people gathered in Youngstorget, a square in the centre of Oslo. 1992 Nobel laureate Rigoberta Menchu, 1996 Nobel laureate Ramos-Hortas as well as former UN Special Adviser for Colombia Jan Egeland held appeals. The demonstration went on to the Grand Hotel in order to honour this years Nobel Laurate Kofi Annan. The slogans of the demonstration were ‘United for peace and human rights’ and ‘No security without human rights’.

Malaysia political cartoonist launches satirical book

L’autore del twitt arrestato il 10//2015, in Kuala Lunpur

A 67 anni dalla firma della Dichiarazione universale dei diritti umani oggi, 10 dicembre, si celebra in tutto il mondo la giornata dei diritti dell’uomo.

Una ricorrenza che cade in un momento storico difficile, di attacchi terroristici, guerre, esecuzioni feroci in diretta web, migranti in fuga verso Paesi che non li vogliono accogliere.

Un momento in cui sembra essere perduto il diritto stesso alla vita.

Ha ancora senso celebrare questa giornata? «Se si trattasse unicamente di “celebrare”, di fronte al numero e alla gravità delle violazioni dei diritti umani di cui siamo testimoni potrei rispondere no, non ha senso» dice Antonio Marchesi, presidente di Amnesty International Italia. «Ma non dobbiamo dimenticare il carattere rivoluzionario della Dichiarazione universale, la sua enorme importanza storica: prima del 10 dicembre 1948 i diritti umani così come li conosciamo non esistevano neppure sulla carta». Viviamo momenti di difficoltà, «ma è soprattutto in questi che bisogna impegnarsi per concretizzare la visione del mondo che la Dichiarazione incarna: un mondo più giusto, più libero, meno violento, alla cui costruzione Amnesty International, passo dopo passo e senza mai scoraggiarsi, continua a lavorare».

Amnesty International ricorda la giornata del 10 dicembre con “Write for rights”, la più grande campagna mondiale sui diritti umani. Una maratona di raccolta firme in sostegno di persone che, in tante parti del mondo, subiscono terribili violazioni.

È una campagna a cui tutti siamo invitati a partecipare.

Sino al 17 dicembre, possiamo firmare per Zulkiflee Anwar Ulhaque (detto Zunar), vignettista politico della Malesia: rischia una lunga pena detentiva a causa di tweet con cui ha criticato le autorità giudiziarie.
Zulkiflee Anwar Ulhaque (detto Zunar), vignettista politico

Zulkiflee Anwar Ulhaque (detto Zunar), vignettista politico

Possiamo firmare anche per Phyoe Phyoe Aung, la leader di uno dei principali movimenti studenteschi di Myanmar: in carcere dal 10 marzo 2015 per aver promosso proteste pacifiche. Per Maria, “sposa bambina” del Burkina Faso: a 13 anni è stata già promessa in sposa a un uomo di 70 anni, di cui diventerebbe la sesta moglie. Per Yecenia Armenta, messicana: in carcere dal luglio 2012, è stata stuprata e torturata per farle confessare l’omicidio del marito. Per Rania Alabbasi, dentista di Damasco, Siria: sequestrata, insieme al marito e ai sei figli, dagli agenti del governo.

Si firma e poi si passa il testimone attraverso i social network, condividendo il messaggio con l’hashtag #corriconme.

«Quando centinaia di migliaia di persone dichiarano di stare dalla parte di un difensore dei diritti umani» spiega Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International «l’impatto di questa scelta è profondo: dà a chi è ingiustamente in prigione la forza di andare avanti e, contemporaneamente, manda a dire agli oppressori che i loro crimini non resteranno segreti e che il mondo aspetta la loro prossima mossa. Ogni lettera, ogni mail, ogni firma che le autorità ricevono scalfisce una corazza che altrimenti sarebbe impenetrabile, fa vacillare il potere di chi commette violazioni dei diritti umani».

L’anno scorso centinaia di migliaia di persone di oltre 200 paesi hanno inviato 3.245.565 messaggi. Solo per il blogger saudita Raif Badawi sono stati inviati oltre un milione di messaggi. E in Nigeria, il 28 maggio di quest’anno, Moses Akatugba è stato graziato e rilasciato dal braccio della morte dopo che il governatore dello stato del Delta del Niger, Emmanuel Uduaghan, aveva ricevuto più di 800.000 appelli da Amnesty International. Moses Akatugba era stato condannato a morte per rapina a mano armata, reato da lui sempre negato e “confessato” solo sotto tortura.

Amnesty International è presente in quasi tutto il mondo. In oltre 50 anni di attività (40 in Italia), ha contribuito alla liberazione di almeno 50.000 prigionieri di coscienza, all’adozione di trattati internazionali (come la Convenzione contro la tortura e lo Statuto della Corte penale internazionale) e all’abolizione della pena di morte in quasi 100 Paesi.

Sabato 12 e domenica 13 dicembre Amnesty è presente in moltissime piazze italiane, in punti dove ci si potrà iscrivere, firmare a favore di interventi di aiuto, e anche acquistare un panettone (buonissimo). Il ricavato servirà a finanziare le campagne e le attività dell’organizzazione per i diritti umani.

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